giovedì 13 aprile 2017

Pensieri del Giovedì Santo






Chiesa traboccante di fedeli per la semplice e solenne liturgia del Giovedì santo. Il parroco lava i piedi – è la novità dell’anno – a nove uomini e tre donne. Un alberello d’ulivo sembra accogliere in un abbraccio le tenere piantine di grano che adornano l’altare della Reposizione. Intensi i canti. Atmosfera raccolta di preghiera. Mi si affaccia alla mente una domanda: com’è possibile che un paese in cui in tanti si riconoscono cristiani non sia in grado di esprimere una vita sociale migliore? Domanda cui se ne contrappone un’altra: quanto sarebbe peggiore la nostra società senza un po’ di cristianesimo ad animarla?



Oggi è, anche, la festa dei preti (con la prima Eucarestia, viene, infatti, anche fissato che ci sarà chi consacrerà il pane e il vino come corpo e sangue di Cristo). Se si prova a digitare il termine su Google, viene fuori un lungo elenco di scandali (sessuali, in particolare e, poi economici) e di link che rimandano alla pedofilia. Sembra proprio che non esistano, e invece sono tantissimi, i preti, ognuno diverso dall’altro, per formazione, indole, esperienze di vita, che prestano faccia, voce, modi di essere al Signore da cui si sono sentiti chiamati. E che danno idea che lo seguirebbero in letizia anche se restassero i soli a crederci.

martedì 11 aprile 2017

Microstorie: Come si diventa prof di scienze








Ad Anna 
 
Suor Rita era una brava maestra, seria e appassionata. E Giulia era una brava alunna, intelligente e studiosa. Suor Rita guardava Giulia con affetto materno, lo stesso che dedicava a tutta la classe. E Giulia la seguiva con rispettosa attenzione. Convinta che quello che diceva suor Rita era, di certo, la Verità. Solo un particolare le lasciava come l’inquietudine d’un dubbio. Suor Rita ripeteva che ­bisogna occuparsi dello spirito, che vive sempre, mentre la carne no: la carne finisce col diventare cenere.

Giulia si guardava allo specchio, e le faceva specie che la sua faccia, le gambe, le braccia potessero diventare cenere.

Capitò, un giorno, che suo padre si tagliasse una mano. La ferita era profonda e, per meglio disinfettarla, il padre tagliò via un pezzo di pelle cadente. Giulia la raccolse, la nascose in un angolo del balcone – in camera sua, no, le sembrava quasi un peccato – e andò a controllarlo ogni giorno. La pelle seccò, si incartocciò, ma non diventò cenere.

Giulia aspettò che suor Rita facesse di nuovo quel suo discorso sullo spirito e la carne, alzò la mano e, d’un fiato, sicura, disse:

-          Non è vero.
-          Come, non è vero?
-          Perché l’ho visto.

E raccontò della pelle mai diventata cenere.

Suor Rita la sgridò, la chiamò mia piccola san Tommaso, poi sorrise e spiegò che, sebbene non succedesse ai pezzi di pelle cadenti, carne e ossa diventano cenere.

Giulia sgranò gli occhi: come, anche le ossa delle cosce del pollo, che le piacevano tanto (le cosce, non le ossa), diventano cenere?
Roba da non credere.
Di certo, al mondo, c’era tanto, ma proprio tanto, da scoprire.

domenica 9 aprile 2017

Le Palme: la festa e il dolore




 
Domneica delle Palme: attentati in due chiese egiziane

La celebrazione più allegra dell’anno – con la benedizione e la processione delle Palme, che, in pochi luoghi, oltre che un gesto devozionale e tradizionale ha le caratteristiche di una rappresentazione artistica – è contrassegnata dal Vangelo della Passione.
La domenica delle Palme diventa così quasi un concentrato della Passione e della Resurrezione: la glorificazione di Gesù, gli osanna, la festa, i battimani sono sinceri, ma effimeri.
La folla che grida “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” è la stessa che invoca Pilato: “Crocifiggilo”, preferendo Barabba al Santo e al Giusto.
Come infinite volte nella storia, il trionfo dura un battito di ciglia e la folla che innalza alla sommità dei cieli è la stessa che fa sprofondare nell’abisso.
Ci vorrà la salita al Calvario, con in testa non la corona d’alloro, ma di spine, portandosi dietro la croce su cui sarà inchiodato e appeso, perché Gesù venga ri-conosciuto, da un centurione: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.

Mio nonno intrecciava le palme. Era un lavoro di mano che sottintendeva un’offerta dello spirito. Cominciava così una settimana piena di segni sacri: le tenere piantine di grano dei Sepolcri, le statue della chiesa ricoperti di panni viola il Venerdì Santo, il profumo dei ‘cudduraci, che, uscendo da porte e finestre, inondava le strade, l’odore della ‘cuddura di pane che il prete offriva ai dodici della lavanda dei piedi. Pura bellezza. Un respiro di zagare, un senso di primavera che accelerava il cuore: in pace.

Qualche mio amico dice che preferirebbe, in chiesa, meno icone del Crocifisso e più immagini del Risorto. Per me il crocefisso (così si pronuncia in alcune zone del reggino) ha un valore impagabile: perché rappresenta e comprende, un po’ come diceva anche Natalia Ginzburg, ebrea ed atea, tutto il dolore che gli uomini hanno provato da quando sono sulla terra e continueranno a provare fino a quando il sole risplenderà sulle sciagure umane. E sarebbe compito particolare di chi, il Crocefisso, lo porta dentro più che sopra il cuore spendersi per arginare, diminuire tutto questo dolore.