lunedì 31 agosto 2026

Scrivere a Nisida, 1984-2021

 

In bocca al lupo e buon cammino a I Nisidiani, documentario di Riccardo Brun sul lavoro fatto da alcuni autori all’interno del Laboratorio di Scrittura di Nisida, presentato in questi giorni al festival di Venezia e che verrà in autunno trasmesso dalla Rai. Queste note sono per chi mi ha chiesto notizie su quel progetto.

Premessa

Ho iniziato a insegnare a Nisida nell’ottobre del 1984; nella primavera successiva, ovvero a (quasi) conclusione di quel mio primo anno scolastico nell’Istituto, abbiamo pubblicato un primo libro di scritti di ragazzi. Si intitolava Voci da un carcere minorile ed era stato stampato nell’allora laboratorio di grafica dell’IPM. Negli anni seguenti vennero pubblicati un altro volume di Voci da un carcere minorile, un giornale, Nisida News, raccolte di poesie, di testi teatrali e su argomenti particolari (per esempio il calcio e la droga) e furono realizzati due Fotoromanzi. La scrittura, quindi, è stata sempre una linea portante del mio lavoro a Nisida, insieme alla lettura e a tutto ciò che concerne diritti e doveri del cittadino. Il cosiddetto Laboratorio di Scrittura è nato nel 2009 e è rimasto in attività (da me curato) fino a due anni dopo il mio pensionamento, ovvero fino al 2021.

Il laboratorio di Scrittura

1. Quello che ufficialmente  è definito Laboratorio di Scrittura si radica in tutta la precedente esperienza e, in particolare, si inserisce in un progetto complessivo d’Istituto, Nisida come Parco Naturale e Letterario, derivato in parte da una ricerca che mi ha occupato per molto tempo, ovvero raccogliere quanto scrittori e poeti, da Omero ai contemporanei, hanno scritto su Nisida. A metterlo in moto tre circostanze. La prima riguarda la positiva esperienza, realizzata per i due Fotoromanzi, di uno specifico gruppo di lavoro, costituito insieme di ragazzi e ragazze che avevano liberamente scelto di far parte di tale attività (non obbligatoria, quindi, come la normale attività didattica), poi riprodotta nel Laboratorio. La seconda concerne la buona reazione dei miei allievi a una sorta di esperimento, successivo al positivo impatto che avevano avuto alcuni sporadici incontri con scrittori, tra cui Diego De Silva e Ornella Della Libera. Avevo, cioè, chiesto ad alcuni autori napoletani un loro testo, li avevo raccolti in un libricino intitolato C’è chiave e chiave e altre storie e avevo osservato che i ragazzi avevano reagito con interesse al racconto più vicino alla loro esperienza (quello di Mario Gelardi). La terza riguarda l’emozione forte suscitata nei ragazzi e nelle ragazze dalla rielaborazione di Riccardo Brun di un lungo testo di una mia allieva, prima raccolto in un numero speciale di Nisida News, in un monologo teatrale, Conversazione con Hugo Pratt.

2. Ho ipotizzato, quindi, un lavoro di scrittura in cui dei professionisti della parola si mettessero a servizio dei ragazzi per riordinare in racconti letterariamente accettabili quanto i ragazzi stessi via via avrebbero scritto. A parte pochissimi che hanno rifiutato, tutti gli autori interpellati hanno risposto positivamente. Nel corso degli anni sono stati in trenta ad alternarsi, alcuni per poco altri per tutto il tempo o quasi. Mi sono rivolta ad autori noti (pochi: qualcuno dei noti non era disponibile), i più non particolarmente conosciuti o quasi ignoti (tanti hanno acquisito o accresciuto notorietà nel corso degli anni), scrittori, giornalisti, poeti; per il primo volume anche qualcuno senza particolari titoli se non la vicinanza al lavoro complessivo di Nisida; di varie tendenze, con visioni diverse sulla scrittura, sulla società e, in generale, sulla vita. Ho trovato un editore disponibile a pubblicare gratis, senza fini di lucro, e che mi lasciasse la totale libertà sul testo, prima in Mario Guida, poi in Caracò e successivamente in Diego Guida. Questa scelta, per me essenziale, non è stata condivisa da alcuni autori che avrebbero preferito puntare ad un editore di maggior peso.

Tutti gli autori hanno dato il meglio di sé a Nisida – e ne sono grata. Al di là delle capacità “professionali”, saltava agli occhi, fatto salvo qualche caso isolato, la diversa modalità di approccio con i ragazzi/e ristretti degli autori e delle autrici: più tesi, preoccupati, talvolta spaventati gli uomini, più tranquille e serene le donne. Di fronte alla sofferenza dei ragazzi in carcere, l’ancestrale tendenza all’accudimento e alla cura rendeva la relazione più facilmente “naturale” alle autrici.

3. Ogni anno ho scelto un tema (i primi tre sull’isola che ci ospitava, poi sui ragazzi che la abitavano, sulle loro esperienze, idee, sentimenti, prospettive) che ogni autore ha svolto come preferiva. In generale, ogni autore ha incontrato i ragazzi per due o tre volte e, sulla base degli scritti dei ragazzi e sulle suggestioni derivate dalle conversazioni, ha elaborato un racconto. Ogni incontro è stato preceduto e seguito da ore e ore di lavoro col gruppo di ragazzi e ragazze facenti parte del Laboratorio. Lavoro che ho svolto con la più che preziosa collaborazione di Adele Micillo e, negli ultimi anni, con l’appoggio di Anna Zazo. Il momento più bello di tutto il lavoro è sempre stato quello della lettura in aula del racconto di ogni autore, quando i ragazzi e le ragazze con i fogli dei loro elaborati in mano, cercavano il nome, la parola, la frase del loro testo che l’autore aveva ripreso nel suo testo. A seguire, il momento in cui il libro, appena pubblicato, veniva distribuito ai ragazzi/e coautori. La messa in scena, spesso in forma di Reading dei racconti (con la guida di Veria Ponticiello), ha fatto diventare alcuni dei racconti stessi una sorta di humus culturale per tutti i ragazzi/e di Nisida.

4. Negli 11 volumi pubblicati, ci sono racconti che possono essere valutati per lo meno non inferiori a quanto di meglio negli stessi anni la narrativa italiana ha prodotto. Mi auguro vivamente che l’editore Guida o altro editore ne faccia una collezione da poter mettere, nel breve periodo, sul mercato. Visti dall’angolo di visuale del gruppo dei ragazzi/e, i racconti migliori sono stati quelli che più fedelmente e integralmente hanno riprodotto quanto scritto e/o avvenuto in classe. Sono stati quei racconti (ne ricordo, in particolare, alcuni di Daniela De Crescenzo e Antonio Menna) a costituire il senso preciso di tutto il lavoro: la scrittura di ciascuno, la rielaborazione di un professionista delle parole tale da far diventare gli elaborati dei ragazzi la scrittura di tutti loro: uno specchio in cui ciascuno poteva riconoscersi e, nello stesso tempo, un promemoria inviato all’esterno: ecco chi siamo davvero, noi ragazzi/e di Nisida fuori da ogni cliché. Degli 11 volumi, uno è scritto quasi completamente da ragazze e ragazzi: segno che il Laboratorio ha inciso non solo nella loro quotidianità, rendendo meno routinarie alcune ore, ma nel loro immaginario.

5. Il dodicesimo volume pubblicato è stato un Romanzo, in cui autori che nel tempo erano diventati una sorta di gruppo stabile del Laboratorio, hanno riversato molte delle esperienze fatte negli anni. Il romanzo è costato ore e ore di lavoro, di riflessioni, di scritture e riscritture a sette mani; un’operazione culturale di rilievo, con poche esperienze equivalenti. Non è il libro di cui io sono più soddisfatta. Gli autori hanno optato per un intreccio romanzesco classico, in terza persona, con una trama lineare che si svolge a teatro. Mi è sembrato giusto che gli autori si esprimessero come ritenevano opportuno, ma non è quello che avrei voluto e che avevo programmato. Io avevo pensato ad un romanzo di racconti sul genere di Olive Kitteridge, con protagonisti (naturalmente con le necessarie modifiche, e facendo confluire tanti ragazzi in un solo personaggio) gli stessi ragazzi e ragazze del Laboratorio, ognuno protagonista di un racconto e comparsa negli altri. Avrei preferito un testo centrato sulla scuola, su quello che può fare e non fare nel contesto carcere minorile, qualcosa in cui tutti i ragazzi e le ragazze del Laboratorio avessero potuto riconoscersi.

Conclusioni

Nisida è un luogo di bellezza estrema e il carcere minorile in cui mi sono trovata, sotto la direzione di Sandro Forlani e poi di Gianluca Guida, è un luogo di eccellenza dove gli operatori si sforzano di mettere in pratica il dettato costituzionale di promuovere il miglior reinserimento sociale dei minori. Ci sarebbe un elenco lunghissimo di cose positive che ho sperimentato, ma mi limito a una: i locali della scuola, a Nisida, non hanno sbarre: ti affacci e hai la collina, il cielo, il mare lì, a orientare il cammino verso una libertà responsabile. Ho sempre pensato che la scrittura potesse aiutare i ragazzi e le ragazze nella scoperta di se stessi e del mondo in cui sono vissuti e del futuro che, anche se non lo sanno, sognano. Tutto il lavoro di scrittura, non solo quella del Laboratorio, ha avuto questo fine.

Il Laboratorio è stato certo un’occasione di crescita degli scrittori, che molto hanno dato e moltissimo hanno ricevuto dai ragazzi e dalle ragazze e ha costituito per me un costante insegnamento, imparando sia dai miei allievi che dagli scrittori. Il suo reale valore sta nelle aperture di sguardo che ha favorito, quando e se l’ha fatto, nei ragazzi e nelle ragazze, nei nuovi passi cui li ha invitati. È ovvio che, avendo continuato il progetto per tanto tempo, a me è sembrato che rappresentasse, per loro, una buona strada.

 

 

***Hanno preso parte dal Laboratorio di Scrittura: Viola Ardone, Riccardo Brun, Sara Bilotti, Elio Capriati, Luigi Romolo Carrino, Emilia Bersabea Cirillo, Paolo Curtaz, Daniela De Crescenzo, Benedetta De Falco, Maurizio De Giovanni, Antonella del Giudice, Alessandro Gallo, Mario Gelardi, Andrej Longo, Giusi Marchetta, Antonio Menna, Tjuna Notarbartolo, Antonella Ossorio, Fabio Pagliarini, Valeria Parrella, Carmen Pellegrino, Anna Petrazzuolo, Angelo Petrella, Angela Procaccini, Luigi Pingitore, Patrizia Rinaldi, Gianni Solla, Nadia Terranova, Massimiliano Virgilio, Nando Vitali cui vanno aggiunti gli autori delle prefazioni ai libri: Yves Bonnefoy, Isabella Bossi Fedrigotti, Dacia Maraini, Luisa Mattia, Ada Murolo, Conchita Sannino.

 

giovedì 23 aprile 2026

Dove canta il cuculo di Gioacchino Criaco


“La verità è che ci sono genitori che proteggono i figli e genitori che stanno poco attenti, e poi ci sono padri che sono la disgrazia dei figli. Di sicuro chi ci ha generato non ha dato il meglio di sé nella nostra educazione, perché magari ha avuto a sua volta cattiva ascendenza: una catena d’intoppi di padri in figli. Una disgrazia che si rigenera, perché nonostante il nostro mondo passi per un affollamento di superuomini, felicità non ne ho mai vista tanta. Esaltazione, momenti di onnipotenza, e poi ansia e paura, e tradimenti, e piombo e galera.”

Dove canta il cuculo, di Gioacchino Criaco, edito da Piemme, è, insieme, una densa vicenda di ndrangheta che intreccia selvaggiume ancestrale e amoralità postmoderna tra Aspromonte, Toronto e Acapulco, una saga familiare segnata da mancanza di padri, madri ignorate e figli sconosciuti, una tragedia greca che guarda in faccia il male come unica possibilità di non far vincere i demoni.

Criaco restituisce una Calabria in cui un passato, anche violento ma che distingueva il bene dal male, convive con un presente che ha lo stesso cinismo amorale di grandi città italiane e del mondo. “La malavita è questo, progetti, rischi, ansie, tragedie, voli altissimi, poi un pezzo di piombo ti scoppia la faccia e puf diventi la foto con i fiori accanto, sopra un comò che chi ti guarda dice che gli ricordi un attore famoso. L'importante è che gli affari proseguano.” Il paesaggio aspromontano, amato visceralmente, partecipa agli eventi come co-protagonista: “Dopo il piano c’è un sentiero che scende stretto fra i lecci, gira di continuo: lo percorro a passo svelto, è un tratto lungo che d’improvviso si allarga, la discesa diventa gentile, gli alberi si diradano, si abbassano, si trasformano in arbusti, si mischiano all’erica. Per un attimo la macchia cede il posto a uno spazio aperto, poi arrivano le felci che diventano via via più alte. La vegetazione torna fitta, varia, avanzo facendomi largo con le braccia. Maledico la veste della Vergine dei monti tutte le volte che al tocco morbido di erica, lecci e felci, si sostituisce l’abbraccio ruvido di ortiche e rovi che, prima solitari, piano prendono il sopravvento e si impadroniscono del terreno che attraverso.”

Vicenda di “maschi” – nessuno dei quali potrebbe stare in una lista di “buoni” – il libro ha una ricca presenza di donne: “Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni. Gli uomini trasmettono ai figli maschi frustrazioni. Le donne mostrano alle femmine le vie della sopravvivenza. Le orfane di madre si impegnano a superare il dolore, a costruire l’amore. Gli orfani di padre rincorrono la distruzione, sono tempeste devastanti di un dolore senza ristoro.

Un noir inteso, Dove canta il cuculo, ma capace di pause, pieno di colpi di scena senza perdere mai compattezza, scritto con stile cristallino – netto nel raccontare la realtà e lirico nell’evocare la natura – che stupisce con la sua “leggerezza” nell’accezione di Italo Calvino: “leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”.

Con questo libro, Criaco mostra d’aver raggiunto una grande maturità artistica che gli consente di trattare una materia grondante malvagità, cinismo, sangue e violenza, non con il cuore pesante che si avvertiva nei suoi libri precedenti, ma planando dall’alto, con libero respiro.

E così, il male “particolare” della Calabria più interna e oscura, narrato senza sconti eppure con la pietas che nulla giustifica ma sul dolore di tutti sa soffrire, diventa un tratto universale del tempo che stiamo vivendo. La storia narrata assurge a vicenda universale e la Calabria “nera” coincide con il mondo senza valori se non il potere e il denaro che sembra dominare il presente: “Ma io ho avuto dei diavoli come maestri, non dei santi esemplari. E sulla terra non ci sono dei misericordiosi. Pullulano le vittime bramose di vendetta e primo o poi verrà un peccato a dilaniarmi le carni. Così, cambiare non ha senso, non ne ho voglia, non ne ho la forza. La violenza è un’infezione che piaga la pelle fino alla fine, forse anche oltre la fine, in una dannazione eterna. Non ho altra scelta, né la voglio. Gioco il mio gioco, fino in fondo”.

Ma, finché ci sarà qualcuno che il male dell’oggi sa leggerlo e scriverlo come fa Criaco, ci sarà un motivo in più per sperare che, nonostante tutto, da tutto questo male ci si possa allontanare.