giovedì 23 aprile 2026

Dove canta il cuculo di Gioacchino Criaco


“La verità è che ci sono genitori che proteggono i figli e genitori che stanno poco attenti, e poi ci sono padri che sono la disgrazia dei figli. Di sicuro chi ci ha generato non ha dato il meglio di sé nella nostra educazione, perché magari ha avuto a sua volta cattiva ascendenza: una catena d’intoppi di padri in figli. Una disgrazia che si rigenera, perché nonostante il nostro mondo passi per un affollamento di superuomini, felicità non ne ho mai vista tanta. Esaltazione, momenti di onnipotenza, e poi ansia e paura, e tradimenti, e piombo e galera.”

Dove canta il cuculo, di Gioacchino Criaco, edito da Piemme, è, insieme, una densa vicenda di ndrangheta che intreccia selvaggiume ancestrale e amoralità postmoderna tra Aspromonte, Toronto e Acapulco, una saga familiare segnata da mancanza di padri, madri ignorate e figli sconosciuti, una tragedia greca che guarda in faccia il male come unica possibilità di non far vincere i demoni.

Criaco restituisce una Calabria in cui un passato, anche violento ma che distingueva il bene dal male, convive con un presente che ha lo stesso cinismo amorale di grandi città italiane e del mondo. “La malavita è questo, progetti, rischi, ansie, tragedie, voli altissimi, poi un pezzo di piombo ti scoppia la faccia e puf diventi la foto con i fiori accanto, sopra un comò che chi ti guarda dice che gli ricordi un attore famoso. L'importante è che gli affari proseguano.” Il paesaggio aspromontano, amato visceralmente, partecipa agli eventi come co-protagonista: “Dopo il piano c’è un sentiero che scende stretto fra i lecci, gira di continuo: lo percorro a passo svelto, è un tratto lungo che d’improvviso si allarga, la discesa diventa gentile, gli alberi si diradano, si abbassano, si trasformano in arbusti, si mischiano all’erica. Per un attimo la macchia cede il posto a uno spazio aperto, poi arrivano le felci che diventano via via più alte. La vegetazione torna fitta, varia, avanzo facendomi largo con le braccia. Maledico la veste della Vergine dei monti tutte le volte che al tocco morbido di erica, lecci e felci, si sostituisce l’abbraccio ruvido di ortiche e rovi che, prima solitari, piano prendono il sopravvento e si impadroniscono del terreno che attraverso.”

Vicenda di “maschi” – nessuno dei quali potrebbe stare in una lista di “buoni” – il libro ha una ricca presenza di donne: “Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni. Gli uomini trasmettono ai figli maschi frustrazioni. Le donne mostrano alle femmine le vie della sopravvivenza. Le orfane di madre si impegnano a superare il dolore, a costruire l’amore. Gli orfani di padre rincorrono la distruzione, sono tempeste devastanti di un dolore senza ristoro.

Un noir inteso, Dove canta il cuculo, ma capace di pause, pieno di colpi di scena senza perdere mai compattezza, scritto con stile cristallino – netto nel raccontare la realtà e lirico nell’evocare la natura – che stupisce con la sua “leggerezza” nell’accezione di Italo Calvino: “leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore”.

Con questo libro, Criaco mostra d’aver raggiunto una grande maturità artistica che gli consente di trattare una materia grondante malvagità, cinismo, sangue e violenza, non con il cuore pesante che si avvertiva nei suoi libri precedenti, ma planando dall’alto, con libero respiro.

E così, il male “particolare” della Calabria più interna e oscura, narrato senza sconti eppure con la pietas che nulla giustifica ma sul dolore di tutti sa soffrire, diventa un tratto universale del tempo che stiamo vivendo. La storia narrata assurge a vicenda universale e la Calabria “nera” coincide con il mondo senza valori se non il potere e il denaro che sembra dominare il presente: “Ma io ho avuto dei diavoli come maestri, non dei santi esemplari. E sulla terra non ci sono dei misericordiosi. Pullulano le vittime bramose di vendetta e primo o poi verrà un peccato a dilaniarmi le carni. Così, cambiare non ha senso, non ne ho voglia, non ne ho la forza. La violenza è un’infezione che piaga la pelle fino alla fine, forse anche oltre la fine, in una dannazione eterna. Non ho altra scelta, né la voglio. Gioco il mio gioco, fino in fondo”.

Ma, finché ci sarà qualcuno che il male dell’oggi sa leggerlo e scriverlo come fa Criaco, ci sarà un motivo in più per sperare che, nonostante tutto, da tutto questo male ci si possa allontanare.