Raccontare la scuola è raccontare il mondo. Com’è. Come si vorrebbe che fosse. Come si rimpiange. Come si teme non sarà mai. I rapporti tra le generazioni, le classi sociali, bambini e bambine (e poi ragazzi e ragazze e uomini e donne), la storia del mondo, lo schiavismo, il colonialismo, ecc. La trasmissione delle conoscenze (quali? In che limiti? Per quali obiettivi?). La generosità e la cattiveria, la passione e l’indifferenza, l’appassionato sacrificio di sé e la banalità dei giorni. Rumore, chiacchiere, silenzi, parole che segnano. Non è la prima, non sarà l’ultima, ma Racconti di scuola curata da Cristian Raimo per Einaudi è un’affascinante carrellata nel mondo scuola e, quindi, nel Mondo. Ne segnalo cinque (tutti europei, di cui due di parecchio tempo fa): La scuola di Donald Barthelme; Tutta l’estate in un giorno di Ray Bradbury; L’ultima lezione di Alphonse Daudet; L’elefante di Lawomir Mrozek; Scuola normale femminile di Matilde Serao.
Nella sua prefazione, in cui pone alcuni temi atti ad un dibattito e si sofferma molto anche sulla narrativa fantascientifica e su quella africana postcoloniale, Raimo ribadisce il valore dell’insegnamento di don Milani sul possesso della lingua come base dell’uguaglianza. Oggi si tratta, però, di possedere più lingue e più linguaggi (dall’inglese all’uso di internet all’intelligenza artificiale).
Vorrei aggiungere una nota sull’attualità. L’1 settembre è iniziata la scuola in Ucraina, dove milioni di libri sono stati distrutti dai russi: della serie distruggere una lingua e una cultura per distruggere un popolo. Immagino tanti professori ucraini che insegneranno – anche senza libri, se necessario – che sono un popolo libero che liberamente deve poter decidere il proprio futuro.
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