venerdì 7 aprile 2017

Microstorie: Filone




 Un lieve inarcarsi del sopracciglio e, in risposta, un altrettanto lieve rivolgersi in su dello sguardo – entrambi impercettibili agli altri – fecero alzare all’unisono Elena e Ada.

Si conoscevano da trenta anni e non avevano bisogno di parole per capirsi. Per oltre un quarto di secolo avevano condiviso il lavoro. Arrivare prima e rimanere sole, prima che arrivassero i colleghi, era stato, per tutto quel tempo, la loro quotidiana riserva di ossigeno. Uno scambio di silenzi e parole che le aveva nutrite e legate.

Uscite dalla libreria, tirarono un respiro di sollievo. A quella presentazione, cui non potevano mancare, erano arrivate per tempo, s’erano fatte vedere: poteva bastare. Adesso avevano almeno due ore soltanto per loro. Avrebbero attraversato rapidamente le strade, sarebbero entrate in qualche negozio, fatto qualche spesa. Avrebbero taciuto e riso. E, soprattutto, parlato. Ora che – Ada, in pensione, nessuna delle due con molto tempo da dedicarsi – si vedevano poco ed avevano tanto d’arretrato da raccontarsi.

Come due ragazzine che fanno filone a scuola, risero della trasgressione, leggere dei pesi della quotidianità. Erano uscite di casa per un dovere, ma, poi, s’erano fatte il regalo di un tempo – breve d’orologio, spazioso nel cuore – di condivisione e libertà.

martedì 4 aprile 2017

Il coraggio di un alfabeto nuovo







“…la violenza di cui sono veramente stanco … di battaglie ne ho abbastanza…Sono ancora in cerca della pace…”

Quasi un senso di vertigine.

Mi capita ogni volta che un ragazzo – soprattutto quando evita di farsi troppo vedere dai compagni – mi porge qualche foglietto di carta un po’ raffazzonato (magari uno da quadernone e due da quaderno, due righe e due a quadretti) su cui, dice, ho scritto qualcosa che mi chiede di leggere.

Non, naturalmente, un compito non concluso in classe e poi finito rubando qualche ora alla tv o alla conversazione con i compagni: in questo caso, ci tiene a farsi vedere da tutti. Ma qualcosa, di autentico, di sé.

Qualcosa che, magari, è già difficile pensare e dire a se stesso. Ma ancora più difficile è provare a scriverlo alla tua insegnante (che, per età, possa essere ampiamente nonna rende la cosa più facile o più difficile?). 

E che vuol dire accettare che la pagina scritta possa diventare una forma di comunicazione silenziosa. Qualcosa di molto diverso dal mutismo o dalla chiacchiera. Un dire che non vuole nascondere o falsificare. Piuttosto tende alla verità: nei limiti in cui la si coglie e la si riesce ad esprimere. Con tutte le lacerazioni, le rabbie, le ferite aperte di una giovinezza prigioniera ancora prima di essere imprigionata.

Come se chi scrive si fermasse davanti ad uno specchio, si guardasse con attenzione, si scrutasse occhi, capelli, fronte, labbra, prendesse coscienza di essere proprio lui: Gennaro, Marco o Giuseppe: con la propria fragilità e la propria forza, le proprie chiarezze e tutto il turbine caotico dei propri pensieri, sentimenti, desideri, attese.

E dall’adulto-specchio si aspettasse niente di più che un cenno, una frase, un sorriso che lo rafforzi o lo sconfermi in questo suo, inquieto e vitale, coraggioso articolare un alfabeto nuovo. Di una lingua non più, in un modo o in un altro, imposta dall’esterno, ma quella libera in cui ci si può identificare e trovare pace.

lunedì 3 aprile 2017

Quando Gesù si mise a scrivere







Gesù si chinò e si mise a scrivere
col dito per terra...
Chinatosi di nuovo,
scriveva per terra (Giovanni 8,6.8)

La liturgia di oggi (Vangelo di Giovanni, ma il brano sembra dover essere attribuito a Luca) contiene l’unico passo del Vangelo in cui Gesù – il cui insegnamento è tutto orale – scrive. 

Che cosa non si sa anche se, nel tempo, ipotesi e interpretazioni non sono mancate.

«Una delle più famose e ancora oggi in voga - formulata per primo da Girolamo (IV-V secolo) - è quella secondo la quale Gesù scrive i singoli peccati di coloro che conducono la donna sorpresa in flagrante adulterio. Altri ritengono che, in consonanza con l’uso romano, Gesù scriva il suo verdetto nei riguardi della donna e dei suoi detrattori prima di pronunciarlo. Altri ancora segnalano che il gesto di Gesù col dito richiama la scrittura della Legge da parte di Dio su tavole (Es 31,18; Dt 9,10). Gesù scriverebbe, quindi, la nuova Legge dell’amore misericordioso. Per alcuni infine Gesù fa riferimento a Ger 17,13 in cui il profeta parla del tempio (proprio dove si trova Gesù in quel momento): O speranza d’Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva.» (padre Filippo Belli, docente di Teologia biblica)

Chissà se Gesù ha davvero scritto delle parole o, semplicemente, tracciato linee nella sabbia, come capita a molti di scarabocchiare ascoltando un dibattito. Molto probabilmente, anche se non c’erano parole scritte (e non tutti, comunque, sarebbero stati in grado di leggerle), ognuno dei presenti ha visto segnata lì, a caratteri cubitali e indelebili, la propria colpa.

Il fascino di quelle parole scritte sta tutto nel fatto che nessuno le può leggere, ma ciascuno le può sentire.