martedì 10 febbraio 2015

Il mio giorno del ricordo






Dall’intervento di Lucia Bellaspiga a Montecitorio per la Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata: Chiedo in prestito le parole al presidente emerito Giorgio Napolitano: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”, ha detto nel 2007, rompendo dopo 60 anni la cortina del silenzio. “Il moto di odio e di furia sanguinaria” aveva come obiettivo lo “sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”. Ma soprattutto gli siamo grati per il mea culpa pronunciato a nome dell’Italia: “Dobbiamo assumerci la responsabilità dell’aver negato la verità per pregiudizi ideologici”. http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/orazione-bellaspiga-giorno-ricordo-foibe.aspx

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Tralascio il libro che sto leggendo La lanterna magica di Molotov di Rachel Polonshy, per leggere di foibe – oggi, giornata del ricordo – con, in sottofondo, la voce di Endrigo.

E mi viene una gran voglia di rileggere uno degli autori che ho amato di più, Fulvio Tomizza.

Non c’è una terra italiana – Calabria esclusa – che io mi sia mai sentita più vicina dell’Istria (che non ho mai visto).

martedì 3 febbraio 2015

Il discorso di Mattarella visto da Nisida






Alle 9.20 scendiamo – tutti i ragazzi che frequentano la scuola (meno pochissimi che vogliono restare in aula) e gli insegnanti (meno uno che rimane con i ragazzi di cui sopra) – a vedere, in tv, il giuramento del nuovo Presidente e, soprattutto, a sentire il suo discorso.

Visto che sto qui da più di un trentennio, non è la prima volta che provo a far sentire ai ragazzi un discorso d’insediamento del Capo dello Stato.

La novità, rispetto a precedenti esperienze, sta nel fatto che esco dalla mattinata senza aver dovuto sostenere una faticata.

I ragazzi ascoltano, attenti. Solo qualcuno mostra tracce di cedimento d’attenzione negli ultimi minuti.

Poi, proviamo a commentare. A legare quello che ha detto Mattarella agli articoli fondamentali della Costituzione (soprattutto al 3), che abbiamo già letto e spiegato in classe.

Un ragazzo osserva: Non ha detto niente delle carceri. Ma non ne viene fuori nessuno strascico polemico: se il concetto è applicare la Costituzione, l’articolo 27 l’abbiamo studiato bene, quindi è sottinteso che…

Insomma, una bella lezione di Cittadinanza e Costituzione (a me non dispiace chiamarla ancora Educazione Civica). 

Grazie, Presidente.


domenica 1 febbraio 2015

La fortezza di Jennifer Egan e la scrittura in carcere







La fortezza di Jennifer Egan è un gran bel romanzo sull’immaginazione, la fantasia, la rappresentazione (mentale e dei media), e sul loro rapporto con la realtà. Meglio ancora, riguarda il rapporto tra la realtà dell’immaginazione e l’irrealtà dell’esperienza insieme all’irrealtà della prima e la realtà della seconda. Insomma, un libro, in cui la trama è un continuo passaggio di specchi, dove è chiaro che la verità si trova (se si riesce a farlo e, soprattutto, se c’è) a livelli sempre più profondi e, quindi, più lontani, dalla superficie sensibile.

Ambientato in un castello medioevale in ristrutturazione e una prigione, il libro si costruisce, via via, come la scrittura di una scrittura di una scrittura, rivelando solo nelle ultime pagine l’interconnessione tra le due fortezze.

Al centro del libro (anche se recensioni che ho letto dicono altro e danno particolare attenzione a Danny e al cugino), c’è infatti la scrittura e il rapporto che si instaura, in carcere, tra Holly, insegnante, del corso di scrittura, con un passato di tossicodipendenza e il detenuto Ray, colpevole di omicidio.

C’è uno scontro tra i due, quando Ray, alla seconda lezione, scrive un racconto su un tipo che si tromba l’insegnante del corso di scrittura in uno sgabuzzino, finché la porta non si apre di colpo e…e l’insegnante gli indica la porta:

La porta è lì, mi dice Holly, e la indica. Perché non ti alzi e te ne vai?

Non mi muovo. Potrei anche uscire, ma poi dovrei restare in corridoio ad aspettare.

E quel cancello? Adesso Holly sta puntando il dito fuori dalla finestra. Di sera il cancello è illuminato: i giri di filo spinato in cima, la torretta con il cecchino dentro. E le porte della tua cella?, mi chiede. O le porte del blocco? O le porte delle docce? O le porte della mensa, o le porte dell’ingresso per i visitatori? Quanto spesso vi capita di toccare la maniglia di una porta, signori? Vi sto chiedendo questo.

L’ho capito appena l’ho vista, che Holly non aveva mai insegnato in carcere. Non per l’aspetto fisico: non è una ragazzina, e si vede che non ha avuto una vita facile. Ma la gente che insegna in carcere ha attorno una corazza che a Holly manca. Dalla voce percepisco il suo nervosismo, è come se si fosse preparata ogni parola di questo discorso sulle porte. Ma la cosa assurda è che ha ragione. L’ultima volta che sono uscito di galera, davanti alle porte mi fermavo e aspettavo che qualcuno le aprisse. Ci si dimentica che effetto fa aprirle da soli.

Holly dice: Il mio compito è mostrarvi una porta che potete aprire voi. E si batte le mani in cima alla testa. E’ una porta che vi conduce dovunque vogliate andare, dice. Io sto qui per farvi fare questo, e se a te non interessa per favore risparmiati di venire, perché il finanziamento per questo corso copre solo dieci allievi, e ci vediamo solo una volta alla settimana, e non ho intenzione di far perdere tempo a tutti con delle prove di forza da deficienti.

Si avvicina al mio banco e mi guarda. Io alzo gli occhi e guardo lei. Vorrei dirle: Ne ho sentiti di pipponi motivazionali cretini in vita mia, ma questo li batte tutti. La porta che abbiamo in testa, ma per favore. E però, mentre parlava, ho avvertito un piccolo scoppio dentro il petto. [...] quando Holly parlò di quella porta che abbiamo in testa, mi successe qualcosa. La porta non era vera, non c’era nessuna porta nella realtà, era solo linguaggio figurato. Cioè era una parola. Un suono. Porta. Ma io la aprii e uscii fuori.