giovedì 9 giugno 2016

Dardos, un premio per i blogger







Grazie a Mara Rechichi che, nel suo Blog – http://mararechichi.it – mi ha inserito tra le nomination del premio Dardos.

Confesso che nulla sapevo di questo riconoscimento, che – scrive Mara – “fu assegnato per la prima volta nel 2008 dallo scrittore spagnolo Alberto Zambade rivolgendolo a quei blogger che si sono distinti per il loro impegno a trasmettere contenuti di carattere culturale, etico e letterario”.

Dovrei, a mia volta, proporre 15 nomination. Vale lo stesso se mi fermo a 10, alcuni molto altri un po' meno noti, ma che seguo tutti con piacere?





Pasqualino Placanica http://paplaca.blogspot.it/













giovedì 2 giugno 2016

Il diario di preghiera di Flannery O' Connor, ovvero le scamorze mistiche








«Vorrei tanto riuscire a avere successo in questo mondo riguardo a ciò che voglio fare. Ti ho pregato per questo motivo con la mente e i nervi e al colmo della tensione ho detto: “Oh, Dio, Ti prego” e “Io devo” e “Ti prego, Ti prego”», «Ti prego, fa’ che i princìpi cristiani pervadano la mia scrittura e fa’ che i miei scritti (pubblicati) siano numerosi abbastanza per diffonderli», «Per favore aiutami caro Dio a essere una brava scrittrice e a riuscire a far accettare qualche altra mia opera. Certo, questo è così lontano da ciò che merito, che naturalmente sono colpita dalla mia sfrontatezza», «Ti prego di far sì che la storia, caro Dio, nelle sue revisioni, sia scritta in maniera talmente chiara da scongiurare interpretazioni false &meschine (…) Non so, caro Dio, ma vorrei che ti prendessi cura di farla sembrare una buona storia perché non so come, proprio quando non riuscivo a scriverla, è arrivata.», «(…) voglio essere una brava scrittrice. Ogni successo tenderà a montarmi la testa – anche inconsciamente. Se mai riuscirò a diventare una brava scrittrice non accadrà per il mio talento ma perché Dio mi ha fatto credito per quelle poche cose che Egli ha gentilmente scritto per me. In questo preciso momento questa non sembra la Sua politica. Non riesco a scrivere nulla. Ma continuerò a provare – questo è il punto.»

Tra il gennaio1946 e il settembre 1947, Flannery O’ Connor scrive un Diario di preghiera, ora pubblicato in Italia da Bompiani, da cui emerge la profonda convinzione dell'allora giovane universitaria che il suo destino terreno è essere una scrittrice, e che tale destino corrisponde alla sua vocazione trascendentale per santificarsi: «Voglio essere l’artista migliore che mi è possibile essere, al servizio di Dio.»

Ma l’aspetto più generalmente interessante di queste pagine è quel sentirsi in difficoltà rispetto alla preghiera («Non c’è nessuno che mi insegni a pregare?»), che probabilmente sperimentano tutti coloro che provano quotidianamente a rivolgersi a Dio, il bisogno di legare insieme il profondo radicamento alla terra con la spinta a rivolgersi all’alto: «Quello che chiedo è davvero molto ridicolo. Oh, Signore, vado dicendo, al momento sono una scamorza, fai di me una mistica, immediatamente» e l’urgenza di sperimentare un proprio, personale colloquio con Dio: «Non intendo rinnegare le preghiere tradizionali che ho detto tutta la vita; ma le dico e non le sento. La mia attenzione è sempre molto fuggevole. In questo modo sono attenta in ogni istante. Posso sentire un calore d’amore che mi riscalda quando Ti penso & e Ti scrivo. Ti prego non lasciare che le spiegazioni degli psicologi lo raffreddino di colpo. La mia intelligenza è così limitata, Signore, che posso solo affidarmi a Te per preservarvi come dovrei essere.»

Un libro, quindi, non solo per chi apprezza la O' Connor, per anche per tutti quelli che si chiedono il senso della preghiera, che si domandano come pregare (c'è una risposta di Gesù che ognuno deve rielaborare), che si interrogano sulla sincerità, sull'effettiva fede-speranza-carità del proprio rivolgersi a Dio.


Notarella sull’edizione italiana: Il libro è stato pubblicato solo in edizione cartonata (e non c’è in ebook). Ha 110 pagine, di cui 39 (da pagina 17 a pag 56) sono costituite dal Diario; da 5 a 16 ci sono la (bella) prefazione di Mariapia Veladiano, l’introduzione di Sessions e la nota del curatore e da pag. 57 a pag 110 la riproduzione del manoscritto della O’ Connor, che può interessare, immagino, solo pochissimi specialisti dell’autrice in questione. Il costo è, comunque, relativamente contenuto: 11 euro.

mercoledì 1 giugno 2016

A me Gomorra piace. E tanto







Arrivati ormai all’ottavo episodio, non ho dubbi che la seconda stagione di Gomorra la serie mi piace almeno quanto la prima.

Di solito, non reggo più di qualche minuto spettacoli in cui il sangue scorre come acqua, ma mi dispiacerebbe non vedere Gomorra. Perché è scritto bene, è girato bene, è recitato bene. Perché fa una scelta narrativa chiara – raccontare il male dalla parte del male – e lo fa senza infingimenti: in maniera cruda, spietata: morale, senza moralismi. E' capace di raccontare personaggi dalle psicologie più sfaccettate rispetto alla ripetitività dei loro crimini. E' uno spettacolo avvincente e mi da spunti di riflessione sulla realtà.

I ragazzi di Nisida, con cui ho lungamente discusso sulle ricadute della fiction sull’atteggiamento dei più giovani, mi hanno più volte ripetuto che: 

-          a loro la fiction (che tutti loro aspettano di vedere appena arriverà sulla tv pubblica, su cui hanno seguito la prima stagione) non dice nulla di nuovo rispetto a cose che conoscono, che hanno vissuto, anche se in maniera indiretta (fanno delle comparazioni tra i personaggi della fiction e persone reali, esponenti più o meno di rilievo della camorra);

-          ma, per “quelli più piccoli” è “uno spettacolo negativo; i ragazzini vedono e si atteggiano, si vestono come Genny e pensano di potersi comportare pure loro così” (e, qualcuno aggiunge che lo spettacolo è negativo anche in termini di immagine della città: “noi già stiamo inguaiati, e così all’estero più pensano che siamo inguaiati”).

Posizione, quest’ultima, non diversa da quella dei tanti (compresi alcuni magistrati) che hanno denunciato il carattere antieducativo della fiction. 

Ma Gomorra è davvero antieducativa?

Non lo è, certamente, per chi, quando e più vede il male, più auspica e cerca il bene: e si pone, magari, domande su come la società possa uscire da meccanismi che coinvolgono una parte della propria città (ma, anche, del proprio paese e del mondo intero).

Lo è per chi (solo talvolta per la giovane età) non ha sufficienti strumenti di lettura della fiction, e, in generale, del rapporto tra realtà e finzione. Che è, di solito, lo stesso che non ha sufficienti strumenti di lettura di quanto la tv manda in onda (comprese trasmissioni decisamente antieducative in cui non passa alcuna immagine formalmente violenta, ma che inoculano dosi massicce di volgarità, che non migliorano di certo la qualità della vita della collettività).

Il problema non è Gomorra – che potrebbe, addirittura, avere la funzione opposta, quella educativa spingendo ad odiare il male (come sono tristi, questi eroi malefici che cadono come birilli uno dopo l’altro, in che abiti inumani si costringono a vivere) e ad agire per cambiare le tante cose che vanno cambiate (le lividi immagini della periferia napoletana sono di per sé un urlo contro il degrado di certi luoghi).

Il problema, piuttosto, è una sorta di deficit culturale e, più in generale, di una insufficiente attenzione ai tempi e ai modi del crescere. Che fa sì che anche i bambini piccoli, a causa dell’indifferenza delle loro famiglie, vengano esposti a visioni che, per contenuti ed immagini, non sono adatte ad un pubblico facilmente impressionabile (bambini lasciati per strada in ore in cui si presume che, a una certa età, sarebbe più opportuno stare a casa).

Qualcosa potrebbe fare la scuola, anche durante la prevista apertura estiva, con dei brevi corsi di lettura cinematografica e televisiva.