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lunedì 12 marzo 2018

La maligredi di Gioacchino Criaco








«Le nostre madri che erano mamme di gelsomino, fate a colori che ogni notte estiva l’accendevano come lucciole: contavano ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e le depositavano con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco. (…) Da mezzanotte a giorno fatto cantavano in mezzo ai filari di gelsomino per ingannare come sirene quei timidi vampiri bianchi che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale. Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, e le donne li contavano perché i padroni non le imbrogliassero sul peso; le campionesse arrivavano a quarantamila per notte, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei figli. Solo chi le ha odorate, quelle albe dense di ritorni profumati, sa quanto eroismo c’è stato nelle madri calabresi. Solo chi li ha visti, i trucchi buoni a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, ha assaggiato il coraggio magico delle madri calabresi. Solo chi c’è stato, nella pancia del popolo calabrese, può saperlo che ci abbiamo provato a essere migliori.»

A dieci anni dalla pubblicazione di Anime Nere, Gioacchino Criaco firma con La maligredi, che Feltrinelli manda in libreria l’otto marzo, un romanzo maturo e complesso: una sorta di autobiografia di una Calabria che, tra la fine degli anni cinquanta e quelli sessanta del secolo scorso, perso il suo passato non privo di male ma ricco anche di favole, santi ed eroi, subisce la sconfitta del sogno di un futuro migliore.

Raccontando la sua infanzia e prima adolescenza, il protagonista della storia, Nicola, oscilla tra due sentimenti. Da una parte, il riconoscimento, mai così esplicitato nella letteratura calabrese, dell’imprescindibile ruolo delle madri: «…io sono stato fortunato, ho avuto per madre una mamma di gelsomino Io lo so che nelle lotte più belle ci sono sempre state le nostre donne in prima fila. E anche se abbiamo perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Che, se ancora una speranza c’è, lo si deve alla forza morale delle nostre madri, che anche durante le tempeste più buie hanno fatto di tutto per indirizzarci alla luce. (…) Io lo so, le madri calabresi non hanno colpe; a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo del gelsomino.»

Dall’altra, la convinzione che una sorta di maledizione ha accompagnato la vita degli africoti, segnando per loro partenze, piombo, carcere: «“Lo sapete qual è la maledizione peggiore del demonio? La maligredi,” disse senza aspettare risposta. “Che è la brama del lupo quando entra in un recinto e, invece di mangiarsi la pecora che gli basta per sfamarsi, le scanna tutte. Quando arriva, la maligredi spacca i paesi, le famiglie, fa dei fratelli tanti Caini e avvelena il sangue fino alla settima generazione... È peggio del terremoto, e le case che atterra non c’è mastro buono che sa ricostruirle. A un torto si risponde con la giustizia, che se si lascia sfogare la vendetta diventiamo lupi di noi stessi e ci mettiamo in casa la maledizione.”»

Negli anni successivi all’alluvione del 1951, gli africoti vengono spostati dal loro paese, sulle falde dell’Aspromonte, in una zona marina. È un mondo povero, unito intorno ai miracoli dei suoi santi protettori. S’intravvedono segnali di modernità (la cucina a gas, il frigorifero, qualche rara tv), ma l’economia resta sottosviluppata, con gli gnuri, i proprietari di terra, chiusi in un interesse miope. Lo Stato, sotto forma di forze dell’ordine, è considerato estraneo, quando non ostile e i malandrini sono, se non amati, da tutti rispettati in quanto dritti. 

Nicola vive con la madre e le due sorelle: «Tanto mio padre non c’era, era in Germania adesso, come buona parte dei padri e dei fratelli grandi del paese. Lui faceva le macchine a Wolfsburg», dove, costruitasi una nuova famiglia, si fermerà definitivamente.


A Nicola, e ai suoi due amici più fidati, Antonio e Filippo, viene ben presto offerta la possibilità di fare soldi facilmente. Nello stesso tempo, Nicola scopre la bellezza del lavoro e del guadagno ottenuto col sudore, e, soprattutto, viene coinvolto dalla passione politica di Papula, che sogna una nuova Africo e un nuovo mondo: «“La rivoluzione è cambiare tutto quello che non ci piace, fare le cose che non possiamo fare, avere diritti senza passare da un compare. La rivoluzione è non prendere le mazzate dai carabinieri solo perché così gira al maresciallo...”»

La ribellione popolare riesce ad ottenere l’apertura della stazione ferroviaria di Africo Nuovo e Papula guida ad obiettivi più ambiziosi: «“Noi ce l’abbiamo una fabbrica grande, più grande di molte che stanno al Nord o in Germania: l’Aspromonte,” (…). L’Aspromonte per Papula era il passato migliore che avevamo avuto, perché nonostante i tiranni, i padroni che avevano cambiato di nome col trascorrere dei secoli, le malattie, le catastrofi, il sudore e la fame, era stato l’unico a proteggerci. Eravamo qui perché lui ci aveva covato come una chioccia – anzi lei, perché Papula sosteneva che era una femmina, una grande madre.»

La sconfitta della rivolta popolare appare subito epocale, irreversibile: «Ma non eravamo più un paese, un pugno d’anime che lottava da millenni contro qualunque demonio. Eravamo solo una parte, e solo una parte delle rughe e delle baracche. Il paese era diventato tre paesi: uno che lottava, uno che assisteva, per fame o per paura, e uno che era diventato il nemico.»

Persa «l’unica certezza che avevamo sempre avuto, di appartenere a un posto», viene sconfitto anche il misconosciuto sessantotto calabrese, spazzando via il cooperativismo contadino e le lotte operaie, in cui avevano avuto un ruolo di primo piano le donne. E molte vite personali avranno sviluppi inquieti e lontani dalla Calabria.

«La maligredi (…) ha ingoiato quasi tutti in un enorme buco nero. (…) La maledizione ce l’avevamo addosso, ce la dovevano levare prima di farci partire. È stata piombo nelle rughe, fuori dalle rughe, in paese; nelle rughe di altri paesi e in tutti i paesi della Jonica. La maligredi è stata carcere, prigione infinita per tanti ragazzi del paese e di tutto il circondario, ne ha divorato sadicamente le vite, meno pietosa del piombo. Ne ho incontrati centinaia, migliaia. Non li ricordo più. Sì, la maligredi è stata molte cose e ha assunto le forme più svariate per portarsi via i figli che la grande madre aspromontana ha generato dal seme del Libeccio.»

Romanzo in prima persona, eppure corale, spietato e dolce, La maligredi impasta sentimenti anche contraddittori (dal ricordo amorevole o orgoglioso al rancore insofferente e rabbioso) e non poche asperità nella valutazione dei fatti in una visione rasserenata non solo dalla distanza spazio-temporale dagli eventi, ma, soprattutto, da una raggiunta maturità: la consapevolezza che il male che la Calabria ha accumulato nei secoli – e che la generazione di Nicola ha personalmente scontato – non elimina il bene che essa stessa è riuscita a vivere.

Superando la scordanza, che, pure, spesso, gli è servita a sopravvivere, i calabresi possono tener conto, con cuore e mente ferma, del male e del bene passati, delle ambiguità e delle contraddizioni della loro storia per affrontare la realtà presente.

Narrazione distesa e intensa, stile di sobria pienezza, personaggi indimenticabili (da Papula a Cata a papa all’ex maresciallo Giannino), pagine indimenticabili (come la fuga in Aspromonte di Nicola e compagni) con La maligredi Gioacchino Criaco (ri)porta la Calabria al vertice della narrativa italiana di questi anni.

Pubblicato su Zoomsud:

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mercoledì 2 dicembre 2015

Il popolo di legno di Emanuele Trevi





«Scavando più a fondo si arriva a un livello in cui la vita umana si limita a ronzare, come un frigorifero, rumore indistinto tra i mille rumori della notte; e questo ronzio ispira, in chi ascolta, solo indifferenza. Ma a un livello ancora più profondo, più vicino al nucleo, la vita umana fa ridere. Un riso cretino, come quando Stanlio e Ollio combinano un guaio.»

Il popolo di legno di Emanuele Trevi, pubblicato da Einaudi, è uno dei testi letterari più chiaramente nichilisti dell’ultimo decennio.

Avrei lasciato all’inizio questo libro – scritto molto bene, e decisamente molto meglio di tantissimi altri che ho letto quest’anno, ma ben poco rispondente ai miei gusti – se non fosse stato per l’ambientazione calabrese. 

Vicenda e personaggi avrebbero potuto essere inseriti in un altro ambiente, visto che «come tutti possono vedere, il mondo è quasi totalmente popolato di poveri stronzi e figli di puttana, tutti appesi a una ruota che trasforma i primi nei secondi e viceversa».

Eppure, la specifica insensatezza calabrese appare consustanziale alla vicenda. 

E non per ragioni storiche: «Negli anni Sessanta del Novecento, quel mondo millenario, immutabile, la cui essenza sembrava composta di miseria, beata ignoranza e mancanza di prospettive era agli sgoccioli. Già premevano ai confini le avanguardie del progresso: svincoli di autostrade e superstrade, supermercati, progetti di villaggi turistici. Tutto sarebbe diventato irriconoscibile con la velocità di una catastrofe naturale. Nessuna forza al mondo avrebbe potuto riportare indietro o anche solo rallentare quella devastazione che aveva tutte le apparenze di una festa. Eppure, chiunque avesse vissuto un solo giorno di quella vita antica, prigioniera di se stessa, incapace di qualunque immaginazione, avrebbe sviluppato con il tempo un senso molto acuto – come definirlo? – dell’irrealtà della realtà.» Ma per intrinseche motivazioni esistenziali.

Ha scritto Massimo Recalcati su Psychiatry Online:
«La Calabria di Trevi è una Calabria bekettiana; il deserto senza Dio di Finale di partita. Non è solo una regione dell’Italia abbandonata a se stessa, ma acquista in Trevi la dignità di una cifra della nostra condizione pensata al di là di ogni consolazione e di ogni promessa di redenzione e di riscatto. Come l’Aci Trezza di Giovanni Verga, la Sicilia di Vittorini o le Langhe di Pavese, ma senza che sussista più alcun afflato lirico, alcun segno di resistenza. Essa è perciò più simile alle periferie romane descritte da Pasolini: popolo lasciato fuori, scartato, senza più lingua, senza speranza, senza identità, vittima di uno sviluppo cieco, senza progresso.
I calabresi sono il “popolo di legno”, il popolo che fa esperienza dell’abbandono, dell’insensatezza della vita, della vita che può non valere nulla, che non ha orizzonte, destinata a incenerirsi nel vuoto. Eppure in questo mondo fuori dal mondo prende improvvisamente corpo l’idea di una impresa: dal pulpito di una piccola rete televisiva il Topo conduce una serie di trasmissioni titolate Le avventure di Pinocchio il calabrese. In questa Calabria senza scampo, il Topo osa prendere la parola. Lo fa sfiorando ogni volta la farneticazione e la visione allucinata, ma da essa si sprigiona una forza nuova e imprevista. La parola di un figlio di nessuno raduna il popolo di legno. Se l’Uomo è morto allora viva il burattino di legno! La tesi del Topo è radicale: c’è più verità nella vita come non-senso che nell’idea umanistica della vita come dono. Le sue prediche sono un inno all’anima di legno, all’anima senza Io, all’anima infima, disincantata che non crede più a nessuna illusione. “Noi non siamo i figli della realtà, e non siamo fratelli di nessuno. Noi siamo figli di noi stessi. I figli del falegname. Come Gesù, come Pinocchio”. Il Topo non crede né a Dio – la religione è ai suoi occhi solo un rituale superstizioso -, né all’Uomo, ma solo al legno; non crede al bambino di carne che risorge dal burattino ribelle, ma a quel burattino in preda della vita e alla sua danza sull’abisso. “Chiunque desideri liberare se stesso e gli altri – si chiede – , deve contemplare e desiderare la morte? Come se per liberare una casa da un’antica maledizione fosse necessario raderla al suolo”. (….) Si può conferire un significato alla nostra esistenza se l’esistenza è alla sua origine priva di senso? E’ questa la domanda che incalza assillante in tutte le pagine del romanzo e che attraversa la vita stessa del Topo. Senza eredità, orfano assoluto, egli può accedere solo furiosamente alla libertà. La verità è nel legno o nella carne? Il Topo capovolge provocatoriamente lo schema umanistico: Pinocchio non acquista la sua libertà liberandosi dal legno per divenire carne, ma la perde perché perde la forza ostinata del legno. Egli denuncia come l’assoluto male coloro che vogliono fare il nostro bene. La sua lettura di Pinocchio è anarchica; il racconto di Collodi è quello di una repressione organizzata: la vita selvatica del legno deve essere abbandonata per lasciare il posto a carne addomesticata. Il Topo ribalta le leggi dell’evoluzione: meglio il legno della carne, meglio la libertà della mera sopravvivenza della vita. Il popolo di legno è un popolo che resiste? Anche il fuoco acceso dalla parola del Topo è destinato a spegnersi.»

Il popolo calabrese, naturalmente popolo di legno può, secondo Trevi, più facilmente apprezzare e naturalmente riconoscersi nel messaggio anti-umanista del Topo, che rade al suolo ogni idea di progresso e si lascia vivere, con indifferenza innocente, senza attesa alcuna (e conseguente impegno) di redenzione.

Recensione pubblicata su Zoomsud: 

domenica 19 gennaio 2014

"E' così lieve il tuo bacio sulla fronte" di Caterina Chinnici







Ho passato questo pomeriggio a leggere, con emozione profonda,  E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte, il libro, bello e necessario, che Caterina Chinnici ha dedicato alla storia di suo padre, grandissimo magistrato, ucciso dalla mafia (oggi avrebbe compiuto 89 anni).


Da qualche anno, Caterina Chinnici è a capo del Dipartimento giustizia minorile e, in questa veste, mi è capitato di incontrarla un po’ di volte. Provando ogni volta un tremore forte al solo, salutandola, pronunciare il suo cognome.

Perché quel cognome mi è rimasto in mente dal 29 luglio di 30 anni fa (come da venti anni mi sono rimasti in mente Falcone e Borsellino): come un dolore anche mio e un’anche mia gratitudine a chi, avendo il coraggio di adempiere fino in fondo il proprio dovere, dà agli altri un motivo in più per cercare di essere persone decenti.