domenica 1 marzo 2020

Sete di Amèlie Northomb





Non è del tutto originale il Cristo eretico di Amèlie Nothomb. Sull’amore di Gesù per Maria Maddalena, per esempio, Martin Scorsese ci ha costruito, tanti anni fa, La tentazione di Cristo.


Eppure le poco più di cento pagine di Sete – non una parola, un aggettivo più del necessario – hanno una forza rara. Dall’attacco ironico – con la sfilza dei miracolati che diventano accusatori – al dramma dell’ultima notte, al dolore della crocifissione alla “presenza” successiva alla morte, è una meditazione, sospesa tra l’urlo e il silenzio, del “più incarnato tra gli uomini” sulla vita, la fragilità e la bellezza dell’umano, l’importanza del corpo, le contraddizioni della religione, la “sete” che mai ci abbandona: 

«Ciò che sentite quando state morendo di sete, coltivatelo. Lo slancio mistico non è che questo. E non è una metafora. La fine della fame si chiama sazietà. La fine della stanchezza si chiama riposo. La fine della sofferenza si chiama conforto. La fine della sete non ha nome. La lingua, nella sua saggezza, ha capito che non è possibile creare il contrario della sete. Ci si può dissetare, ma la parola dissetamento non esiste. Ci sono uomini che pensano di non essere dei mistici. Sbagliano. Basta essere stati sul punto di morire di sete, anche solo per un attimo, per avere pieno diritto a questo appellativo. L’istante ineffabile in cui l’assetato porta alle labbra un bicchiere d’acqua è Dio.»

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