venerdì 14 dicembre 2018

La pizza felice










A scuola – nell’aula grande dove
ti piaceva discutere –
avevi il pallore affilato
di chi è lavorato dentro
-come pasta più volte impastata-
dal fuoco della scelta
più difficile:
ri-costruirsi.

Modi rispettosi sempre,
ma negli occhi lampi
di battaglia: il piatto stracolmo
delle malvagità subite, piccola porzione
dei mali del mondo, il piatto ormai
intollerabile degli errori tuoi:
e, in mezzo, i pesi da scegliere
per ribaltare, nella tua giovane vita,
gli uni e gli altri:
l’orgoglio, la voglia di vita nuova,
il riconoscerti un’intelligenza altra,
la forza di affrontare
la fatica delle scale da salire,
delle porte da varcare,
delle montagne da scalare
quelle intorno, quelle dentro di te:
il coraggio d’abitare la solitudine
del cambiamento.

Nel bel locale dove lavori,
-ma studio pure, mi sono riscritto a scuola -
il sorriso aperto
e gli occhi sinceri,
raccontano la tensione
d’apprendere, giorno dopo giorno,
l’arte del diventare
-padre e madre di te stesso -
l’uomo della tua attesa.

È buona la tua pizza, sempre più buona
e lascia in bocca il profumo
d’una possibile, semplice
felicità.

giovedì 13 dicembre 2018

Le ragazze di Pozzuoli






C’è un momento in cui tutti – i pastori (le pastore) e gli ospiti – lentamente si raccolgono intorno alla Natività. Le 40 donne in scena, dalla ballerina-salomè alla venditrice di caciotte alla dormiente benino, con i magi-maghe, vanno verso Maria-Giuseppe e il Bambino e si bloccano in un fermo immagine che il silenzio degli astanti, stretti in cerchio, rende ieratico. All’apice di un’emozione intima, arriva la distonia della scena di Eduardo e Luca: Ti piace ‘o presepe. No, che scioglie i segreti fremiti di ciascun spettatore in un battimani liberatorio.

Mi commuovo, al presepe vivente organizzato dalle mie colleghe nel carcere femminile di Pozzuoli e, quando provo a complimentarmi, devo fermarmi per evitare le lacrime.
Abituata al carcere e ai miracoli dentro il carcere, non mi capita di lasciar trasparire così le mie emozioni. Sono sopraffatta da due considerazioni.

La prima (identica a quella di alcuni spettacoli a Nisida) è il dolore per tanta bellezza, tanta energia che (inaccettabile ingiustizia sociale) non ha trovato modo di esprimersi prima di arrivare in carcere, la speranza che ci sia un’altra possibilità (come per le pezze finora inutili con cui sono stati fatti i loro, meravigliosi vestiti di scena) e l’annesso timore che la speranza possa restare illusione.

La seconda è l’ammirazione, lo stupore di quello che può fare la scuola.
Quando sono arrivata a Nisida, c’erano ospiti in alcuni locali dell'allora IOM, le donne del carcere di Pozzuoli, chiuso per via dei problemi derivati dal bradisismo. Non svolgevano attività. Passavano molto tempo, quando il clima lo permetteva, a prendere il sole. Lasciavano una sensazione, tristissima, di una sguaiataggine, come di una volgarità irredimibile. Stasera, non solo le più giovani, dai corpi naturalmente aggraziati, ma anche quelle, per età o condizioni, mature e magari un po’ goffe, avevano lineamenti ingentiliti dall’essere immerse in quel meraviglioso insieme che è la mescolanza di umanità e cultura.

Le ragazze di Pozzuoli sono state bravissime. Le loro insegnanti, tanto, tantissimo di più.

sabato 8 dicembre 2018

Maria, signora dell'Avvento






Se d’inverno aspetti qualcuno, provi a creargli calore intorno: i termosifoni accesi, le coperte sul letto, un buon brodo fumante. Lo sento così l’Avvento: l’anima che si fa tepore di un grembo accogliente.

È tempo privilegiato , questo, di quelli che, nel Rosario, si chiamano Misteri gaudiosi e che, di fatto, hanno a che fare con la vita delle donne: cristiane, credenti in altre fedi, indifferenti alla religione, orgogliosamente atee: lo stupore della gravidanza (sempre, verginale, frutto sì d’una coppia ma che sempre la trascende), la meraviglia della nascita, il riconoscimento che un figlio è gioia suprema ma anche la spada che potrà distruggere ogni tua felicità, la consapevolezza che un figlio è altro da te e la sua vita avrà un percorso che non ti appartiene.

Sul secondo dei Misteri gaudiosi (la visita di Maria a Elisabetta, l’anziana parente, anche lei in attesa di un figlio), quand’ero piccola mi avevano insegnato – e così ho pensato anch’io per lungo tempo – che la vicenda sottolineasse il ruolo di servizio di Maria e richiamasse i credenti ad un identico ruolo.
Da qualche tempo, mi piace coglierne un altro aspetto. La giovane Maria, che sta affrontando una scelta voluta ma che se sente più grande di lei, trova il silenzio e le parole di cui ha bisogno in un’altra donna: non la madre, ma una parente-amica con cui può confidarsi e trovare conforto e sostegno. Me le immagino in un cortile, con Elisabetta che fila e Maria che le porta l’orcio con l’acqua fresca da bere: un’intimità di sguardi, di tenerezze, di scambi, tra chi ha l’esperienza dell’età e chi dell’età ha la forza.
Penso che una ragazza che può fidarsi di una donna adulta è molto fortunata.





Piccolo racconto d’Avvento. Nonno prepara il presepe. Mette Madonna e San Giuseppe nella grotta e il bambino, fuori, rivolto a chi guarda. Arriva la nipotina, tre anni, guarda con molta attenzione, poi gira al contrario il Gesù Bambino. Il nonno prova a rimetterlo a posto, ma la bambina è ferma: “Il bambino non può guardare da qui. Deve guardare la madre.”