sabato 21 luglio 2018

Il grande dono del mal d'Africo





Il pulmino che da Africo ci riporta a Bova scende per tornanti di bellezza travolgente. Vallate e strapiombi, luoghi di miti e magie, il mare all’orizzonte che mescola verdi e azzurri in sfumature struggenti. C’è qualcosa di primordiale e insieme di lontanissimo futuro in questo paesaggio di rocce brulle, vacche e pecore che pascolano, odori di erica, menta e origano selvatici, curve da perdere il respiro che mai affronterei alla guida.

Davanti a noi un altro pulmino e qualche macchina. È l’ultima discesa dei partecipanti, ad Africo, della tre giorni di Gente in Aspromonte, dedicata alla nuova narrazione della Calabria. Siamo accaldati e stanchi, ma molto felici d’esserci stati. Qualcuno dice che soffriremo di mal d’Africo: nello scherzo, si nasconde un bel po’ di verità.

Perché è stata una grande occasione per parlare dell’attuale narrazione della Calabria, in letteratura, nel cinema, nell’informazione. Un tema complesso, che sottende domande dalle risposte non scontate: la Calabria è cambiata? Sì, no, quanto, abbastanza, troppo poco? C’è ancora un pregiudizio nei nostri confronti? Perché si è prodotto? Come può essere scalzato? È cambiato o no il modo di raccontarsi dei calabresi e il modo di raccontare la Calabria da parte del resto degli italiani? 

Il dibattito sotto due grandi querce, ha visto decine e decine di interventi (otto donne intervenute in tutto, compresa l’assessora alla Cultura, meno di un decimo di quelli che hanno preso la parola): per gli organizzatori una bella sfida ad una buona sintesi.

Chi, come me, ha ascoltato tutti gli interventi (e dato la sua opinione) con un senso di profonda gratitudine di esserci, torna a casa con rinnovata energia. Quella dei luoghi (l’Aspromonte che mai bisognerebbe dimenticare di ripetere non è un monte aspro, ma un monte bianco, luminoso). Quella delle persone che si confrontano con passione rispettosa. Quella del prendere atto, magari con stupore, che – nonostante quello che una parte dell’Italia, che lo dica o meno, pensa di noi, ovvero che siamo un territorio perso e nonostante le nostre più pessimistiche convinzioni e la lunga sequela di critiche che facciamo a noi stessi – siamo vivi e ancora vita vogliamo generare.

In una fase in cui le vicende del paese non inducono certo all’ottimismo, sentire come linfa vitale il dovere di rispondere alle urgenze della propria terra è un dono inatteso e prezioso.

mercoledì 18 luglio 2018

Bucca 'ndavi e parola sì






Bucca ‘ndavi e parola no

Quand’ero piccola, lo si diceva come un grande complimento per una ragazza che evitasse di esprimere qualsivoglia opinione, accentando, rimettendosi, quindi, a quelle della sua famiglia. Ma anche un ragazzo che tacesse veniva apprezzato.

Nonostante Alvaro e tanti altri, la Calabria, per molti anni non ha avuto per parole per dirsi. O, se le ha dette, non sono state ascoltate, non hanno fatto opinione.

È tempo che la mia terra trovi spazi e tempi per raccontarsi: nelle sue antiche debolezze e nelle sue nuove fragilità, ma anche negli squarci di ricerca di un migliore futuro. Deve potersi interrogare sui suoi limiti, cercando le modalità per superarli. Valorizzare le sue piccole e grandi conquiste. Riconoscere la propria identità, che non è isolamento e chiusura, ma l’essere parte, sensibile e intelligente, di un mondo in trasformazione.

Sono grata che qualcuno abbia pensato anche a me, nell’organizzare, per il 19, 20 e 21 luglio alcuni workshop sul tema Gente in Aspromonte. Per una nuova narrazione della Calabria.






Un tredicenne calabrese su due non conosce l’Italiano: lo rilevano i dati Invalsi 2108, pubblicati ad inizio luglio, che confermano la distanza nell’apprendimento tra Nord e Sud.

Poiché nessuno dotato di criterio può pensare si tratti di problemi genetici (una sorta di minore capacità di apprendere dei meridionali) né di incapacità dei formatori (una parte considerevole dei ragazzi del Nord ha insegnanti provenienti dal Sud), si dovrebbe agire, con maggiore energia ed efficacia, sulla particolare fragilità del tessuto sociale meridionale e, nella fattispecie, calabrese, nonché sull’organizzazione scolastica (per esempio, asili, tempo pieno, potenziamento ore di lingua ecc.)

Perché questa tematica, la cui importanza è di tutta evidenza, non si è imposta tra le prime dell’attuale pubblico dibattito?

Si potrebbe rispondere che l’ignoranza gode, oggi, di maggiore interesse della cultura e della conoscenza e che l’Italia sembra afflitta da una crisi non solo di sensibilità, ma anche di intelligenza. La comunicazione per dir così comune, quella dei social, sembra uno sfogatoio delle peggiori volgarità invece che uno strumento potentissimo di confronto. E quella ufficiale, ovvero la comunicazione di giornali e tv, sembra bloccata solo su alcune linee informative. La Calabria, in particolare, soffre di una informazione molto parziale, frammentaria, quasi sempre centrata solo su fatti di ‘ndrangheta.

Certo, sul piano della narrazione, molto sta cambiando. Mai come oggi, la Calabria ha (avuto) così tanti autori, ognuno col suo timbro particolare, ma tutti riconosciuti a livello nazionale (e alcuni anche fuori dai confini) non come autori regionali, bensì come voci interessanti della narrativa italiana contemporanea. Ma se è in crescita l’offerta di narrativa di qualità, che racconta la Calabria da molteplici angolazioni, scarseggiano i lettori. L’Italia tutta legge poco, il Sud pochissimo, la Calabria meno ancora. (I tassi di analfabetismo funzionale degli adulti sono raccapriccianti e crescenti)

La prossima tre giorni di Africo, incentrata su una nuova possibile narrazione della nostra regione, attraverso la letteratura, il cinema, il giornalismo e più in generale l'informazione è un’occasione preziosa per affrontare tematiche che riguardano non solo la crescita culturale della Regione e il modo in cui essa viene percepita da calabresi e non, ma la qualità della nostra stessa quotidianità.

domenica 15 luglio 2018

Da quando abbiamo perso Dio





Sono cresciuta in un tempo in cui c’era Dio. Non che tutti credessero in Dio, né che si comportassero come si deve. Ma tutti, che ci credessero o no, e comunque si comportassero in privato, pubblicamente si inchinavano al bene. Ipocrisia ce n’era tanta. Ma l’ipocrisia, che dice il falso su se stessi e, quindi, è moralmente riprovevole, proclamando il bene, ne riconosce, appunto, il valore.

Il mio mondo, che, come per ogni bambino, si identificava con l’universo intero, si divideva in cattolici e comunisti, con una piccola parte di fascisti. Con l’esclusione di quest’ultima fetta, caratterizzata da una maggiore ristrettezza del pensiero, i primi due gruppi divergevano sulla valutazione dei provvedimenti del governo, sugli scioperi da fare o non fare, magari, ma neppure sempre, sulla partecipazione alla processione della Madonna della chiesa parrocchiale: ma, in fondo, la loro visione della vita era, se non identica, molto simile. I cattolici temevano un giudizio dopo la morte: e, anche quando non li applicavano, dicevano ogni bene dei valori del bene. I comunisti temevano anche loro un giudizio: magari non di Dio, ma della storia, dei compagni e si comportavano alla stessa maniera.

Oggi, Dio l’abbiamo perso. Non è in dubbio la fede di alcuni singoli e neppure l’operosa generosità in suo nome di questo o quel gruppo, ma Dio non fa più parte dell’orizzonte comune. A livello pubblico, non esiste né Lui né una fede in Lui né una fede che, per quanto eretica, traeva l’idea di giustizia sociale, di uguaglianza, di solidarietà da una visione sostanzialmente religiosa della vita. 

Non voglio dire che il passato sia meglio del presente. Vale un po’ per tutte le epoche, l’incipit de Le due città di Dickens: «Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.» 

Ma mi chiedo se l’imbarbarimento dei nostri giorni, il disprezzo, il rancore, la volgarità crescenti non trovino le radici più profonde in questa perdita di sacralità dell’esistenza, forse, più precisamente nel fatto che il cristianesimo, nelle sue forme ortodosse ed eterodosse (chiesa cattolica e partito comunista) sia diventato culturalmente marginale nella nostra società.