domenica 7 luglio 2019

Jane Austen in scena: bravo Arturo Cirillo




 
Il mio Orgoglio e pregiudizio, piuttosto usato

Applausi, intensi e divertiti, al Mercadante, per il Napoli Teatro Festival, per l’Orgoglio e pregiudizio portato in scena da Arturo Cirillo, che, oltre a firmarne la regia, interpreta il signor Bennet e lady Catherine de Bourgh.

Nonostante il taglio di personaggi importanti come Lydia e Wickham, la debolezza della figura di Collins (indimenticabile quello della versione Bbc) e, nella prima parte, della stessa Elizabeth - una messa in scena assai godibile: di intelligente leggerezza, di garbo austeniano, in cui brillano le interpretazioni di Cirillo e di Alessandra de Santis (la signora Bennet).

In alcune interviste Cirillo ha spiegato così la sua scelta: «Perché portare a teatro Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen? Perché penso che sia una scrittrice con un dono folgorante per i dialoghi. Perché sono affascinato dall’Ottocento, e dal rapporto fra i grandi romanzi di quell’epoca e la scena. Perché l’ironia di questa scrittrice, il suo sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi l’amo molto. Perché il mondo della Austen dove apparentemente non accade mai nulla di eclatante, abitato per la maggior parte da creature che stanno abbandonando la fanciullezza per diventare ragazze da marito o giovani scapoli da sposare, mi affascina; con tutto il pudore, i turbamenti, le insicurezze, e anche l’orgoglio e i pregiudizi che la giovinezza porta con sé. Perché questo mondo sociale dove ci si conosce danzando, ci si innamora conversando, ci si confida con la propria sorella perché i genitori sono, ognuno a suo modo, prigionieri del proprio narcisismo, non mi sembra così lontano da noi.»

Grazie a Cirillo per aver messo in scena (ed è la prima volta) la Austen. Tornerò volentieri a vedere la sua opera.

E grazie – sempre, continuamente – a quella che per me resta la più grande scrittrice di tutti i tempi. Nessuna, mai – oltre a regalare all’umanità ad alcuni capolavori assoluti (oltre a Orgoglio e pregiudizio, almeno Emma e Persuasione, il mio preferito) – ha fatto altrettanto per le donne

venerdì 5 luglio 2019

Consigli (non richiesti) di letture estive. La mia cinquina più uno



 Tra i libri letti nei primi sei mesi dell'anno, consiglerei questi cinque:



1.Antonio Scurati, M, l’uomo del secolo, Bompiani: ha appena vinto il Premio Strega: ma non fate caso a questo, spesso i premi vanno un po’ a casaccio: il punto è che è davvero un signor libro: non un romanzo storico in senso classico, ma un romanzo fatto di tessere di storia ognuna delle quali molto documentata. Più di 800 pagine, scorrevoli: per conoscere e riflettere.



2.Jumpha Lahiri, Racconti italiani, Guanda: un’appassionata raccolta di racconti della nostra letteratura novecentesca, curata da un’autrice straniera che ama la nostra letteratura ed in essa si immerge dandocene uno sguardo molto personale e coinvolgente. Ne emerge una ricchezza letteraria che non sempre siamo consapevoli di avere.



3. Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Mondadori: seconda arrivata allo Strega, anch’essa con merito. L’ultima parte del libro è un po’ troppo saggistica, ma i primi quattro quinti sono un romanzo storico di quelli che sospendono, per il lettore, tempo e spazio, sprofondandolo in un mare dolce. 



4. Stefania Auci I leoni di Sicilia - La saga dei Florio, Nord. Questo è quello che ne penso: http://conchigliette.blogspot.com/2019/06/i-leoni-di-sicilia-la-saga-dei-florio.html, 



5.Pietro Criaco, Via dall’Aspromonte, Rubbettino: il libro è del 2017, ma, nel prossimo autunno, arriverà sugli schermi il film che ne ha tratto Mimmo Calopresti, con tra gli interpreti Marcello Fonte. Rubini e la Bruni Tedeschi. Per chi ne volesse sapere di più, questa la mia recensione su Zoomsud, ripresa dal sito dell’editore: http://www.store.rubbettinoeditore.it/le-recensioni-di-maria-franco.-via-dalla-aspromonte-di-pietro-criaco-05/09/2018




Ai cinque, aggiungerei:
Esercizi di stile per un congedo, Guida: buona educazione vorrebbe che non inserissi un libro che ho curato, sarebbe altrettanto scorretto, però, non dare l’attenzione che meritano a Valentina, Sara, Martina e compagni: autrici e autori di racconti e poesie che vengono da Nisida, non come semplice testimonianza ed esperienza di vita, ma come tentativo letterario. Si può acquistare su Amazon: https://www.amazon.it/Esercizi-stile-congedo MFranco/dp/8868665328/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=esercizi+di+stile+per+un+congedo&qid=1562338248&s=books&sr=1-1 A breve anche la versione e book.

giovedì 4 luglio 2019

Donne d'estate: La lista di Marta




La tavola imbandita di Henri Matisse
C’era stato un tempo, da appena sposata, in cui Marta aveva ospitato a cena una decina o più di persone ogni fine settimana. E, un altro, quando i figli erano piccoli, in cui aveva preparato merende e dolci per ogni immaginabile e non immaginabile festa. E, ancora un altro, in cui aveva cucinato e cucinato perché il convivio era parte integrante d’un gruppo di persone che, intorno ad una comunità di preti, vedeva anche la gara tra signore all’ultima lasagna. Poi, con l’ospitalità, aveva smesso. Aveva servito qualche pranzo, qualche cena: non più di una decina in un quindicennio. E, per molto tempo, non le era più capitato, se non di rado, di andare a pranzo o a cena da qualche amico.

Era come se tutto fosse accaduto per caso: l’inizio come neo sposa-gran cuoca, lei che era arrivata al matrimonio senza mai friggere un uovo, poi la maternità con i pacchi di zucchero e farina che lievitavano in dolci sempre diversi: due fasi-cucina che ricordava con tenerezza e, poi e in parte insieme alla seconda, una fase-cucina che, già al momento, le provocava come un sospetto di senso e che, vista dal presente, la lasciava più che perplessa. Sapeva che la parola caso serviva solo a nascondere il come e il perché, ma le andava bene così. Dunque, per caso era stata un’ospite fissa, da ospitante e da ospitata e, per caso, aveva cessato d’essere l’una e l’altra cosa. Da quando aveva ricominciato, sempre per quel caso che nascondeva il come e il perché, ad essere ospitata, andava via via allungando una lista.

C’erano quelle come Raffaella: che si presentava come una gran cuoca e tutti sostenevano la sua perfezione come una felice ovvietà e, invece, la sua, era una cucina troppo pesante, mai equilibrata nelle portate e nelle quantità.

C’erano quelle come Alberta Lucia che, trovato un compagno cui il denaro non mancava, offriva cene che, più che sobrie, potevano definirsi striminzite; e, anche sull’igiene, era meglio sorvolare.

C’erano quelli come Raimondo che, arrivato alla pensione, aveva esautorato la moglie dai fornelli, studiava ogni menù e, per buona parte del pranzo o della cena, intratteneva gli ospiti con commenti culinari.

C’erano quelli come Martina, la cui specialità era un sartù solido e alto come una torre medioevale. Perché così alto? Le chiedevano. E lei, sincera: Sono bassa, amo le cose alte. Il cibo per rifarsi, con i commensali-spettatori, dei sensi d’inferiorità che, nonostante la brillante carriera, la rodevano ancora.

E, poi, c’era Paolo che, rimasto senza moglie, con ansiosa cura materna, preparava teglie di gnocchi per quattro persone che ne avrebbero sfamato una decina, e tutti gli chiedevano di questa o quell’altra ricetta, quando avrebbe avuto tante altre cose da raccontare. E c’era la sempre accogliente Emilia che cucinava con affettuosa cura, e, dove, stare a tavola, era chiacchierare tra amici: senza che nessuno dovesse dimostrarsi più bravo o più buono o più bello in qualunque aspetto della vita. Anche Anna doveva essere così. Talvolta, aveva portato in ufficio qualche più che apprezzabile resto della sua cena, ma non l’aveva mai invitata a casa.

Quanto a lei medesima di persona personalmente, Marta avrebbe rinviato ancora, oltre il possibile, un invito a cena a casa sua. Poiché aveva l’ansia di Paolo, ma le mancava la naturale cordialità di Emilia e la semplicità di Anna, e non voleva rientrare in nessun’altra categoria.


martedì 2 luglio 2019

Donne d'estate: Piera e l'invito a pranzo


 
Immagine dal web

Piera Cinzi, cinquantacinquenne insegnante di matematica, divideva il suo tempo tra il lavoro, la famiglia e la parrocchia. Donna di calda religiosità, coltivava nella preghiera una sensibile generosità e un naturale spirito gioioso che le consentiva di affrontare con un sorriso fiducioso i problemi quotidiani, piccoli o gravi che fossero.

Il marito l’accompagnava alla messa domenicale, per una sorta di consuetudine indiscussa, pur senza condividere la profondità dei suoi sentimenti. Carolina, la figlia maggiore, entrava in chiesa a Natale e a Pasqua, mentre il secondogenito, Giuseppe, che era cresciuto sotto le ali protettive di don Giusto aveva cominciato ad avere una pratica altalenante dopo il fidanzamento con Giulia, conosciuta nello studio dell’avvocato Marzio, in cui entrambi lavoravano.

L’indifferenza religiosa di Giulia, con le conseguenze che questo avrebbe avuto anche nella pratica di suo figlio, suscitava in Piera un’inquietudine penosa, che nascondeva in un di più di delicate attenzioni nei confronti della futura nuora. 

La convivenza tra Giulia e Giuseppe – un altro colpo al cuore per Piera – durò pochi mesi. Pur poco convinta, per evitare tensioni con una suocera di cui riconosceva le non comuni qualità, Giulia si decise presto ad un matrimonio religioso, anche perché un prete, amico della suocera, si accontentò, per celebrarlo, della partecipazione dei futuri sposi a due soli incontri preparatori.

Alla nascita di Giovanni, Giulia non si oppose al battesimo, fissato per sabato 24 giugno, festa del santo patrono del quartiere e compleanno del nonno paterno. Lei stessa disegnò la bomboniera – una barchetta su una base azzurra – commissionata ad un’amica ceramista. Quanto alla preparazione al sacramento, non trovava mai il tempo e non lo trovava neppure Giuseppe. 

A dieci giorni dall’evento, Piera le telefonò:
-         - Domani sera, venite a cena da me. Preparatevi, ho parlato con don Giusto. Vi faccio io una lezione sul Battesimo.

Giulia scoppiò a ridere:
-          -Vedo che hai capito. Preparaci qualcosa di buono, che solo davanti ad un buon piatto ti ascoltiamo.