lunedì 3 giugno 2019

I leoni di Sicilia. La saga dei Florio di Stefania Auci






«Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s’incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio. Nelle case, la gente dorme. Alcuni si svegliano con il tintinnio delle stoviglie; altri quando le porte iniziano a sbattere. Tutti, però, sono in piedi quando le pareti tremano. Muggiti, abbaiare di cani, preghiere, imprecazioni. Le montagne si scrollano di dosso roccia e fango, il mondo si capovolge. La scossa arriva a contrada Pietraliscia, afferra le fondamenta di una casa, le scuote con violenza.» È il 1799, solo qualche anno prima, nel 1783 Bagnara aveva subito un terremoto devastante e solo «pochi mesi prima c’erano stati grandi sconvolgimenti nel Regno di Napoli», ma, in Calabria, «era arrivata solo l’ultima onda di quella rivoluzione.»

La casa in cui vive la famiglia Florio subisce dei danni ma resta in piedi e così lo schifazzo con cui commerciano con la Sicilia, pesce e soprattutto spezie, ma Paolo, il capofamiglia, decide che è il momento di lasciare la Calabria. Dice al fratello Ignazio: «“In realtà ci sto pensando da tempo. La scossa di stanotte mi ha convinto che è la cosa giusta. Non voglio che Vincenzo cresca qui, con il rischio di vedersi cadere addosso la casa. E poi...” Lo guarda. “Voglio di più, Igna’. Questo paese non mi basta più. Questa vita non mi basta più. Voglio andare a Palermo.”»

Comincia così quella saga dei Florio che Stefania Auci ricostruisce in un romanzo d’esordio di grande fascinazione e di rara grazia. I leoni di Sicilia (Nord editore).

La piccola putia, niente più che un deposito sporco e umido di merci, diventa un laboratorio di «cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano, sommacco, cassia...No, non servono solo per cucinare, le spezie. Sono farmaci, sono cosmetici, sono veleni, sono profumi e memorie di terre lontane che in pochi hanno visto.» L’allargamento degli affari dell’aromateria ai Florio non basta. Verrà anche la vendita di un vino, «nato per caso e diventato il sapore di un’epoca»: «Il mare, la componente calcarea della sabbia, la temperatura costante sono ciò che hanno reso tale questo vino liquoroso. (…) Perché la sabbia che si deposita sui coppi di terracotta che coprono il sale è la stessa che mulina tra le bottiglie lasciate a riposare nelle viscere delle cantine. È una sabbia che porta in sé granelli di sale, che ha il profumo del mare. È lei che regala quel sapore secco, quell’incertezza che confonde, quel gusto appena accennato di mare a un vino che, diversamente, sarebbe un vino dolce come tutti gli altri.» Arriverà un’innovazione che porterà alle scatolette di tonno «“Che non ci sarà più soltanto tonno sotto sale”, spiega Vincenzo, senza guardarlo. “Voi sapete che viene considerato causa dello scorbuto, vero? Ed è per questo che molto resta invenduto, perché le compagnie di navigazione e i marinai non si fidano più. Così noi faremo qualcosa di nuovo.” Fissa il rais negli occhi di onice e finalmente scorge una luce di meraviglia. “Dal piroscafo che mi ha portato qui, in questo preciso istante, stanno sbarcando parecchi cafisi4 di olio. Il tonno verrà diviso e bollito, e poi conservato sott’olio in barili a tenuta stagna.”» Arriveranno i piroscafi della compagnia di navigazione, i Florio detteranno le loro leggi prima ai Borbone e poi ai Savoia, ma continueranno ad avere fame. In un’epoca in cui il sangue nobile, lo stemma sul portone e il titolo continuano a pesare, nessuna ascesa sociale ed economica riesce ad annullare completamente un’origine da facchini. Questa morsa all’orgoglio sarà la spinta a innovare, a guardare ben al di là della Sicilia.
Intessuto di lavoro, di innovazioni tecniche, di mercato e di imprenditoria, argomenti che ben poco entrano nella nostra narrativa, I leoni di Sicilia ripercorre un secolo del nostro Sud, della Sicilia, in particolare, ma anche della Calabria, terra di mezzo tra Napoli e Palermo destinata dai Borbone a nessuno sviluppo economico-sociale: Bagnara resterà costante rimpianto di Giuseppina che, costretta dal marito a lasciarla, continuerà fino alla morte a considerarla la sua vera casa.

Due grandi storie d’amore attraversano il romanzo di Stefania Auci. Quella, muta di parole e solo talvolta appena percettibile nei gesti di cura quotidiani tra il riflessivo, silenzioso, protettivo Ignazio la dura, spigolosa, Giuseppina, sposa senz’amore di Paolo, poi vedova turbata dal suo stesso disamore, madre devota e possessiva. E quella, tutt’altro che convenzionale, tra Vincenzo, volitivo, intraprendente, orgoglioso Vincenzo e Giulia, dolce e forte, prima sua amante e mantenuta, solo dopo la nascita del terzo figlio, il maschio che, finalmente, garantisce la continuità del nome di famiglia, sua moglie, ma sempre in grado di tenergli testa, di stargli a pari, in un’epoca in cui le donne erano costrette a stare solo dietro e sotto i loro compagni di vita.

Una scrittura semplice, lineare, priva di asperità esalta un racconto che unisce la concretezza dei fatti reali agli immaginati più reconditi pensieri dei protagonisti. Un senso come di meraviglia e di luce percorre tutto il libro, che pulsa di vita in tutte le sue sfaccettature: il groviglio di spirito e carne che lega o allontana una coppia, l’ambivalenza del sentimento materno, l’amore-odio tra parenti, la preziosità dell’amicizia, soprattutto quando è rara, l’urgenza di affermarsi, la malinconia per quel misterioso qualcosa di essenziale che, alla fine, sembra essere sfuggito anche a coloro che, la loro partita, sembrano averla vinta.

Arrivati alla fine delle quasi quattrocento pagine di questo romanzo storico, fresco e appassionante più di una vicenda contemporanea, c’è davvero il rimpianto (cosa che capita molto di rado) di dover chiudere il libro. Ma non è difficile immaginare che arriverà presto un secondo volume di questi leoni di Sicilia: uno dei libri italiani più belli degli ultimi anni.

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