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martedì 20 maggio 2014

Piccoli eroi del quotidiano, oltre il "nonostante"





È un miracolo che, nell'attuale Italia a forte dimensione brutta, volgare, rancorosa, in una parola: deprimente, continuino davvero in tanti ad alzarsi, la mattina, e provare, per tutto il giorno, a fare il proprio dovere.

Tra gli eroi del “nonostante”, i molti insegnanti che ci provano. Giorno dopo giorno, magari con una fatica immane. Un po’ come quella di questo mio racconto, dal titolo L’insegnante e la speranza dispersa pubblicato su Zoomsud http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/68450-il-racconto-l-insegnante-e-la-speranza-dispersa.html.


Sarà la stanchezza. Del resto, maggio è un mese faticoso. La corsa alle ultime interrogazioni, giudizi e relazioni finali da approntare. Ma c’è, nella mia stanchezza, qualcosa che poco ha a che fare col lavoro in più a scuola e i dopocena al computer, a completare carte di dubbia utilità. E, molto, col senso stesso del mio lavoro.

E non dico dell’insegnamento della lingua o della storia, difficili sì, ma siamo ancora dentro quelle difficoltà che è entusiasmante provare a sbrogliare, come si tirerebbe fuori ogni energia per uscire da un groviglio di rovi.

L’angustia viene soprattutto da quella che un tempo si chiamava Educazione civica e, poi, è diventata Costituzione e Cittadinanza.

Ho superato da tempo i cinquanta anni, eppure mi batte ancora forte il cuore a leggere dei tanti che, in un modo o nell’altro, hanno pagato con la vita l’idea di uno stato unitario, uno d'arme, di lingua, d’altare: libero e giusto. E le lacrime mi scorrono facili a leggere, che so, di Borsellino o a rivedere l’urlo, immortale, della Magnani in Roma città aperta.

Per molti anni, ho iniziato il mio anno scolastico scrivendo alla lavagna l’articolo 34 della Costituzione, quello sulla scuola e, poi, leggendo il numero 3. È stato il mio modo per dire: ecco, vedete, magari intorno a voi non tutto è buono e bello, PERO’ NOI SIAMO QUESTO PAESE QUA. Insomma, credevo nel “nonostante”. Nonostante il lavoro in nero di vostro padre, nonostante vostro fratello, brillantemente laureato, sia dovuto andare lontano a lavorare, nonostante le strade rotte e, magari, qualche bomba ogni tanto al negozio vicino alla piazza, nonostante la nostra regione resti così marginale: ecco, voi potete, crescendo, rendere migliore il GRANDE paese in cui vivete.

Poi qualcosa mi si è spezzato dentro. Non per un fatto preciso, ma per un accumulo di male. Ecco, lo so che ci sono tante persone per bene e chi cerca ancora di fare il proprio dovere e di dare alle parole – libertà, giustizia, uguaglianza, lavoro, famiglia – un senso proprio. Ma mi sento come sommersa da onde altre.

Troppo brutta è diventata questa terra, la mia terra, indifferenza e corruzione la corrodono dall’interno, rendono opaca anche la luce del sole che oggi, nel cielo cristallino, non potrei che definire trionfante. 

Un/una insegnante può essere anche bravo a metà, ma non può essere disperato neppure un po’. Perché, tra i suoi doveri, ha quello di indirizzare al luogo in cui i suoi alunni diventeranno grandi: il futuro.

A dire il vero, i miei studenti – belli, come si è tutti belli a quell’età – non sono disperati. Del resto, non potrebbero esserlo, non conoscendo la speranza. In fondo, non sanno cosa sia. Vivono il presente, senza troppe attese di domani. Sono nati e cresciuti in un paese progressivamente più brutto, più ignorante, più volgare, respirando miasmi, la cui puzza resta sempre, se non sulla pelle, nell’anima.

Se nessun altro lo fa, dovrei essere almeno io – lo so – a fargli scoprire le ragioni della speranza.

Ma dove lo trovo più quel ritmo del futuro che, scorrendo nelle vene, spinge COMUNQUE a costruire, ancora costruire?

N.B: Questo è un racconto, con un “io” immaginario, volutamente senza nome; non sto parlando di me

venerdì 31 gennaio 2014

Racconto: Elide, la loro grande poetessa





Che la poesia l’avesse già nel nome, cominciò a ripeterlo, stringendo le labbra a cuore, intorno ai quarantatré anni – prima, a chi glielo chiedeva, si limitava a dire che portava il nome d’una nonna – quando si ritrovò poetessa.

Al trigesimo per la morte del marito, Elide Leonzi aveva letto alcune righe scritte la sera precedente. Qualcuno apprezzò. Gli altri sospirarono e abbassarono lo sguardo per evitare di scoppiare nel riso che una simile accozzaglia di parole avrebbe potuto provocare. Ma, per consolare un dolore che i più intimi sapevano bene quanto scarso, finsero di asciugarsi gli occhi per la commozione e, nell’abbraccio di saluto, la chiamarono poetessa.

Un matrimonio formale e senza figli l’aveva lasciata, e in un vasto appartamento, con una più che discreta posizione economica. E, già da tempo, aveva delegato le incombenze del governo della casa ad una sorella poco più giovane, maldivorziata e con un figlio da mantenere.

Poiché non sapeva fare molto altro, cominciò a scrivere versi. Vinse il concorso della festa parrocchiale in onore di san Leo e poi quello della vicina parrocchia di San Giovanni e pure quello della parrocchia dei santissimi Cosma e Damiano.

Le ci volle meno di un anno per diventare, nel suo quartiere, un’autorità culturale riconosciuta. Il delegato del sindaco si premurò di farla intervenire all’inaugurazione di una piccola stele ai caduti – e lei ricambiò con versi che vanamente supponeva eroici. La invitarono per la prima della locale rassegna teatrale e lei declamò una sorta di inno che l’altoparlante, per una volta misericordioso, limitò solo alle prime file.

Dei dubbi, sulle sue qualità poetiche, li aveva più di uno, e pure grandi. Ma li teneva per sé o, al massimo, ne ridacchiava con qualche intimo fidato. Per ignoranza, per pigrizia o per stanchezza, nessuno aveva voglia di sfidare l’ormai consolidato senso comune che Elide Leonzi fosse una poetessa. Anzi, da quando era apparso sul giornale della provincia un articoletto con una sua foto in un ristorante sul mare, in abito lungo, scollatura vistosa e alto spacco laterale, la loro grande poetessa.

La chiamarono anche dalla locale scuola media. Una professoressa giovane e precaria, che faceva quasi cento chilometri al giorno su una caracollante littorina dello jonio reggino, voleva verificarne la disponibilità a fare da tutor ad un corso di poesia.

“Ah – mormorò Elide, che pesava poco meno di un quintale ma riusciva a parlare con una voce così flebile che le si sarebbero attribuiti non più di trenta chili – leggerò ai bambini le mie poesie più belle…”. La professoressa Adele Gatto, che in treno leggeva sempre e qualche volta appuntava pensieri ostinati di scuro con squarci d’azzurro, la interruppe: “Si, certo, ma noi pensiamo di fare un piccolo corso sulla poesia, partendo da Ibico per arrivare Kavafis… vorremmo un suo aiuto a scegliere, sa non possiamo tartassare i bambini, non più d’una decina di poesie… E poi vorremmo che i bambini ne scrivessero delle loro: spontanee, naturalmente, ma qualche nozione su rime, ritmo, assonanze bisognerà pur dargliela… sarebbe bello parlare almeno di endecasillabi e settenari, magari del sonetto…”. “Certo, certo – rispose Elide – purtroppo in questo momento non mi posso trattenere… aspetto un giornalista per un’intervista…”. 

L’incontro con Giacomo Buffo, galante direttore del giornale, autonomo ma finanziato dall’ente provinciale di cui era assessore, era previsto per l’indomani. Ma prendere fiato le era urgente. Aprì il frigorifero e ne trasse una spasa di paste alla crema, alla panna e al cioccolato. Alla terza, provò a pensare. Ibico? Kavafis? Chi erano costoro? E poi le rime, il ritmo, le assonanze? Gli endecasillabi e i settenari? Lei si metteva – qualche volta pensando, qualche altra anche no – e scriveva, scriveva. E ogni due, tre parole andava a capo: non bastava?

Pubblicato su Zoomsud:
http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/63185-il-racconto-la-loro-grande-poetessa.html

 

martedì 2 luglio 2013

Almeno un no. Appunti per un Incipit






Rosella diceva sempre no – meglio, declinava ogni invito (talvolta come fosse una liberazione, talaltra con la malinconia strisciante dell’occasione persa, più spesso con entrambe le sensazioni) – a tutto ciò che avesse una parvenza, anche labile, di piacere, un pranzo, un film, una passeggiata.

Diceva invece sempre sì – magari non sempre convinti e in più d’un’occasione borbottando un po’ – a tutto ciò che era o le sembrava fosse, dovere, finendo col piegare le spalle per caricarsi le attività di lavoro: quelle che le toccavano, quelle che, magari, toccavano ad altri e, per soprammercato, anche quelle che, in fondo, si sarebbero potute evitare ma sarebbe sembrato brutto.

Sapeva che, se appena avesse voluto pensarci bene, avrebbe ritrovato, nella sua vita, tutti i fili che a quei sì e a quei no portavano, ma per radicata abitudine metteva quel pensiero tra parentesi di fronte ad ogni nuova richiesta cui dava risposte consuete.

Non che qualcuno le ponesse molte domande cui dire no; facilmente finiva col dire sì. Convinta, contenta, stanca o lievemente nauseata che fosse.

Spolverando i libri che riempivano la casa – da giovane ne era orgogliosa, da anni ormai se ne sentiva sempre più schiacciata, come di una corazza che soffoca più che proteggere – si chiedeva quanta vita le avessero tolto. Certo, le avevano colmato vuoto e solitudine, le avevano dato pensieri e sfumature di emozioni. Coperte per riscaldarla, cappelli di paglia per proteggerla dal sole, tappi per frenare le emorragie del cuore, ancore per evitare ai venti di trascinarla. Ma. 

Tutti quei miliardi e miliardi di parole che aveva accumulato nella sua vita. Senza aver almeno imparato a dire no. Senza sensi di colpa, senza rimuginarsi su. A tutta la fatica inutile che, proprio a volerle dare un merito, ne aveva avuto solo uno. Era stato l’alibi per nascondere la sua difficoltà di vivere.

domenica 1 luglio 2012

Pensieri d'inizio vacanza



Mentre la costa tirrenica, nel pieno sole di luglio, scorreva a lato del treno che la riportava nella casa d’infanzia, Giulia avrebbe voluto la mente vuota o solo fugacemente attraversata da vaghi pensieri leggeri - invece:

Quella mattina, di luce autunnale ancora incerta, quando aveva portato in classe alcuni libri con protagonisti bambini – sapeva che, leggendo a voce alta, trasmetteva vibrazioni – per quasi un’ora s’era dimenticata di sé e anche i ragazzi erano rimasti in silenzio, gli occhi fissi in un punto lontano.
Avevano poi parlato dei ricordi – Francesco aveva sibilato: “Era bello quando ero piccolo, non sapevo niente, ero contento” – e aveva dettato tre tracce sulle loro esperienze infantili. Mentre scrivevano – solo Antimo era rimasto con la testa poggiata sul banco: “Ho sonno, voglio dormire” e Ciro scarabocchiava disegni semi-osceni – anche lei aveva iniziato a prendere appunti: Non soffia più il vento./Non mi spinge avanti l’onda leggera/di primaverili profumi. Remi /veloci cerco per fendere il mare/immobile. L’orizzonte è lontano. Poi Ciro s’era alzato per affacciarsi alla finestra e lei gli aveva ordinato di tornare al suo posto, nella voce nessuna dolcezza e nessuna rabbia. Lentissimamente, lui s’era avvicinato al suo banco e, poi, sedendosi, aveva piegato la testa da un lato, alzando le sopracciglia e fissandola a lungo con un lampo di triste arroganza nello sguardo.

Sapeva bene, Giulia, che, se avesse potuto scegliere non avrebbe mai fatto l’insegnante. Prima di tutto, perché non le piacevano i ragazzini. Poi, perché la scuola l’annoiava. Da studentessa, era sempre stata la prima della classe, ma aveva il sospetto che fosse successo perché, avendo una vita molto limitata e non potendo primeggiare in nient’altro, aveva trovato nello studio un nascondimento alle sue ossessioni. In più, senza mai dirselo, era convinta che solo chi ha una felice percezione di sé può trasmettere qualcosa agli altri, e lei non si amava.

Quell’anno, poi, aveva avuto una classe di ragazzini ignoranti e strafottenti, facce fissate in una maschera di sfottò che la snervava. Aveva paura delle loro reazioni e temeva di non essere in grado di reggerli. Li vedeva annoiarsi e si annoiava più di loro. Entrava in classe carica di fotocopie, di ritagli di giornali, di poesie. Si adattava a parlare di quello che vedevano in televisione. S’era addirittura abituata ad utilizzare tutta la dotazione informatica che la scuola aveva a disposizione. Quando era lontana da loro, si attrezzava ad una lezione interessante, ma varcata la soglia dell’aula la prendeva un senso d’annoiata impotenza. Accentuata dal fatto che s’era consumata un’illusione d’amore che, negli ultimi mesi del precedente anno scolastico, le aveva dato slancio. Gianpaolo era entrato nella sua vita per caso e non se n’era neanche accorto. Professore universitario, arguto e ironico, aveva tenuto alcuni moduli di aggiornamento per docenti nella sua scuola. A lei era tornato in viso un po’ di quel po’ di colore che s’era portato via il marito, quando l’aveva lasciata per Claudia. Passava continuamente in rassegna ogni momento in cui l’aveva visto e sentito; prendeva parole e immagini e li ripiegava, li metteva nei cassetti, poi li ritirava fuori. Aveva riorganizzato la sua mente intorno a lui e ai battiti adolescenziali del cuore. Le era sgorgata dentro una certa voglia di fare e tutto o quasi le era diventato più semplice con i suoi allievi e nel resto. Quando s’era accorta che tutto avveniva solo nella sua mente, il sentimento era svanito e con esso quell’abbozzo, se non di felicità, di leggerezza per quella confidenza con la vita che mai prima aveva provato. E tutto s’era, di nuovo, appesantito. Le pareti dell’aula, che in certi giorni le erano sembrate trasparenti, erano tornate muri sporchi e tristi. Insegnare ha qualcosa a che fare con l’amore, s’era detta, e lei, non avendo in sé neppure tracce disperse, nulla poteva dare.

L’arrivo nella stazione di Lamezia, svuotando i sedili vicino al suo, la distolse dall’acquitrino malsano dei suoi pensieri. Che si spostarono, a poco a poco – impercettibilmente – sul mare. Si stupì che, soprattutto dopo ogni galleria, apparisse diverso. Uguale, sì; ma diverso. Come se declinasse in una molteplicità di accenti la sua unica voce. Ora, l’azzurro cedeva al blu e, nel cielo, più chiaro del mare appena tremolante, apparivano sottili striature rosa. Non le parve bello continuare a vedersi come un limone, molle d’eccesso di inutile maturazione, che, appena toccato, si liquefa in lacrime acide. La bolla di solitudini e rimpianti, che galleggiava all’imboccatura dello stomaco, si frantumò in schegge ruvide come lembi di pelle scartavetrata che, deponendosi lenti ai suoi piedi, diventavano pallidi, impalpabili, petali.
Si chiese se da quasi due mesi di albe e tramonti di Calabria – con le granite di limone nel cortile dei meli cotogni e le brioche al cioccolato sul lungomare – sarebbe ripartita col sorriso lieve di chi, dalla sconfitta, non si fa vincere.

Pubblicato su Zoomsud con il titolo Racconti d'estate: Vacanze da scuola  http://www.zoomsud.it/commenti/35710-racconti-destate-vacanze-da-scuola.html

 

giovedì 10 maggio 2012

La pagella della prima elementare



Benché sia domenica, Rosa si alza molto presto, col volto stropicciato e i capelli che le pesano sulla testa. Esce a prendere una boccata d’aria sull’ampio balcone e la sorprende l’intrigo di erbacce, foglie secche, sterpi, che danno alle piante, trascurate per mesi, un’aria trasandata. Pensa che un po’ di giardinaggio farebbe bene a lei e a loro, ma accende il computer e, sorseggiando un caffelatte ben caldo, si dedica a quei tanti documenti di dubbia utilità che le tocca completare per la chiusura dell’anno scolastico.

Non s’accorge come, ma rapidamente si ritrova dentro un’immagine lontana e inattesa: il venditore di cocco – tagliato a spicchi e tenuto a mollo nell’acqua – all’angolo della grande piazza, disseminata di segni della lunga storia calabrese, e poco distante il grande convento-istituto scolastico-educandato, che occupa l’intero isolato.

Una bambina esile e bionda, con i capelli sottilissimi refrattari ad ogni ordine, che, uscendo dai fermagli, le fanno d’aureola intorno alle tempie, gli occhi chiari, una vestina rosa, a maniche a giro, col corpetto ricamato a fiorellini, entra, mano nella mano con la madre, in un’ aula. E’ appena finito l’anno scolastico della prima elementare e stanno andando a ritirare la pagella. La bambina ha lavorato sodo, ha fatto una grande fatica, lei che ha sempre parlato solo in dialetto, a esprimersi in italiano, si aspetta che le dicano che è stata molto, molto brava. I calzini corti bianchi le si arrotolano sul collo del piede, ma non ci bada: si sente bella. E anche i tabelloni alle pareti con i disegni delle lettere dell’alfabeto, minuscole e maiuscole, in stampato e in corsivo, che l’hanno fatta tanto penare, sembrano sorriderle, illuminate dalla luce che proviene da una grande finestra in alto.

Suor Maria Grazia, alta, robusta – la stessa che l’ha, per il colore delle sue gote paffute, soprannominata “Rosellina”, nome che, con piccola variante, conserverà da adulta (di suo, si chiama Giovanna) – la saluta burbera: “E, che pensi, sei stata bocciata”. E’ uno scherzo, naturalmente, ma a Rosa bambina, che vuole essere buona e brava, nessuno ha insegnato la sadica ironia degli adulti. Il sudore che la prenderà poi agli annunci di morte le scivola ora dalla nuca e le raffredda le reni e le ossa sentono dolore decenni prima che l’osteoporosi se li mangi. La sua aula è l’ultima di un lungo corridoio, abbastanza illuminato. Lei lo rifà come se fosse buio, anche se le hanno spiegato che no, è stata promossa.

Si chiede ora, Rosa, per quanto tempo, le era poi rimasta l’inconsapevole convinzione che, per quanto buona e brava, nessuno le avrebbe davvero riconosciuto quello che valeva. Certo – lo sa bene – ne ha avuto ben altri di specchi puntati addosso a dirle: “Questo non è per te”, “No, tu no”. Ma, chissà se, senza quel graffio dell’anima, le sarebbe stato più facile romperli.