domenica 1 settembre 2024

Liberata di Domenico Dara

 

A venticinque anni, dattilografa ricercata da notai, avvocati e professionisti per la sua rapidità e precisione, con una sola amica, l’esuberante Giuditta, e un amico, l’edicolante Glauco, Liberata Macrì vive come sospesa nell’immaginario che le viene fornito dai fotoromanzi che legge e rilegge avidamente, conserva con cura, spolvera con delicatezza. Crede in tutto ciò che è invisibile, ma non in Dio. Le vicende amorose in cui, comunque, alla fine, ogni casella trova una ricomposizione positiva, soprattutto quelle di cui è protagonista Franco Gasparri, per lei essenza di ogni bellezza e bravura, sono il suo modo per attraversare la vita senza scosse. Si protegge così dalla ferita originaria di una madre che, avendo sofferto troppo in gravidanza, è ben poco materna: una mancanza cui non riesce a sopperire neppure l’affettuosità del padre.

Una vita fatta di tranquille ripetizioni (anche i pranzi, a casa loro, seguono una rigida scansione settimanale) viene messa in movimento dal contemporaneo arrivo in paese di un entomologo (la passione per gli insetti è condivisa dal padre di Liberata) e di un giovane meccanico che nell’officina del padre va a lavorare.

La vicenda amorosa tra il ragazzo, Luvio, e Liberata avrà, per lei, e non solo per lei, risvolti inattesi che daranno pieno senso al suo nome (la modificazione del nome Liberata è il refrain che chiude molti capitoli) e un diverso equilibrio a tutto il piccolo mondo, familiare e amicale, della ragazza. Mentre le nuove norme sul divorzio, con il relativo, annunciato referendum che avrebbe tentato di annullare la legge, e le tensioni fascisti-comunisti fanno serpeggiare, anche negli angoli più remoti del paese, una stagione di tensioni e cambiamenti.

Dopo il grande successo di Malinverno, Domenico Dara torna in libreria con Liberata, edito da Feltrinelli, un libro che da una parte conferma la sua passione per storie marginali, con una forte componente fantasticheggiante, e, dall’altra, la innova con un racconto lieve che potrebbe anche definirsi un romanzo di fotoromanzi, nel senso che tutta la vicenda potrebbe (o avrebbe potuto) tradursi anch’essa in uno dei fotoromanzi amati da Liberata.

Diceva qualcuno che gli uomini sono quello che mangiano. Nessuno può negare che sono anche quello che leggono: e Liberata diventa davvero se stessa attraversando, nella realtà, una storia che avrebbe potuto leggere in una delle sue amate riviste.

(Parentesi personale: quand’ero giovane, molte ragazze e signore leggevano Fotoromanzi; io ero stata educata a considerali un genere non solo inferiore ma anche in qualche modo poco morale, comunque disdicevole per una ragazza per bene. Ne ho letti parecchi da più che adulta, perché mi ero convinta che fare un fotoromanzo a Nisida sarebbe stato un buon modo di imparare a leggere e a scrivere e non solo: ne realizzammo due e sono stati tra le esperienze più belle della mia vita, quelle che hanno fatto davvero fatto ridere di cuore ragazzi e ragazze e, insieme, hanno dato loro tanto anche in termini di educazione alla bellezza, di educazione sentimentale).

Notevole la sensibilità di Dara nel restituire pensieri ed emozioni di una ragazza calabrese di inizi anni Settanta, ancora non toccata dal 68, che vive la sua gioventù dentro un fotoromanzo. Ci ha dato così un romanzo di formazione aereo, lieve e luminoso. Un romanzo-fotoromanzo non solo nella protagonista, ma in tutti i suoi personaggi. Liberata diventa adulta quando accetta il confronto, pur doloroso, con la realtà, ma tutto il tempo che aveva passato con i suoi fotoromanzi per difendersi dal mondo ne avevano pur affinato la sensibilità atta ad affrontarlo.

mercoledì 10 luglio 2024

Su Alice Munro e sua figlia Andrea Robin Skinner

 

Perché non dovrei valutare il comportamento di Alice Munro nei confronti della figlia Andrea Robin Skinner e del secondo marito che quella bambina ha molestato ma è stato, per così dire, perdonato per amore? Una Nobel che reagisce sentimentalmente come una sciacquetta qualsiasi o una delle tante madri che coprono gravissimi abusi domestici resta una grande autrice ma, appunto, può insegnare come si scrive, ma non come si vive. I suoi libri aprono mondi, illuminando soprattutto aspetti ombrosi del rapporto madre-figlia: non è questo in discussione. Ma non è neppure in discussione che il suo magistero resta dentro i libri: lì va lasciato e non oltre.

Non penso che persone e opere si identifichino. Per fare un solo esempio. Ho riso su alcuni (non tutti) film di W. Allen, ma non ho nessuna stima di lui come persona.

Quando insegnavo ho passato ore e ore a ribattere ai ragazzi che dicevano di non poter essere giudicati nelle loro azioni: effetto perverso, a mio parere, visto che lo concedevano a Dio, di un raffazzonato cattolicesimo. Dicevo loro che indubbiamente nessuno poteva dare un giudizio che fosse una sorta di marchio globale e definitivo sulla loro vita, sul groviglio di esperienze, sugli incastri psicologici che ne avevano determinato le azioni. Non ho mai avuto dubbi che, se avessi vissuto come loro, mi sarei con altissime probabilità comportata molto peggio di loro. Ma quel mio (eventuale) comportamento come il loro (effettivo) andava valutato: pena l’incapacità di distinguere ciò che non dà problemi al prossimo e ciò che, invece, li moltiplica, il bene e il male, insomma.

Sapere che la Munro non è stata una madre sufficientemente buona (vedi Winnicott) conferma che: 

le persone sono impastate di ombre e di luce;

le donne non sono migliori degli uomini e le madri non sempre proteggono i figli;

un libro può essere eccelso anche se chi l’ha scritto fosse ben poco raccomandabile;

sui piedistalli non sono in tanti a reggere a lungo.

Non essendo io un genio della letteratura non è un rischio che corro, ma mi chiedo: nel caso le due cose non riuscissero a convivere, preferirei scrivere un libro immortale o vivere secondo sincera e buona moralità?

venerdì 31 maggio 2024

Una mattina all'ICS Aldo Moro di Casalnuovo

 

L’IC Aldo Moro di Casalnuovo, per il Maggio dei Libri, ha scelto come lettura per le seconde classi La Carta e la vita - Le ragazze e i ragazzi di Nisida leggono la Costituzione. E così stamattina, dopo anni, insieme al mio collega Gigi Salvati, sono tornata in una scuola del territorio a confrontarmi con i giovani allievi su un libro nato all’interno del progetto scrittura carcere minorile. Facce pulite dell’ultimo anno in cui si è ancora bambini più che ragazzi, pensieri ed emozioni che gorgogliano nelle vene e una fiducia che resiste nei confronti degli adulti, il bisogno di parole che abbiano senso. Fanno domande precise, semplici e affilate. Mi regalano una rielaborazione della copertina del libro, fatta da Martina: un dono prezioso. Viviana parla di un racconto del libro che l’ha più colpita, quello che narra di una delle madri costituenti, Teresa Noce Longo. Fuori il cielo è nuvoloso e c’è vento, dentro l’auditorium la mattinata è bella e l’aria sa di primavera non solo metereologica. Di tanta bellezza – necessità di “bellezza” è la prima esigenza che ragazzi e ragazze hanno espresso: senza bellezza manca loro l’aria, la luce, il nutrimento essenziale per la vita – porterò con me la dedizione della dirigente, professoressa Maria Rosaria Visone, la passione educativa della coordinatrice dei progetti lettura professoressa Luisa Ciccone e delle professoresse delle II A, B, C, E, F, G. che hanno accompagnato i ragazzi nella lettura del libro di Nisida. Mi porterò le loro domande e il loro regalo. Ma soprattutto mi accompagneranno gli occhi luminosi di una ragazzina. Nelle sue parole e nella luce negli occhi che le accompagnava mi è sembrato cogliere che, leggendo questo libro, avesse come trovato una pietruzza che intuiva importante per la sua vita. Mi sono chiesta come sarà lei, come saranno tutti i suoi compagni, tra venti, trenta anni, quanto delle ore che hanno passato a farsi, a scuola, certe domande germinerà nella loro vita.