mercoledì 9 settembre 2020

La figlia unica di Guadalupe Nettel, un libro necessario

 


Ho qualche dubbio sul fatto che La figlia unica di Guadalupe Nettel, edito da La Nuova Frontiera, sia, come ho letto da qualche parte, un capolavoro letterario. Ma sono pronta a firmare che è, senza dubbio, qualcosa di (forse) meglio: è un libro necessario. Perché entra nella carne viva di una narrazione, quella sulla maternità – in questo caso, la maternità rifiutata, quella cercata, quella vicaria, quella costretta ad affrontare il dramma di una bambina col cervello poco formato e di un bambino traumatizzato dal padre – che, di fatto, è solo all’inizio. E solo da poco sta uscendo dall’ideologia per fare i conti con la realtà.

Sebbene ci sia tantissimo ancora da fare, al presente, il dibattito “reale”, quello che mette in discussione gli incerti equilibri della nostra società, non è la presenza delle donne nel pubblico.

In Italia, ci metteremo qualche anno in più: ma avremo anche noi, un giorno o l’altro, una Presidente del Consiglio o una Presidente della Repubblica, come abbiamo presidenti donne di Regioni e sindache. Di fatto – anche in un clima che comprende buone dose di misoginia e di svalutazione delle donne – tutti sanno che potranno trovarsi davanti un medico donna, un giudice donna, un professore universitario donna e così via.

Qui si aprirebbe un discorso ampio. Se si esclude un breve periodo del Novecento in cui le donne della media borghesia sono state “l’angelo del focolare”, e, naturalmente, le nobili (ma, in quel caso, anche i nobili), tenute lontane dal lavoro (quello fuori casa, pagato, anche se, magari molto male), le donne hanno, in realtà, sempre lavorato: e tanto.

Se vado indietro nel tempo, le mie ave sono state contadine, artigiane, operaie: hanno faticato e prodotto più di me. La differenza sta nella scolarizzazione: io ho potuto studiare e il mio lavoro non è stato solo o soprattutto il contributo alla “sopravvivenza” della famiglia, ma, prima di ogni altra cosa, l’inveramento di anni e anni di studio.

Ed è chiaro che l’entrata in massa di donne scolarizzate porterà sempre più donne a ruoli di primo piano, compresi quelli in cui si esercita il “potere”: politico, economico, giudiziario, culturale, sociale.

In questo processo, quello che è cambiato alla radice è il rapporto con la maternità: da destino biologico a scelta.

E questa scelta – non il lavoro che è diventato cosa ovvia e neppure la carriera, difficile ma possibile – che rappresenta, oggi, il bivio esistenziale di ogni donna.

Guadalupe Nettel lo racconta con grande incisività, in maniera molto piana, con uno stile da buon giornalismo narrativo: e ti inchioda alla lettura e alla riflessione.

domenica 6 settembre 2020

Per Reggio

 


Non so se, nei quasi sei anni di governo cittadino, Giuseppe Falcomatà – arrivato alla carica di primo cittadino di Reggio dopo l’esperienza fallimentare della destra, disastrosa sul piano economico-sociale e culturale – sia riuscito a fare o, per lo meno, ad avvicinarsi all' “abbastanza”.

Parafrasando una definizione che Nadia Terranova ha dato di Messina, a Reggio non manca niente, escluso quello che manca. E poiché quello che manca è quasi tutto, arrivare all’ “abbastanza” non è facile.

Ma chi vota l’uomo scelto dal leader leghista vota contro la città, contro il Sud e, in definitiva, contro il Paese unito delineato dalla Costituzione.

Tra le cose che vengono prima della politica, la dignità dovrebbe avere un posto importante.

Facendo riposizionare la statua della dea Minerva con la faccia rivolta alla città  “perché i suoi nemici non vengono da fuori, ma stanno dentro”, Italo Falcomatà, il sindaco della primavera reggina, ha lasciato un monito tuttora valido a chi vuol intendere.

martedì 1 settembre 2020

Perrin, Dara e il ritorno alla letteratura sepolcrale

 


Quando posso, vado al cimitero, ripulisco la tomba di mio padre, visito quelle di alcuni parenti e amici.

Mi piace il cimitero del mio paese, su una collinetta che guarda la costa, il mare stamattina blu, l’Etna fascinosa. Mi piace sapere che avrò questa natura intorno – il vento, la luce della mia terra – quando sarò in una di queste tombe.

È un cimitero pulito, ordinato. Merito, anche, della guardiana: una gentile signora sempre impegnata a ripulire, a dare decoro al luogo.

Ho fatto, a piedi, la salita, tra fichi d’india e olive, ripensando a due libri, letti ultimamente, che hanno come protagonisti due guardiani di cimitero: quello di Valerie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, edito ad E/0 e l’ultimo di Domenico Dara, Malinverno, appena pubblicato da Feltrinelli.

 


 

Il primo è un testo gradevole, che risulterebbe decisamente migliore se fosse ridotto di almeno un terzo (di più, sarebbe anche meglio). Vi domina, nonostante la morte e tutte le fratture e disperazioni che essa comporta, il bisogno (o il sogno più volte ripetuto) di “ricomporre” l’esistenza, di sperimentare un’armonia che, colmando di vita, dia senso anche alla sua fine.

Il libro di Dara, grande omaggio ai libri di ogni tempo, è scritto molto bene. La padronanza dello stile (Dara si conferma tra gli autori calabresi che possono rivolgersi ad un pubblico internazionale) fa sì che non cada nell’horror, nel grottesco, nel comico dove un autore di minore talento rischierebbe in una simile trattazione e resti come sospeso in una sorta di dimensione onirica e/o magica. È stata una lettura piacevole, quindi, che mi ha lasciato, irrisolta, una domanda.

Se, in un’opera letteraria, a decidere è lo stile, non ha, però, poca importanza lo sguardo dell’autore, la sua visione. Qual è la visione che Dara dà in questo testo? La vita vale meno del suo racconto? La morte ha una vitalità più alta della vita? La vita è tollerabile solo quando da persona si passa a personaggio letterario?

 

P.S. C’è, poi, una domanda più generale: perché tanto ritorno ad una narrativa sepolcrale? (N.B.: Amo il Foscolo dei Sepolcri)