martedì 11 marzo 2014

Pane e Parole. Nisida e la Sintassi del cambiamento





Abdelilah, Alessio, Andrea, Angelo, Carlo, Cristian, Ciro, Dragana, Emanuele, Franco, Francesco, Francesco, Gaetano, Lorenzo, Lorenzo, Luigi, Luigi, Marco, Nico, Nicolaj, Paolo, Pasquale, Riccardo Salvatore, Salvatore, Silvano, Valentina, Vincenzo, Vincenzo, Vucina.

Sono i ragazzi che – insieme a Viola Ardone, Paolo Curtaz, Daniela de Crescenzo, Alessandro Gallo, Andrej Longo, Antonio Menna, Anna Petrazzuolo, Patrizia Rinaldi, Gianni Solla, Cristina Zagaria – hanno partecipato al Laboratorio di Lettura e Scrittura che, con l’aiuto di Adele Micillo, ho curato nella prima parte di quest’anno scolastico.

Parole come Pane. La Sintassi di Nisida, il libro in cui sono raccolti i racconti dei dieci autori e gli scritti propedeutici dei ragazzi sarà disponibile, in versione cartacea e come e-book consultare, a tal proposito il sito di Caracò: www.caraco.it

Martedì 25 marzo, alle 12, il libro – la prefazione è di Isabella Bossi Fedrigotti (cui va un mio ringraziamento speciale), la copertina di Cecilia Latella – sarà presentato, alla Fiera di Bologna, nell’ambito delle iniziative culturali del Miur al Salone del Libro per Ragazzi. Ne parleranno Luisa Mattia e Andrea Valente.

La prima recensione, cosa che mi dà una particolare gioia, è di Mara Rechichi su Zoomsud http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/65049-l-anticipazione-il-pane-e-la-sintassi-dei-ragazzi-di-nisida.html

lunedì 10 marzo 2014

Flannery O' Connor non lo sapeva. Ma anche noi alleviamo pavoni





Flannery O’Connor – autrice riconosciuta tra le voci più autentiche e geniali della letteratura americana del Novecento – allevava pavoni. “Ho intenzione – scrisse in una lettera – di diventare l’Autorità Mondiale sui Pavoni, e spero che una volta o l’altra mi offrano una cattedra alla Facoltà di Pollamologia”.

Benché non le mancassero certo le parole per raccontare idee e sentimenti, sul perché allevasse pavoni rispondeva: “Non lo so”. Ma aggiungeva che, di fronte a loro, si teneva “in una reverente soggezione” perché “dove c’è un pavone c’è anche una mappa dell’universo”.

Benché li incontri spesso – tutti impettiti – che se ne vanno per i giardinetti, insieme a galline e a capre, a cercare qualcosa da mettere in pancia, l’ultima cosa che mi sarei aspettata è di trovarmeli, stamattina,… in aula.

“Reverente” non credo sia, nel mio caso, l’aggettivo più giusto. Meglio un termine che esprima un vago senso d'inquietudine, una preferenza di distanza. Ma il sostantivo sì. Provo un senso di “soggezione”.

Che in essi ci sia una mappa dell’universo – beh, una mappa la si può trovare in ogni essere creato, roccia, fiore, animale che si voglia.

Ma potrei aggiungere, che in quella loro presenza proprio (anche se, al momento, non l'ho trovata per niente gradevole) un po’ di mappa dell’isola c'è. Eccome.


Isola di capre, cantava Omero.

Isola dei conigli, scriveva Boccaccio.

Isola dei gabbiani, abbiamo detto noi qualche anno fa, collegandola ad un libro di Astrid Lindgren.

Chissà, magari ci occuperemo pure della O’ Connor, visto che anche da noi si allevano pavoni.

venerdì 7 marzo 2014

Bene lo spot sui Bronzi, ma sul Tropea...





Non che le notizie, intendo quelle specificamente culturali, provenienti dalla Calabria siano tutte gradevoli. Per esempio, non mi convince la nuova versione del premio letterario Tropea che, con la presidenza di Isabella Bossi Fedrigotti e la direzione di Maria Faragò, aveva acquisito considerazione e rispetto in Italia.

Ma è davvero bello (finalmente) lo spot ufficiale della regione per il 2014, che riesce, con pochissimo (la splendida voce di Giancarlo Giannini, delle frasi sensate, il fulgore dei Bronzi che, per folgorare non hanno bisogno di nient’altro che di se stessi) ad evocare la grande storia e la grande bellezza che, nonostante tutto, fanno d'una terra molto maldirotta un luogo tuttora pieno di incanti.

Lo si può vedere su youtoube:

 

giovedì 6 marzo 2014

La Quaresima della cenere e dell'acqua





Alba di bellezza quieta. Cielo azzurro e un refolo freddo dove ancora non batte il sole. Un piccolo gregge di capre coscienziosamente bruca le foglie del roseto sulla sinistra, qualcuna s’attarda a ruminare i petali che il vento ha fatto cadere dalla grande rosa canina sulla destra.

Una scena così, qui –magari con altre erbe al posto delle rose – l’ha vista una pastorella magnogreca un numero di secoli fa da capogiro.

Poi, il tempo, si concentra e s’illumina in quella che, per me, è la più bella cappella del mondo.

La Quaresima 2014 inizia così e, in mente, mi resta quel bel legame cenere-acqua-bucato delle parole di don Tonino Bello. Queste:


Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.
Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione".

È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. E' la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.

Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? "Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.

Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi. Un grande augurio.


l'immagine, tratta dallo spot Cei sull'8 per mille dello scorso anno, ritrae il cappellano di Nisida


domenica 2 marzo 2014

Roberto Dinacci, sei anni dopo






Scendevamo da scuola, verso il cancello d’uscita, parlando del senso della politica. Alcuni ragazzi zappettavano il prato interrando piantine per la primavera già vicina. “Vedi quei due, Roberto?” Sai le loro storie. Certo, io spero che Dio li prenda per i capelli, ma noi no, non possiamo fare niente per farli cambiare”.

Roberto mi guarda, serio e gentile e, senza parlare risponde: “All’evidenza hai ragione, Maria. Ma è una ragione triste e inaccettabile. Bisogna spostare sempre più in là la convinzione che non sia possibile lavorare perché una vita cambi in meglio”.

Non oso contraddirlo neppure con lo sguardo. Con dolcezza e umiltà – tanta, che a non conoscerlo si potrebbe sembrare quasi incerto – col pudore con cui si velano le cose più belle e la sicurezza di chi per le sue idee può vivere e morire, Roberto mi sorride, negli occhi colori e profumi, anticipo d’ogni primavera: “Si può, Maria. Perciò si deve fare”.