lunedì 17 dicembre 2012

La Cantata dei Pastori


 
 
 
Nella foto, Maria, Giuseppe e Gesù, dal cartone animato La cantata dei pastori, realizzato interamente da Mad Entertainment Animation, in anteprima a Napoli il 18 dicembre e in Tv, su Rai 1, il 26.

domenica 16 dicembre 2012

L'inquietudine della strada giusta


 
Il fratello d’una mia trisavola – ho il suo stesso nome, ma il mio deriva da una diversa linea genealogica – era, dicono, un gran lavoratore. Piccolo di statura, preciso in ogni suo dovere, tutto casa, campagna e chiesa. Inappuntabile.

Ma un giorno, chissà in quale pensiero immerso, fece quella che oggi si chiamerebbe una gaffe.

Come d’uso, entrando in una casa amica, si tolse ‘a birritta, s’inchinò e, a voce forte, disse: “Saluti e bon ci crisci”. Senza considerare che era andato lì, col morto ancora nel suo letto, per una visita di condoglianze.

Donna Francesca – mia trisavola anche lei – lo fulminò con lo sguardo e se lo mangiò di parole: “Compari, ‘u beni mi crisci, ‘u mali ‘nto fundu du ‘mari…”.

Perfino gli auguri, insomma, rischiano di non essere sempre appropriati; addirittura d’essere sbagliati.

Figuriamoci le scelte.

Ho idea che ci troviamo ad uno snodo importante – forse epocale – della nostra storia.

Avverto tutta l’inquietudine della strada giusta.

venerdì 14 dicembre 2012

Ad Elsa Fornero. Con stima e simpatia



I miei sette lettori (c’è la crisi, diminuiscono anche i lettori, non solo per i grandi giornali…) sanno che più volte ho espresso stima e simpatia per il ministro Elsa Fornero. A cominciare da quando, all’inizio del governo del Monti, è stata abbondantemente ridicoleggiata per le sue lacrime.

Non mi pare che sia stata adeguatamente ripresa la sua ultima intervista in cui, ribadendo che tornerà a fare il professore universitario, ha osservato come le sue lacrime sono state sbeffeggiate, al contrario di quelle di alcuni politici uomini.

Già, perché basta poco per ricacciare le donne – anche le dominae, le signore di qualità, nell’angolo delle donnicciole – e altrettanto per far cogliere abissi di nascosta umanità in rappresentanti (magari ottime persone, non è questo in discussione) del genere maschile.

Ma questa vignetta de La filosofia reggina mi ha fatto troppo ridere.

La signora Fornero non conoscerà le sfumature di quella nostra implorante invocazione – per l’anima dei morti – e neppure il nostro culto per le crispelle (con le alici) delle Vigilie, ma mi auguro che, se avrà occasione di vederla, possa ridere anche lei.

Con rinnovata stima e simpatia.
 
Da uno spunto de La filosofia reggina, anche questo articolo pubblicato su Zoomsud, Io me ne f... Tu te ne f... E noi ci ritroviamo così:
 
 

martedì 11 dicembre 2012

La stella di Concetta



La stella di Natale, che per cinque anni, puntuale, aveva cominciato a illuminarsi di rosso all’inizio di dicembre, quasi vergognosa delle sue rade foglie verdi semi accartocciate sui rami nudi, si nascondeva rattrappita in fondo al cortile mentre la pioggia intristiva una festa dell’Immacolata che già non sapeva di dolce.
 
A quasi ottanta anni, per la prima volta donna Concetta avrebbe passato il Natale da sola. Non le era successo neppure dopo che, tre anni prima, era rimasta vedova. L’unica figlia, che abitava in cittadina del nord-est, scendeva a passare tutto il periodo delle vacanze scolastiche insieme al marito e alle due figlie che, anche crescendo, erano rimaste affezionate a quei giorni calabresi di inverno tiepido, passeggiate in bici lungo la strada del mare, cucina della nonna e giochi a carte con un gruppo di amici d’infanzia che aveva resistito agli anni, alle lontananze tra una vacanza estiva e una invernale, ai fidanzamenti e ai matrimoni.
 
Ma Teresa, quell’anno, doveva andare a trovare la suocera che stava troppo male per poter barattare, ancora una volta, Pasqua con Natale e Anna doveva partorire tra la Vigilia e Santo Stefano, ragion per cui Rita se ne sarebbe rimasta ad accudire la figlia, col magone di lasciare sola una madre vecchia in una casa troppo grande. Dove i ricordi tristi, tenuti a freno in compagnia, in solitudine potevano diventare fantasmi mortalmente avvolgenti come spire di polpi avvelenati.
 
Ogni 8 dicembre, tornata dalla Messa, Concetta tirava fuori il grande scatolone coi pastori, li scartocciava ad uno ad uno dai fogli di giornale che li proteggevano dalle rotture e li metteva su un tavolino a prendere aria in attesa che Anna s’inventasse, ogni anno, una diversa rappresentazione del presepe. E lo stesso faceva con gli addobbi dell’albero, ch’era da sempre compito di Teresa.
 
Poi prendeva un recipiente smaltato ch’era appartenuto a sua madre, ci versava il vino cotto e, dentro, tagliuzzati, i fichi secchi e si dedicava al lavoro più lungo della giornata. Si sedeva in un angolo da cui si vedeva bene l’Etna al di là del mare, un masso di granito sul tavolo, un martelletto e schiacciava le mandorle che, pulite e triturate, nei giorni successivi sarebbero andate a far compagnia ai fichi.
 
Sebbene la prossima nascita di un pronipote le desse un senso di caldo stupore – la meraviglia d’un regalo inatteso, mai aveva osato sperare in un tale traguardo – il vicino Natale solitario l'appesantiva d'una malinconia di lacrime rapprese che, pur sforzandosi, non riusciva a mettere fuori dalla porta.
Non le dava cuore né di mettersi davanti agli occhi un qualche simbolo di festa né tantomeno di preparare dolci che, non essendoci Teresa e Anna, non avrebbero trovato tazze di latte bollente in cui tuffarsi.
 
Neppure il tempo aiutava. Il mare anneriva, mugghiando, sotto nuvoloni spessi che avevano già ricoperto tutto il profilo siciliano e, d’un tratto, la grandine colmò i vasi delle piante da cucina, piegando l’ultimo basilico, la menta e il rosmarino. Qualche minuto e il cielo fu di nuovo azzurro e il sole tornò a dorare la neve dell’Etna in rivoli di luce che dalla montagna scendevano sul mare in scintillii di colori.
 
Concetta, ch’era rimasta ferma dietro il vetro, chiusa nei suoi pensieri, si riscosse. Non poteva certo gettare un’ombra di malaugurio sul bambino che stava per nascere. Anche se avrebbe avuto bisogno di un bel po’ di tempo per finirli, andò a prendere l’occorrente e iniziò a preparare i petrali.
 
 
 

 

 

 

domenica 9 dicembre 2012

Il mio presepe

 
 
La lavandaia, certo. Avevo già dieci anni e al mio paese si lavava ancora in una vasca comune ad un crocicchio di strade, insaponando i panni sul lavello ondulato di granito e lì si abbeveravano le mucche e l’asino di ritorno dal suo lavoro. (Da bambina, con l’asino, salivo in giardino con mia nonna; un pomeriggio d’estate, per gioco, uno mi afferrò dalla gonna nuova e mi fece un’altalena su e giù; piansi per la gonna “alla moderna” miseramente strappata, ma continuai ad amare gli asini).
 
E il pastore. Ma, in campagna, non ne ho mai visto uno addormentato a bocca aperta sotto qualche albero, piuttosto lo incontravo scendere la fiumara per portare tutto il gregge, i capri, le pecore madri dalla lana beigiolata, gli agnellini tenerelli, verso il mare. Borbottava, in dialetto, qualcosa come: “E’ dall’alluvione che non c’è una pioggia come si deve”.
 
E, poi, il contadino con il suo paniere di frutta e verdura in mano, con le mani callose e la giacca di fustagno liso. E la massaia con le sue galline, che conosce ad una ad una e parla a Rosina e a Bianchina con scontrosa tenerezza.
 
E l’arrotino, che somigliava a mastru don Giuvanninu, che forgiava le zappe e lavorò fino alla morte, fermandosi solo per una pesante influenza: “Non haiu putiri né mi lavuri né mi mangiu”. (non ho la forza né per lavorare né per mangiare).
 
E le botteghe di carni, salumi, formaggi, i ‘putii.
 
E il pozzo (che conoscevo bene) e il laghetto (non ne avevo idea, però non era dissimile per forma, se non per colore, dalle pozzanghere) fatto con un piccolo specchio e, in anni più recenti, con la carta d’argento, con le papere, le oche, i sassolini intorno.
 
E la faccia nera di uno dei Magi. Non c’era la televisione quand’ero proprio piccola e La capanna dello zio Tom l’avrei letta dopo alcuni anni: che ci fossero persone d’altro colore lo appresi nell’armonia del presepe.
 
E tanto muschio preso dalle armacere (muri di contenimento delle terrazze) del giardino. E qui mi devo fermare perché l’immagine si fa troppo dolente, di persone care che un tempo erano giovani e forti e non lo sono più.
 
Non ho mai saputo fare il presepe, mi limito a mettere i pastori a passeggio. E non saprei neanche costruirmi i pastori, con la creta o con la plastilina.
 
Eppure ne ho uno in mente, grande, in cui c’è posto non solo per i pastori della tradizione, ma per tante persone che nella vita, magari solo mentale, ho incontrato, per anni o solo per qualche ora, familiari, amici e gente che neppure mi conosce eppure amo.
 
Me li sento tutti dentro nello struggimento dell’anima, al suono delle ceramelle, nell’incanto d’una nascita speciale sotto il cielo stellato – ho sempre associato il Kant de “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” agli sfondi blu notte fitti di stelle dei presepi della mia infanzia – nella malinconia di un tramonto incantato che diventerà alba da estasi, ma intanto bisogna attraversare la notte.

Ho già, ultimamente scritto del presepe. Sarà la vecchiaia che porta ai ricordi. Sarà la consapevolezza che l’unico reale discrimine dell’età, se la salute regge, è che i giovani guardano al futuro come opportunità e i vecchi come pericolo: ma, forse, questo valeva di più prima, perché a trovare speranze nel futuro, oggi è difficile anche per i giovani. Sarà l’idea di sottofondo che uno dei nostri limiti, come calabresi, è quello di non aver mai accompagnato l’orgoglio di noi stessi con un’effettiva valorizzazione di quello che siamo stati e siamo o possiamo essere: un orgoglio amaro e risentito, insomma, non un orgoglio che ha in sé le proprie, tranquille, ragioni.
 
Il presepe è universale, integra in sé popoli e culture differenti (come universale è l’albero con le luci che, magari non in tanti lo sanno, ma ha anch’esso radici “religiose”, giacché deriva dal fatto che la Bibbia parla di alberi che danzano illuminati e felici alla vista di Dio). Ma qualunque autore sa che il massimo dell’universale si raggiunge nella rappresentazione del massimo del particolare.
 
Ecco: mi piacerebbe fare, oggi, all'Immacolata, secondo tradizione, un presepe del tutto “calabrese”. Ci metterei Telesio e Campanella, Ibico, Nosside, l’emigrato dell’Ottocento che parte per la lontana ‘Merica e quello del ‘950 che s’avvia verso Torino e Milano, e la nostra prima laureata…e… e… e…
E voi, chi ci mettereste?
 
 
 
Nella foto "le due calabresi" attribuite al Sanmartino

 

 

 

martedì 4 dicembre 2012

Nonostante che, è Avvento




Con me Eduardo De Filippo-Luca Cupiello l’ha vinta da sempre. Il presepe mi piace. Assai.

Mi basta un accenno, la grotta, qualche pastore, un po’ di pecore. Ma ho una predilezione per quelli grandi, con case e casettine, laghetti e torrentelli e, soprattutto, miriadi di personaggi. La venditrice di uova e il macellaio, il fabbro e il verdumaio, la lavandaia e il pescatore, lo scemo del villaggio e il sapiente che viene da lontano e poi le galline, le oche, i colombi, il maialotto, i cesti di pane e i bicchieri di vino.
 
E’ come vedere uno di quei paeselli calabresi arrampicati su per l’Aspromonte con tutti gli abitanti, colti negli umili mestieri di un tempo, nell’atmosfera sospesa di una notte stellata, quando ogni cosa sembra andare oltre se stessa e non c’è buio che non sia illuminato, silenzio che non dica parole essenziali.
 
Uno sguardo in più e ogni pastorello di terracotta si scioglie dal suo incantamento e si muove con l’andatura ‘i cummari Peppina e di ‘mpari Turi ed è tutto un quotidiano discorrere: “’Mari Santina, aviti ‘nu pocu ‘ i putrusinu, che aia ‘a fari ‘i purpetti?”, “Mali ‘ppe mia, chi mi succiriu…”, “Focu meu, focu meu, sintisti chi Mariuzza sa fuiu…”.
 
Il bue e l’asinello tacciono, ma il loro respiro colma di tepore la grotta e si fa scialle per il freddo del cuore. Come quando ero piccola e, nella stalla, lì dietro i banani e le vasche per l’acqua, mentre mia nonna mungeva la vacca, ruminavano quieti la paglia e il loro fiato era una piccola nuvola che riscaldava l’inverno.
 
Una «piccola divagazione» sul presepe – «nel Vangelo non si parla qui (ndr, nei versetti che raccontano la nascita) di animali», ma «nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino» – la regala anche l’ultimo libro di Benedetto XVI: una narrazione, semplice nel linguaggio, limpida nello stile e profonda nei contenuti, de L’infanzia di Gesù. Una riflessione che può felicemente accompagnare i credenti nell’avvicinarsi al Natale e trovare attenzione anche in chi non credente o credente in altre fedi, ha qualche curiosità sull’argomento.
 
Pubblicato da poche settimane in 1 milione di copie, in contemporanea in 9 lingue e 50 paesi, non appare certo strano che il libro, coedito, nel nostro paese, oltre che dalla Libreria Editrice Vaticana, da Rizzoli sia in testa – come riferisce La lettura del Corriere della Sera – alle classifiche italiane di quelli venduti nel settore saggistica, sia in cartaceo che in e-book.
 
Vi venisse però la curiosità di sapere se anche in Calabria L’infanzia di Gesù sia al vertice delle vendite, non troverete risposte. Per il semplice fatto, – e se non è così, sarò lieta di apprenderlo – che in Calabria rilevazioni settimanali a tappeto di quanti e quali siano i libri venduti pare non se ne facciano.
 
 




Quand’ero giovane, nel secolo scorso, l’inverno iniziava il 2 dicembre, quando nonni e zii contadini
scrutavano il cielo dell’alba con grande attenzione: “Si ‘cchiuvi ‘a santa Bibbiana, ‘chiovi ‘nu ‘iornu, ‘nu misi e ‘na settimana”… e il Natale iniziava alla fine di Novembre, con quella Novena, che, all’Immacolata, portava in tavola le stesse crispeddhi del 24 e del 31 Dicembre.
 
Anzi, no, Natale iniziava ad agosto – “Siccamu ‘ndu fichiceddha pi’ pitrali” – con appendice a Settembre – quando il primo mosto doveva bollire fino a ridursi ad un quarto per quel vino cotto che, l’otto Dicembre, veniva versato in un grande recipiente smaltato in cui ogni giorno, ai fichi, si aggiungeva qualcosa (noci, bucce di mandarini, cioccolato) fino a farne quella pasta inebriante che riempiva in mezze lune la frolla dei petrali qualche giorno prima del Natale.
 
Se ‘i crispeddhi erano l’espressione del niente che attingeva al sublime (un po’ di farina, un po’ d’acqua, tanto olio di gomito: solo civiltà contadine di lunga tradizione possono produrre qualcosa di simile), i petrali erano la povertà che diventava ricchezza. Gli ingredienti del lavoro dei campi di tutto un anno, più qualche ombra di cioccolato (se c’era) che diventava il simbolo del “di più” che il Natale rappresenta e il tutto “nascosto” perché l’apparenza di quel piccolo dolce non rende l’intensità né del profumo né del sapore. Come, passando dal profano al sacro, in fondo non è immediatamente visibile l’immensità di Dio in un Bambino.
 
Giorni, nelle case, di assoluto predominio al femminile. Con le donne che si aiutavano a vicenda nel produrre cofani di petrali e gli uomini di casa in funzione di aiutanti, che non si opponevano ad “essere ordinati” di occuparsi dei grandi forni a legna, gli stessi del pane: con le relative litigate sui tempi di cottura. E i bambini mandati a portare la spasella alla vicina ‘Ntona e alla ‘za Caterina. E tutte le chiacchiere che si possono immaginare, i confronti tra i petrali di Cicciddella e quelli di Mariuzza e di ‘Raziedda.
 
“…si occupò della casa, filò la lana…” si diceva delle grandi donne romane. Di quante reggine, nostre ave, bisognerebbe ricordare, a perpetuo vanto, le loro crispeddhi e i loro petrali?

Nel pre-Natale 2012, tra gli odori, reali e metaforici, in cui siamo immersi, che meriterebbero solo nome di “puzze”, “miasmi” e simili, riusciremo a cogliere, meglio a produrre, anche qualche buon profumo?
 
 
 

sabato 1 dicembre 2012

Il prossimo inquilino di Palazzo Chigi


 
 
Cara Maria,

non ci sentiamo da molto tempo, ma, senza volere, a te ho pensato stamattina riflettendo tra me e me sul voto di domani.

Mi sono venute in mente tutte quelle nostre discussioni sulla politica, ai tempi del liceo. Discussioni acerbe e appassionate, con molte liti e lunghe lettere di spiegazioni delle nostre posizioni, che, tra l’altro, ci isolavano dalle nostre compagne. Chissà, magari, qualcuna di loro oggi segue la politica più di te e me messe insieme, ma, allora, in quella classe tutta al femminile, non era il loro massimo interesse.

Come ti puoi aspettare, ho votato, la scorsa domenica, alle primarie del centro-sinistra. Per la verità, mi è sembrato molto fastidioso firmare la condivisione del programma. Penso che, oggi come oggi, per la maggior parte delle persone, già è difficile condividere tutti i propri pensieri, figuriamoci un intero programma di partito e, per di più, di coalizione. Mi sono turata il naso e ho firmato, sapendo bene che da questa o quella posizione del centro-sinistra sono ben lontana, ma che ad esso mi lega una parte abbondante della mia storia e  quel particolare battito del cuore che qualcuno chiamava “il sogno di una cosa”, un po’ di giustizia e di uguaglianza su questa terra di dolori e di drammi.

Ma non sono certa che domani riuscirò a rimettere tra parentesi tutti i miei dubbi e le mie incertezze e fare un segno su una scheda. Il nodo, sai qual è?

E’ che io spero che, alle prossime elezioni, la maggioranza non resti certo quella che siede ancora in Parlamento né, tantomeno, abbiano troppo spazio nuovi, pericolosi qualunquismi, anzi  sia proprio quella di centro-sinistra.

Ma non riesco ad immaginarmi né Bersani né Renzi  (né, tantomeno, altri) Presidente del Consiglio. Fosse per me, senza se e senza ma, il Presidente del Consiglio sarebbe ancora il prof. Monti.

Vale anche per lui, quello che ti ho detto prima nei confronti dei partiti, anzi del Pd: non condivido tutto quello che ha detto o fatto in quest’anno di governo. Ma ha avuto un merito che mi sembra altissimo, anzi, lasciamelo dire, stratosferico: ha ridato dignità al nome Italia. Visto dov’eravamo precipitati, non era facile. Ora che abbiamo fermato l’inabissamento e possiamo, con duri sacrifici, risalire, come potremmo rinunciare ad una credibilità alta nel mondo come la sua?

E, tu, tu che pensi di fare, cara mia omonima?


ps ho scritto centro-sinistra col trattino, ma lo puoi leggere senza trattino, fa lo stesso, sono di quei particolari il cui supposto senso non riesce ad affascinarmi...