lunedì 12 dicembre 2022

Il mio libro 2022: Il romanzo di un maestro di Edmondo De Amicis

 

Il romanzo di un maestro di Edmondo De Amicis versione  tv  del 1959, visibile su YouTube. Qui i due protagonisti, Armando Francioli e Cosetta Greco (molto romanzato, in tv, il loro rapporto)

Sul podio delle mie (tante) letture 2022, ci sono bel numero di libri, direttamente o indirettamente, relativi all’aggressione russa dell’Ucraina, ovvero molti saggi di carattere storico-sociale (Anna Politkovskaja, Masha Gessen, Anne Applebaum, Andrea Graziosi ecc.ecc.) nonché reportage e racconti sullo stesso argomento, e alcuni romanzi dallo Stralingrado di Grossman a Piccole cose da nulla della Keeege che particolarmente mi sono piaciuti. Ma al posto d’onore ci metterei un libro scritto nel 1886, lo stesso anno di Cuore, e pubblicato nel 1890, Il romanzo di un maestro di Edmondo De Amicis. Non è, stilisticamente parlando, un capolavoro letterario, ma resta un racconto eccezionale, un documento vivo di quella prima fase dell’istruzione pubblica obbligatoria che si avvia, in tutta Italia appena costituito il regno unitario. Senza l’edulcorazione di Cuore, intorno all’esperienza di Emilio Ratti, formatosi alla scuola normale di Pinerolo e poi insegnante in varie e disperse località fino a giungere a Torino, si sviluppa la vicenda dei primi maestri e delle prime maestre: le “patenti” da ottenere; l’approccio con gli alunni; il “metodo” con cui insegnare; i rapporti con sindaci e delegati scolastici (erano i comuni a pagare gli insegnanti, poco e niente: e, questo, anche se nel libro non emerge, è una delle cause storiche delle distanze non superate, con l’unificazione, tra Nord e Sud, dove le scuole vennero avviate dopo e non dovunque), quelli con gli ispettori; il confronto con le famiglie, non sempre favorevoli alla scuola che sottraeva braccia lavoro alla campagna e con i parroci e i preti prima detentori unici dell'insegnamento; le difficoltà e la grandezza di un processo decisivo nella nostra storia nazionale. Un rilievo particolare hanno, nel libro, le vicende delle maestre: il primo, grande, nucleo di donne, lavoratrici non solo in casa e/o in campagna, che hanno affrontato viaggi lunghi (con spostamenti, per esempio, dal Piemonte alla Sicilia o alla Sardegna), e penose solitudini, vittime facili di insinuazioni malevole sulla loro moralità, che hanno dovuto superare, oltre i pregiudizi esterni anche quelli interiorizzati nei secoli, facendosi forza per affrontare e, magari, ripetere gli esami e prove, come gli “esercizi ginnici” che mettevano in rilievo “indecentemente” il corpo.

Ripreso su Zoomsud:

http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/108640-il-mio-libro-2022-il-romanzo-di-un-maestro-edmondo-de-amicis-scritto-1886-pubblicato-1890

 

 

 

 

 

lunedì 5 dicembre 2022

Verso Natale


Avrei voluto scrivere un piccolo racconto

di Natale. Mi sono venuti in mente solo

brandelli di storie, scarti da tralasciare.

 

Poi, nel sole d’una domenica d’Avvento

la vecchia pianta sasso – ha una quarantina

d’anni – è fiorita all’improvviso.

domenica 4 dicembre 2022

Le omelie vuote e La Parola Dio di Gabriella Caramore


Il Vangelo di oggi non è tra quelli che, immediatamente, facciano sentire la gioia di un’attesa. È duro, Giovanni Battista, che si veste di pelli di cammello, si nutre di cavallette miele selvatico, e, nell’annunciare “il regno è vicino” parla di “ira imminente” che come una scure taglierà alle radici tutti coloro che, non convertendosi davvero, non sono che una “razza di vipere”. Fa quasi da contrappeso, questo brano, duro, del Vangelo, a quello, irenico, di Isaia proposto come prima lettura: quella del “nuovo germoglio”, in cui ogni sapienza, bellezza, dolcezza è racchiusa, speranza di giustizia e di gioia per l’umanità.

A commentarle ci vorrebbe una persona – un uomo o una donna non cambia (a me il dibattito sulle donne prete non interessa, ma la voce delle donne sulla Bibbia sì, e molto) – capace di inoltrarsi nelle sfumature misteriose di Parole che evocano un Fatto – sta per nascere un Bambino che dirà di se stesso di essere Figlio di Dio – che segna, che si creda o meno nella sua divinità, la più profonda demarcazione nella Storia dell’umanità.

Mi è capitato, invece (non sono stata a messa nella solita chiesa che frequento) un prete in là con l’età, sicuramente uno che ci crede sinceramente, ma che sarebbe consigliabile non predicasse mai (uno sproloquio antigiudaico, anti-scienza, anti-ecumenismo: una sorta di mini Savonarola).

L’annuncio del Vangelo nelle omelie è un punto largamente dolente nella chiesa. Direi che, spesso, è allontanante/disturbante (non nel senso dell’inquietudine feconda ma della banalità, del sentimentalismo vuoto, della ripetitività).

In un mondo che, ormai da decenni, vive o può vivere fuori “dall’ipotesi Dio”, la presentazione della Parola acquisisce uno spazio più importante che in passato.

Ho letto recentemente “La parola Dio” di Gabriella Caramore, edito da Einaudi, che parte da questo interrogativo: «Si può ancora pronunciare la parola “Dio” dandole un significato che vada al di là di una inerte sopravvivenza? È davvero possibile liberarla dalle catene in cui le culture, le comunità religiose, i singoli individui l’hanno rinchiusa? La si potrà risollevare da terra, come ardentemente sperava Buber, o la si dovrà abbandonare a una deriva senza fine, in cui chiunque potrà usarla a proprio arbitrio, o deriderla, o magari cancellarla del tutto? È questa la posta in gioco. Capire se c’è un nucleo, un nervo che oggi si possa salvare dentro questa parola. Considerare se sia possibile farla ancora vibrare di quelle scintille che per secoli l’hanno tenuta in vita, ma senza aggirare il confronto con un’umanità radicalmente distante da quella che confidava pienamente in essa. Sapendo che viviamo dentro la realtà di uno sviluppo sociale e tecnologico che può benissimo fare a meno dell’ipotesi “Dio”, e sapendo, come ormai sappiamo, che la visione di un quieto cielo stellato occulta vibrazioni caotiche della materia, accelerazioni e precipitazioni, particelle rotanti, esplosioni, implosioni, fusioni, e sapendo che il male non cesserà di violentare la storia. Ma sapendo anche che ancora ci è dato di contemplare la bellezza delle notti profonde, e che il bene, qua e là, continua a resistere. Forse è possibile. Bisogna capire a quale prezzo. E se ne vale la pena.»

Mi sentirei di consigliarlo a chi, non avendo una fede a prova di bomba ma facendosi tante domande di senso, rischia, dopo troppe omelie vuote, brutte – e anche piene di assurdità, come quella che mi è capitata stamattina – di non rimettere piede in chiesa.