domenica 12 gennaio 2014

Gennaio





Aprile è il più crudele dei mesi

Caro Thomas Stearns Eliot,

a nessun mese mancano modi per diventareil più”.

E anche gennaio può essere, in materia, molto generoso.

martedì 7 gennaio 2014

Racconto: Anna e i suoi parenti




Senza mai dirselo esplicitamente – di poche parole con tutti, tendeva ad un sobrio silenzio anche con se stessa – per lungo tempo Anna aveva pensato che, arrivata alla pensione, avrebbe lasciato Roma per ritirarsi in una casetta tra la campagna e il mare della Calabria estrema. Soprattutto dopo la morte del marito e visto che i due figli, poco più che trentenni, lavoravano all’estero. Ma la morte dei suoi genitori e i sempre più scarni rapporti col resto della parentela calabrese le avevano congelato il proposito. Solo la sera tardi, quando i pensieri si facevano più opprimenti, talvolta cercava di fermare la mente anche vagheggiando di trasferirsi in un luogo in cui, anche se sola, avrebbe avuto la compagnia del cielo e del mare della sua infanzia. E, allora, le capitava anche di sfogliare le pagine dei giornali on line calabresi, alla ricerca di segnali che rafforzassero quel desiderio di ritorno che le si scioglieva già al primo albeggiare.

Quella sera vide la notizia sul primo dei giornali che aprì, ma non badò al nome, né collegò il nome alla persona. La ritrovò, la notizia, quasi uguale anche nel titolo, su un secondo e si limitò ad una smorfia, per quel cognome, il suo, che non era insolito ritrovare in fatti di cronaca sgradevoli. Ma sul terzo, la notizia era accompagnata da una foto che la lasciò immobile davanti al computer per buona parte della notte.

I capelli, le tempie, la forma degli occhi, il naso, le labbra, le orecchie, i lineamenti tutti del volto, non erano troppo lontani da quelli d’una prozia morta una quarantina d’anni prima.
Non era strano, la sua prozia e il signore della foto erano parenti, ma la stordì, come un pugno al mento, trovare lo sguardo della prima sulla faccia del secondo. 

Continuava a guardare quelle fattezze e le sovvenivano mezze parole, silenzi e bisbigli su certi rami della famiglia, ascoltati quand’era piccola e dimenticati in un angolo oscuro della mente.
Lo sapeva. Eppure mai, come ora, aveva realizzato di avere anche parenti in odore di ‘ndrangheta.

Quando riuscì a controllare il senso di fastidio – quasi una macchia sul maglioncino di cachemire rosa antico o una cacca di cane sulla punta della decolté blu – che la scoperta le aveva fatto ricadere addosso, provò a tracciare il suo albero genealogico. Sia per parte di madre che di padre non riuscì ad andare oltre un bisnonno, ma, anche così, il numero di prozii che si ritrovava era alto e molto di più doveva esserlo quello dei cugini di terzo grado e oltre. Sparsi chissà in quale parte del mondo. Con quanti da inserire, come sulle lavagne dell’infanzia, nella lista dei “buoni” e quanti su quella dei “cattivi”.

Ci mise più di una settimana a districarsi dalle confuse emozioni che tutte quelle appartenenze, quelle somiglianze che camminavano su altre strade, in altre città, quei fantasmi con qualche goccia del suo sangue, avevano fatto diventare fili di spago che le giravano intorno, stretti a serrarle il respiro, ad appesantirle i pensieri.

Poi anche quel tumulto fu riassorbito con il paziente esercizio di quella disciplina dei sentimenti ch’era, da decenni, il suo allenamento quotidiano. Dimenticò, richiudendo la ferita con un ricamo a cordonetto.



Pubblicato su Zoomsud con il titolo Racconti: L'albero genealogico di Anna

sabato 4 gennaio 2014

Cartoline reggine (buone anche per l'anno nuovo)





Ho raccolto delle more. Fuori tempo, mature e succose.
Ho visto, dall’Etna, stendersi nel cielo, in orizzontale per tutta la lunghezza della costa siciliana, un magico nastro rosso.
Ho attraversato strade con la spazzatura che impedisce non solo il passaggio ai pedoni ma rende difficile la guida (forse per questo, da queste parti, ci stanno tanti fuoristrada).
Ho sentito la gente lamentarsi della Tares fuori misura, soprattutto considerata l’inefficienza dei servizi.
Ho rivisto i Bronzi finalmente a casa.
Non sono andata al Cilea riaperto (ma si può anche pensare ad usare con tanta enfasi tal verbo?) giusto per una sera.
Ho raccolto splendide conchiglie su belle spiagge intristite da ristagni maleodoranti.
Ho incontrato persone belle che, in altri luoghi, avrebbero, forse, ruoli sociali più aderenti alle loro competenze.

I dati confermano che la qualità della vita, in Calabria, è la peggiore di tutte in Italia. Magari, in relazione agli indicatori prescelti, si cambia provincia, una volta si dice Reggio, un’altra Crotone, ma sulla regione sono tutti d’accordo.

Poiché, per tali dati, non vale la frase evangelica “gli ultimi saranno i primi”, questa, per chi la Calabria la ama, è una buona sfida per il 2014.






Più di uno mi ha chiesto: “E, allora che ne dici dei Bronzi al Museo?”.
Certe emozioni possono essere meglio espresse in un triangolo ideale fatto di silenzio, luce dello sguardo e un rigo appena, che sia un tweet o un verso. Ma proverò ugualmente a mettere qualche rigo dietro l’altro.
Il mio sentimento è molto vicino a due esperienze molto comuni.

La prima è quella del ritorno a casa, finalmente, del familiare amato che ha passato un lungo periodo in ospedale e che, ad un certo punto, già disperavi potesse mai rivarcare la soglia della sua stanza. Una sorta di letizia che ti formicola per ogni dove e vorresti ringraziare tutti, dal primario alla caposala, e ti viene da sorridere anche al vicino antipatico e a rispondere cortesemente all’ennesima telefonata di chi ti vuol vendere chissà chi. Insomma: gioia pura. Ma gioia che sa di convalescenza. Perché, finché tutte le sale non saranno di nuovo piene, finché il museo non tornerà tutto vivo, ti sembrerà di stare sempre sul chi va là.

La seconda è quella dei corredi inutilizzati. Quante case calabresi hanno armadi e cassettoni zeppi di (ingiallite) lenzuola e tovaglie dai meravigliosi ricami che furono approntati per il matrimonio della nonna della nonna e poi sono passati di figlia in figlia e mai messi in uso perché “sono troppo belli… e se poi si sciupano… e chi li stira…”. Insomma: abbiamo avuto un regalo. Prezioso. Non lo possiamo fare ammuffire.

Che cosa dovessero rappresentare, dovunque dovessero andare (e ben vengano studi e approfondimenti), il fatto è che sono arrivati a noi. “Egli verrà dal mare e sarà bello come un dio”, diceva Euripide nella Medea. “Essi sono venuti dal mare e sono belli come dei”, potrebbe scrivere oggi dei Bronzi nella loro nuova sala, sui loro basamenti così semplici così tecnologici.

Ma è un regalo che, insieme a tutto il passato contenuto nel Museo, insieme a tutte le ricchezze archeologiche del nostro territorio, dobbiamo – finalmente – saper fruttare. Per l’oggi e per il domani. Altrimenti, i Guerrieri – che sembrano lì pronti a difendere Reggio contro ogni nemico – scenderanno dai loro piedistalli e rivolgeranno tutta la loro forza contro di noi.



Trentanni fa e passa, sui treni che scendevano in Calabria, in quei primi giorni d’inverno carichi d’attesa natalizia, c’erano un bel po’ di anziani signori con i pantaloni quadrettati e, magari, un anello con pietra al dito, con mogli dalle caviglie ingrossate e, al collo, una catenina piuttosto massiccia. Emigrati in America, in Canada, arrivati a Roma in aereo e che proseguivano verso sud riempiendo il treno di valigie che, si immaginava, carichi di meraviglia per i parenti. 


Ventanni fa e passa, c’erano famigliole, torinesi di domicilio ma di ancora indimenticati accenti aspromontani, con figli piccoli che continuavano a chiedere: “La prossima è la stazione nostra?” e i genitori a zittirli riempiendogli la bocca di cibarie.

Da qualche anno, appena il treno lascia la Campania ed entra in Lucania, l’aria di Calabria si diffonde, immediata, attraverso i cellulari.

Ed è, soprattutto, una frase che si ripete: “Papà, siamo a venti minuti dalla stazione… Papà siamo un po’ in ritardo, non uscire ancora… Sì, papà ci vediamo tra poco…”. E’ la festa – voluta? dovuta? – del momentaneo ritorno a casa delle centinaia di studentesse che frequentano una qualche università del Centro-Nord e delle decine di donne che, sono riuscite, in qualche modo, a trovare lavoro. Qualcuna con a lato un marito, un fidanzato, un compagno, molte sole.
Te le immagini libere più di ogni loro ava, passata e recente, determinate  a non arrendersi rispetto ai loro sogni, forti oltre ogni fragilità. E sembra di cogliere che, in fondo, quel padre e quella madre che, al momento scompare perché nella circostanza sarà il padre a guidare la macchina dalla stazione a casa, ne sorreggano lo sforzo.

Sarà perché quella telefonata: “Papà, siamo arrivati a Paola… siamo in orario… quindi…” non mi appartiene (prima per mancanza del cellulare poi perché il tempo si porta via le persone), ma quelle due sillabe, pronunciate, qui, sul treno del ritorno, in decine di vibrazioni, sono la cantata più intima del mio Natale.

Tanti auguri, Calabria. A chi c’è sempre. A chi non può o non vuole esserci. E a chi, ogni volta, ritorna. 




Di tutti i presepi che ho visto quest'anno, questo - della parrocchia di Pellaro - è quello che mi ha emozionato di più: un pezzo di barca stravecchio con dentro la natività e, intorno, i segni dell'approdo sulle nostre spiagge dei profughi. Bibbia e storia a ricordare che siamo tutti "stranieri" in cerca di patria.

lunedì 30 dicembre 2013

Il 2014 e le elezioni europee






Non è stato un grande anno per l’Italia, il 2013. Ma, visto come sono andate le elezioni e il seguito, sarebbe potuto andare anche (molto) peggio.

Le prospettive per il 2014 sono (perlomeno) incerte.

C’è un impegno che andrebbe affrontato con intelligenza: le elezioni europee.

L’Europa, vista come la malefica entità che ci obbliga a pesanti  “compiti a casa” (quasi sinonimo di altre tasse), è tutt’altro che amata.

E, al momento, in effetti, non è riuscita ad essere molto di più di un’unità monetaria e di mercato, priva di un’anima.

A suo tempo, non m’era sembrata importante la vicenda dello scrivere a chiare lettere le sue “radici cristiane”. Oggi, che non si sappia dov’è il nucleo della nostra civiltà (la Grecia, Roma, il cristianesimo…) mi sembra una grande limite alla capacità di affrontare il presente e il futuro.

Lo so che non sarà così. Ma mi piacerebbe molto una campagna elettorale ALTA per le elezioni europee. Con candidati colti e competenti, che sappiano d’economia e di welfare. Che conoscano le lingue e abbiano orizzonti ampi. Che sappiano fare d’ogni nostra contrada uno spazio d’Europa. E contribuiscano a dare all'Europa un cuore intelligente e sensibile.