mercoledì 8 aprile 2020

Piccole scommesse su come saremo domani


Immagine tratta dalla pagina fb De Luca, imperatore del mondo

Ci sarà chi si getterà per le strade, chi avrà frenesia di “fuori”, per riprendersi la vita a morsi voraci. Ma ci sarà chi (saranno di meno, o saranno la maggioranza?) uscirà con timore, respirerà con cautela, sbrigherà i suoi servizi e farà il suo lavoro, ma si affretterà a tornare a casa: dove si sentirà un po’ meno in pericolo, un po’ più sicuro. (Stamattina, dopo una quindicina di giorni, sono scesa al supermercato. Uscendo, mi sentivo come quei soldati mandati, in guerra, in spedizioni pericolosissime, da cui chissà se sarebbero tornati. Rientrando, la sensazione era di una giornata che poteva cominciare a scorrere più tranquilla. Darei per scontato che è una percezione diffusa. E non se ne andrà tanto presto).
 
Economisti più o meno insigni fanno analisi sulla crisi, pesantissima, del nostro sistema. E, si spera, siano in tanti a stare elaborando idee e progetti innovativi per risalire dal baratro, per reinventare il lavoro e creare benessere più diffuso, meno ineguale. E chi è più vicino ai problemi sociali, avverte  che ce ne saranno di più complessi e di più gravi da affrontare: che, in realtà, ci sarebbe un po’ tutta la società da rimescolare.

Ma con quale testa verremo fuori da questa esperienza? Ci saranno fior di psicologi che ci stanno pensando, che saranno molto utili quando ripartire sarà il balbettio di chi ha lingua trattenuta e anche gambe malferme. Getto lì, senza nessuna pretesa, qualche ipotesi. Se ne sono andati molti anziani. Ed è diventato chiaro che essere vecchi non vuol dire essere inutili. Che i vecchi vanno protetti e custoditi. Non era ovvio in una società che, negli ultimi decenni, ha marciato sull’efficienza, sul valore di chi produce. Abbiamo scoperto – magari perché siamo un popolo più vecchio che giovane – che l’Enea che si prende sulle spalle Anchise fa tuttora parte del nostro dna. (Tra parentesi: è abbastanza ridicolo essere stata considerata “abile e arruolata” al lavoro ben due anni in più del limite considerato ora “a rischio”: anche se ho lavorato con molto piacere). Forse è stato meno evidente che Enea si porta per mano Ascanio. Nessuno, in Italia, si è ufficialmente rivolto ai bambini per tranquillarli, come ha fatto la premier neozelandese. Non mi aspetto un baby boom a dicembre. Sarebbe bello, ma penso più probabile che la pandemia ci abbia resi (e già lo eravamo tanto) molto incerti sul nostro futuro, che il nostro orizzonte si sia ancora di più bloccato, che la paura faccia aggio sulla fiducia. Finita la guerra, nel 1945 si sperava nella pace. C’era energia vitale che cercava sbocchi. Finita (quando finirà) la pandemia, resterà il terrore (cosciente e incosciente) del prossimo virus. Dopo quest’esperienza, le spinte verso l’eutanasia potrebbero diminuire. Chissà se diminuiranno gli aborti. Dopo che abbiamo, in massa, fatto tanto per difendere la vita, non dovrebbe tale difesa ripartire ab initio e riguardare ogni condizione? E quanto, al di là dei divorzi e separazioni che si registreranno, si rafforzerà il sentimento di famiglia?
 
Da ambienti di sinistra-sinistra e da una certa fascia di cattolici leggo delle analisi che rimandano la colpa della pandemia al capitalismo. Penso sia un’analisi fuorviante. Sbagliare le analisi porta sempre a scelte sbagliate. Sarebbe opportuno, in questa che non è una circostanza ma uno snodo epocale della storia umana, che l’analisi fosse il più possibile corretta. Dovrei rifletterci di più. Ma mi azzardo a dire qualcosa. Non c’è dubbio che la pandemia sveli l’ingiustizia che permea la nostra società. Non c’è bisogno di riferirsi ai lati estremi della grande ricchezza e della grande povertà, basta limitarsi all’esperienza media, per sapere che la quarantena trascorsa in una casa sufficientemente confortevole, con un po’ di strumenti tecnologici a disposizione e con uno stipendio fisso che garantisca pranzo e cena, anche se non si lavora o non si lavora come prima, è cosa ben diversa che stare in cinque in trenta metri quadri e senza i soldi per la spesa. Ma, questi, sono gli effetti o, meglio, il disvelarsi di ciò che sapevamo anche se non vedevamo/volevamo vedere. Ma le pandemie in quanto tali hanno riferimento al rapporto tra noi e la natura: fanno parte di quella dimensione della natura che ancora, secondo il dettato biblico, dobbiamo “dominare” (e, questa in particolare, mi sembra avere a che fare con usi e "mercati" che precedono di parecchio il capitalismo).

Un secolo fa, in condizioni di capitalismo diverse dalle attuali e con una popolazione molto minore, ci furono 50milioni di morti. Oggi, resteremo in numeri di defunti molto più contenuti. Risultato, non da poco, frutto anche dell’attuale sviluppo economico, e, con esso, di quello sociale e tecnologico. Con tutte le sue ingiustizie, i suoi drammi e tragedie sociali, anche i suoi orrori. E con tutto quello che c'è da cambiare, che non è poco.

La consapevolezza, mai così ampiamente diffusa nella storia, della nostra interdipendenza (la mia salute dipende dalla tua: vale per tutti, ricchi e poveri, ormai), ci metterà nelle condizioni di agire, con energia e intelligenza, su un bel po’ della struttura del nostro mondo, di raggiungere un sistema di benessere diffuso, di maggiore uguaglianza sociale? O, in base alla chiusura del cuore, alla crescita del virus potente del miope (cieco) interesse personale, di gruppo, di nazione, ci inoltreremo in un'epoca povera di orizzonti, misera di bene comune?



Ripreso su Zoomsud

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