sabato 21 gennaio 2012

Vestiti da lavoro


Una mia amica fb scrive, di essere stata redarguita al lavoro da una collega per il suo vestitino di maglia, attillato e al ginocchio. Seguono, a questo suo “stato”, una settantina di commenti. Tutti bocciano la collega, in quanto irretita dall’apparenza e non dalla sostanza, e si dichiarano a favore della scrivente. Come capita spesso per le amicizie fb, non conosco di persona la signora in questione, ma le cose che scrive sono tra quelle che leggo più volentieri: intelligenti, briose, ironiche, sensibili, profonde, cordiali, divertenti.

La cosa accade qualche giorno dopo la pubblicazione, su La 27 ora, un interessante blog del Corriere della Sera, di un intelligente post di Daniela Monti intitolato Prada, gli abiti maschili, il potere. E un dubbio su come si vestono le donne. Vi si legge, tra l’altro: «L’abito maschile è uno straordinario strumento di potere, ne è la sintesi, il timbro sulla carta, la certificazione. E l’abito femminile? “Nel mio lavoro cerco di conferire importanza alle donne e di addolcire gli uomini” incalza Prada, ammettendo che la strada per far acquisire potere reale alle donne, anche attraverso gli abiti, è ancora lunga. Il discorso mi pare interessante perché la moda troppo spesso è relegata per le attività ludiche, fra i superflui piaceri della vita, confinata sul carrello dei dolci, a cui si può a cuor leggero rinunciare, quando invece è un piatto principale del menù. Così arrivo alla seconda domanda: le donne possono limitarsi a rivendicazioni sulla parità degli stipendi e delle occasioni di lavoro o devono anche occuparsi di creare un’immagine che non sia semplicemente la traslitterazione dello sguardo maschile su di noi?».

Non ho molti titoli, anzi nessuno, per discutere del ben vestire. Ma trovo fastidioso – in sede di lavoro – vedere donne troppo scoperte, troppo truccate, troppo ingioiellate, su trampoli che qualche santo ci scansi da un terremoto o altra necessità di passi veloci.

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