giovedì 12 gennaio 2012

La signora delle "none"


Non ho mai conosciuto una donna più visibilmente nobile di donna C., “la baronessa”.
Ormai anziana e sola – nel cortile della sua grande casa, nel vallone, ma a due passi dal canneto che separava la strada dal mare, un’enorme buganvillea che circondava il portone – si muoveva come fosse incorporea. Le mani bianche e affusolate le davano gesti trasparenti, un cammeo trattenuto da un sottile nastro nero fissava lo sguardo di tutti al suo collo sottile. Gentile e discreta, regalava ai bambini nespole e none (annone), frutti, quest’ultimi, degni delle divinità magno greche. Era gentile e discreta.
Era stata moglie di maru Cammi. Troppo fine e bella – più d’uno diceva che era figlia, illegittima, del principe B – per un artigiano, per quanto artista rinomato e benestante, e che pure la trattava come nessuna da quelle parti tanto che, quando voleva andare in città, mandava a chiamare un carrozzino. Il fratello del barone (solo al primogenito veniva riconosciuta la pienezza del titolo) se n’era innamorato vedendola lavare i panni alla fontana: come nelle canzoni tradizionali del reggino, solo che, in questo caso, lui passava davanti alla sena a cavallo. Scapparono e lei divenne “donna C., la baronessa”.
Donna e don; ‘mari e ‘mpari (comare e compare); ‘zi e ‘za (zio e zia) era il modo di rivolgersi alle persone. Con ‘gnura e ‘gnuri (signora e signore) ci si riferiva ai padroni di terre, a coloro alle cui dipendenze si lavorava. Il termine “donna” non era prerogativa solo delle più ricche (o meno povere), ma certo indicava una più profonda considerazione del loro valore. Donna C. lo meritava in pieno.
Maru Cammi e suo fratello Jafet, ebrei, lavoravano il legno. Producevano i macchinari per lavorare i bergamotti e oggetti di grande bellezza. Gli armadi di più artistica fattura per le spose più fortunate, li avevano costruiti loro. Litigarono pesantemente per la proprietà di una barca e, non riuscendo a mettersi d’accordo, la segarono, tagliandola a metà. Ancora oggi, qualche anziano della zona, per indicare litiganti che niente e nessuno può rappacificare, alza le spalle:Chiddi su comu maru Cammi e maru Afet”.
Gli Ebrei hanno lasciato Reggio Calabria– città che, secondo il mito, era stata fondata da Aschenez, pronipote di Noè – il 25 luglio del 1511, costretti dall’editto dell’anno precedente del re di Spagna. Avevano, fino a quel momento, abitato la Giudecca e avevano fatto fortuna sviluppando l’arte della seta e della tintura dei tessuti e quella tipografica. A Reggio era stata impiantata la seconda tipografia del Regno di Napoli da parte di Abraham ben Garton che, nel 1475, vi aveva stampato il Pentateuco, primo libro in carattere israelitici del mondo (tre anni dopo, Salomone di Manfredonia, aveva impiantato una tipografia a Cosenza).
Della loro presenza rimangono i cedri – una gioia aspirarne il profumo, e impossibile, senza le bucce candite, anche pensare a certi dolci – e i pipi chini: succulenta bontà che fa parte della nostra e della loro cucina. E, magari, certi tratti caratteriali che, mescolati a quelli arabi/islamici e a tutti gli altri che ci portiamo nel sangue, hanno fatto di noi “chiddi chi simu”.
Dicono che si muore davvero quando non si ha più orizzonte di futuro. Quanto sarebbe più facile costruire il presente avendo piena coscienza del proprio passato?

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