domenica 19 luglio 2020

Lettere alla moglie di Hagenbach di Giuseppe Aloe






Il professor Flesherman, criminologo di fama internazionale, riceve un invito per una consulenza su quella che appare una grande scoperta: il casuale ritrovamento del vero corpo di Rosa Luxemburg. Gli è stata appena diagnosticata una forma incipiente di demenza, ma questo inatteso lavoro lo incuriosisce e sembra fargli tornare forze e capacità che si erano assottigliate. Decide, quindi, con il consenso della moglie, di partire. Una volta a Berlino viene coinvolto in una sorta di giallo: la scomparsa del notissimo scrittore Hagenbach. Dopo aver inviato decine di lettere alla moglie Dora, ricoverata in clinica per una forma grave di demenza senile, cadute ormai le speranze di una sua guarigione, Hagenbach ha fatto perdere le sue tracce e qualcuno teme possa essersi ucciso.
Flesherman legge le lettere che Hagenbach aveva scritto alla moglie e le vive come rivolte direttamente per lui. Lascia, perciò, Berlino per recarsi nella cittadina dove lo scrittore, da lui tanto amato, aveva incontrato per la prima volta Dora, convinto che lì abbia trovato rifugio.
È un cammino che lo porta dentro se stesso, dentro i pensieri che si stanno scomponendo, sempre in bilico tra la realtà del presente e l’immaginazione che smonta e rimonta reperti del passato. In quel frantumarsi di specchi che via via diventa il suo cervello, il criminologo inventatosi detective per allontanare da se la demenza, si inoltra in una sorta di baldanzosa e rassegnata sfida.

Intriso di cultura mitteleuropea, da Thomas Mann a Kafka a Kierkegaard e di un dolore che sembra affondare nella mai citata terra d’origine, Lettere alla moglie di Hagenbach del cosentino Giuseppe Aloe, edito da Rubbettino, è un libro dalla scrittura raffinata e potente, capace di affrontare a viso aperto una tematica forte come quella della progressiva dissoluzione del pensiero così come articolato fino a quel momento e della sua transizione non semplicemente al buio e al vuoto, ma ad una forma diversa, zigzagante tra lucidità e delirio, di rapportarsi a se stessi e al mondo.

Infastidito da un immedicabile sapore di sonno in bocca, Flesherman si sente come «su un’asse di legno e non mi posso muovere. Devo resistere a tutto. Alla fame, al sonno, alla voglia di alzarmi. Sono in ginocchio su un’asse e vedo sotto di me migliaia di topi grandi come mastini che non aspettano altro che un colpo di sonno o una debolezza per azzannarmi alla gola.» Gli sembra «di essere diventato un deserto. Anche il sangue si era fatto di sabbia. E i pensieri. Pensavo sabbia. Nella testa avevo un continente sabbioso. Un continente che aveva preso la deriva e scivolava.»

Parla con i cartelli pubblicitari. Gli sembra di essere l’amico immaginario del protagonista della Metamorfosi, anche se preferirebbe essere amico non di Gregor Samsa, ma di sua sorella. Su un treno crede di vedere una sua vecchia fiamma, Odette, e le rivolge frasi per cui la donna, giustamente, lo considera un molestatore. Ha una storia, poco in linea con tutta la sua vita, con una ragazza colta e bella, che utilizza il suo fascino per recuperare denaro, prostituendosi. E si mette a scrivere lettere a se stesso: «A un me stesso perduto chissà dove. Un argonauta in fondo all’oceano che se ne sta in piedi in mezzo alle alghe. Una specie di pupazzo di stoffa, con i capelli finti e il sorriso stampato sulla faccia rotonda, le braccia mobili, come i tentacoli di una seppia. Avvolto nella carta stagnola, buttato in qualche pozzo, in mezzo alle campagne.» Fino a trovare una forma di accettazione: «È come se un grande oceano mi fosse entrato nel petto. Lo sento che si muove. Un movimento placido come quello delle balene. Mi confonde. La grande indifferenza del capodoglio. Un oceano pacifico. Smisurato e tranquillo. Ma niente abissi. Niente profondità abissali. Solo superficie. Un oceano di superficie.»

Giuseppe Aloe usa la penna come un coltello lucido e tagliente, che va al cuore di una domanda che attraversa tutto il libro, anche se non è mai esplicitamente posta: l’essenza dell’uomo, nel cui nucleo sono compresi gioia e dolore, fame e disagio di vita, sta solo nel pensiero che consideriamo articolato e logico?

All’inizio del testo, prima ancora che la malattia prenda una sensibile accelerata, il protagonista, che parla sempre in prima persona, afferma: «Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora.» Resta a chi legge la risposta se lo è pure alla fine del racconto.
Qualunque sia la risposta, il lettore sarà lieto d’averlo incontrato e grato all’autore per questo libro.

Recensione pubblicata su Zoomsud:
 

Su Zoomsud è stata pubblicata anche la recensione de La teda di Saverio Strati:

https://www.zoomsud.it/index.php/cultura/107528-le-recensioni-di-maria-franco-la-teda-saverio-strati-rubbettino

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