domenica 25 agosto 2019

Felice di andare ad Africo





Andrò ad Africo per la seconda edizione di Gente in Aspromonte. Ne sono felice. Di più: ne sono onorata.

Leggo, qui e là, di piccole polemiche. 

Per chi chiede chi paga, sottoscrivo la risposta di AnnaRosa Macrì: «A spese della Regione. E non c'è niente di più trasparente e “pubblico” di un evento finanziato da un ente pubblico. Nessuna “direttiva”. Intellettuali, scrittori, giornalisti, registi che si incontrano e discutono, come avviene in molte regioni d'Italia e in molte nazioni del mondo. Alcuni sono invitati – io lo sono e non c'entro nulla né con l'organizzazione né con i criteri degli inviti – , chiunque può partecipare e, se non ne ha voglia, stare a casa. E, naturalmente, ha diritto di critica.»

Per chi parla di spot eterodiretto, inviterei a leggere Gioacchino Criaco: «Africo anche quest’anno ospita Gente in Aspromonte, due giorni di dibattiti organizzati dalla Regione: l’anno scorso il tema era una nuova narrazione della Calabria, non nel senso di un racconto edulcorato o falso o accomodante, solo un racconto vero, senza cartoline o necrologi, una descrizione per come ognuno liberamente si senta di fare. Contrariamente a quanto si era paventato, non si erano riuniti degli artisti prezzolati per santificare la politica. Si è parlato, in modo intelligente o meno, in modo giusto e sbagliato, qualcuno è stato nel tema e qualcuno ha provato a regolare conti personali non preordinati. Si è fatto bene e male, ma un luogo, Africo, si è rivelato dono prezioso, si è offerto come il posto di tutti e non di proprietà di qualcuno. E ovviamente chi organizza gli eventi non può invitare persone all’infinito, né prevedere illimitati spazi di intervento. Qualcuno finisce sempre per sentirsi escluso. Ma Africo, le sue querce intorno a Carrà, stanno oltre gli spazi e i tempi e possono permettersi di essere di tutti. L’Aspromonte è un letto vasto, con un materasso sotto ogni ombra, ognuno ci si può adagiare sotto e dormire, sicuro di stare fra amici. Come l’anno scorso, anche quest’anno, Africo sarà di tutti: oltre i dibattiti, oltre gli inviti. Africo è vostro, voi gli appartenete e tutti ci possono e ci devono venire. E anche a questo proposito: chi organizza non può prevedere un infinito numero di letti o di pasti. Ma chi va a casa propria può sdraiarsi ovunque, portarsi un plaid, un sacco a pelo, un pezzo di pane e formaggio da condividere. E gli Africoti hanno sempre una bisaccia piena e un cuore aperto. La montagna ha microfoni per tutte le ragioni e palchi per chi ha voce. Potrete seguire o non seguire, fischiare o applaudire, farvi i vostri discorsi, conoscere amici nuovi. Africo è un luogo aperto libero, non chiede documenti e non bada al colore politico. Ai tanti amici che mi chiamano: dal punto di vista ufficiale sono solo un invitato, non faccio inviti e non organizzo eventi. Per diritto di natura sono Africoto, Africo è casa vostra, le sue querce aspettano tutti.»

Leggo alcune acide prese in giro dei presenti ad Africo, tacciati, con un termine che vorrebbe ridicoleggiarli, di intellighenzia.

Uno dei drammi di questi ultimi anni è aver considerato la parola “intellettuale” un’offesa da scagliare come un’arma.

Io non sono un filosofo, un pensatore, un grande professore. Non sono una grande intellettuale. Ma sono, a livello basso della scala, un’intellettuale. Come qualsiasi insegnante che prova a ragionare sul suo compito educativo. Come qualsiasi lavoratore impegnato con la mente. Non è una medaglia sul petto e neppure una vergogna: è la responsabilità di restituire alla società quello che si è elaborato, sulla base di quanto via via si è appreso.

Ridicoleggiare gli intellettuali è un modo – pessimo – di gettare con l’acqua sporca (la supponenza, la vacuità, l’astrattezza, la separazione nelle loro torri d’avorio di alcuni) anche il bambino (l’arte, difficile, di ripensare la realtà, di cercare senso e prospettive).




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