domenica 15 luglio 2018

Da quando abbiamo perso Dio





Sono cresciuta in un tempo in cui c’era Dio. Non che tutti credessero in Dio, né che si comportassero come si deve. Ma tutti, che ci credessero o no, e comunque si comportassero in privato, pubblicamente si inchinavano al bene. Ipocrisia ce n’era tanta. Ma l’ipocrisia, che dice il falso su se stessi e, quindi, è moralmente riprovevole, proclamando il bene, ne riconosce, appunto, il valore.

Il mio mondo, che, come per ogni bambino, si identificava con l’universo intero, si divideva in cattolici e comunisti, con una piccola parte di fascisti. Con l’esclusione di quest’ultima fetta, caratterizzata da una maggiore ristrettezza del pensiero, i primi due gruppi divergevano sulla valutazione dei provvedimenti del governo, sugli scioperi da fare o non fare, magari, ma neppure sempre, sulla partecipazione alla processione della Madonna della chiesa parrocchiale: ma, in fondo, la loro visione della vita era, se non identica, molto simile. I cattolici temevano un giudizio dopo la morte: e, anche quando non li applicavano, dicevano ogni bene dei valori del bene. I comunisti temevano anche loro un giudizio: magari non di Dio, ma della storia, dei compagni e si comportavano alla stessa maniera.

Oggi, Dio l’abbiamo perso. Non è in dubbio la fede di alcuni singoli e neppure l’operosa generosità in suo nome di questo o quel gruppo, ma Dio non fa più parte dell’orizzonte comune. A livello pubblico, non esiste né Lui né una fede in Lui né una fede che, per quanto eretica, traeva l’idea di giustizia sociale, di uguaglianza, di solidarietà da una visione sostanzialmente religiosa della vita. 

Non voglio dire che il passato sia meglio del presente. Vale un po’ per tutte le epoche, l’incipit de Le due città di Dickens: «Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.» 

Ma mi chiedo se l’imbarbarimento dei nostri giorni, il disprezzo, il rancore, la volgarità crescenti non trovino le radici più profonde in questa perdita di sacralità dell’esistenza, forse, più precisamente nel fatto che il cristianesimo, nelle sue forme ortodosse ed eterodosse (chiesa cattolica e partito comunista) sia diventato culturalmente marginale nella nostra società.

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