Se il pagellino dei fioretti* mi suscitava lo stesso senso
di difficoltà dei colletti sempre in disordine (quelli sovrapposti al
grembiule, che a molte delle mie compagne stavano sempre al loro posto e a me si
giravano a destra o a manca, col fiocco mai centrale), c’era un altro aspetto
del mese di maggio che mi lasciava un sentimento di bellezza.
L’altarino della Madonna era d’usanza
diffusa. Quello dei miei ricordi apparteneva ad una prozia che, nella sua
camera da letto, curava in un piccolo angolo, un’oasi di bellezza: bianca e
profumata.
Al tramonto – tolto il grembiule
e dismessa la pezza in testa con cui aveva difeso i capelli dalla coda della
mucca durante la mungitura, messi tra parentesi per una mezzora marito, figli,
parentele varie e varie incombenze – iniziava il rosario e le litanie.
Possibilmente con accanto qualche altra donna, una parente, una vicina, una
nipote.
Il quadretto della Vergine stava
su un centrino di lino candido ricamato e bordato a uncinetto da mani fatate ed
era contornato da piccoli portafiori di vetro e porcellana: con dentro tutto
quello che le piante del cortile lasciavano sbocciare al sole. Fiori di più
colori, ma soprattutto bianchi: rose, biancospini e fior d’angelo.
Chi non ha mai aspirato a pieni
polmoni l’odore del fior d’angelo, non sa cosa sia il profumo.
Su Zoomsud, questo mio intervento sui fioretti: http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/67741-c-era-una-volta-il-mese-dei-fioretti.html
Maggio era il mese dei fioretti.
Iniziava con la consegna, da
parte delle suore, di una sorta di depliant bianco, con i bordi lavorati come
fossero delle trine e, sulla prima pagina, stampata un’immagine della Vergine.
Mai una di quelle meraviglie dei nostri pittori tre-cinquecenteschi – e sì, che
ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta – ma una maternità sufficientemente
melensa.
C’era enfasi in quella consegna e
un’aria che voleva essere di affettuosa solennità e sapeva, invece, di
minaccia.
Ogni sera, se durante il giorno
s’era compiuto qualcosa di buono oppure e soprattutto s’era evitato qualcosa di
male, si poteva incollare il quadratino di una rosa. Un po’ come nelle schede
raccogli bollini che supermercati dei supermercati, solo che il bollino non era
autoadesivo e, anche chi la scheda la completava – a meno che l’incollo non
venisse fatto da qualche madre o zia – produceva un effetto accozzaglia.
Alla fine del mese, poi, tutto
veniva portato in processione e bruciato davanti alla statua della Madonna che,
nel cortile, stava incassata in una falsa grotta a guardare la vasca melmosa
con i pesciolini rossi.
Non mi piaceva il pagellino di
maggio. Non credo di averne mai completato uno.
Non perché facessi qualcosa di
cattivo. Semplicemente, perché non mi pareva di fare chissà che di bene.
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