domenica 26 febbraio 2012

I "lunghi capelli" di Angela Procaccini


Come ho già avuto modo di dire, non sono un’esperta in critica poetica. Posso solo provare a raccontare qualche emozione scaturita dalla lettura di Lunghi capelli.
Già la prima poesia, quella che dà il titolo al libro, mi ha come spiazzato, precipitandomi in una di quelle voragini in cui lo stomaco si chiude e si ha come la percezione di una luce che attraversa velocemente il buio: qualcosa, insomma, che ti fa cogliere l’abisso e, insieme, le vertiginose vette della vita.
Nel quasi rarefatto equilibrio di versi raffinati che rimandano al meglio della grande poesia greca si rispecchia il lago del cuore, i cui violenti sommovimenti magmatici della profondità non mostrano, in superficie, che un tremito lieve, dominati, come sono, da una lunga consuetudine, da una modalità diventata abito di vita: cautamente.
Angela Procaccini è donna di passioni forti, di lacerazioni profonde, di dedizioni assolute, e ha toni, gesti, sorrisi cauti. E’ il velo rispetto al tumulto del cuore e del mondo, alla confusione del quotidiano e alla molteplicità degli impegni; è il pudore delicato dei propri sentimenti; il permanere costante dell’animo in una sospensione che ha un nome, e occhi e capelli ben precisi. Sì che quello che si spezzò in un giorno di maggio in realtà continua, dal pozzo che pure l’assorbe, a risorgere sempre.
Il mio dramma è la non appartenenza, dice Angela Procaccini. E, in questo dramma trovano sintesi il freddo che è nelle ossa come nel cuore, la marea che s’accavalla lasciandola naufraga da tempeste, la prigionia degli inganni, lo sfinimento che accompagna gli slanci arditi, lo star sola, A guardare il raggio che si spezza sul ramo.
Ed è nel mare, il luogo fuori dal mondo, che Angela trova un interlocutore privilegiato della sua inquietudine, della sua storia di venti e correnti, della sua vita d’archi incrinati/e guglie stroncate. Il mare è lucida energia e smemoratezza in cui dissolvermi, fuga e galleggiamento –galleggiare come morire – è ponte verso l’alto cielo. E’, soprattutto, il ritorno al silenzio da cui nascono parole a lungo scavate dal logorio dell’onda.
“Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa” – ha scritto Vitaliano Brancati. Penso che questo volume di poesie ne sia una chiara conferma.
uesto è stato il mio intervento alla presentazione del libro avvenuta a Napoli il 23 febbraio



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