sabato 25 febbraio 2012

'Cudduraci



“Che disgrazia”, si lamentava piano ‘a ‘za Razia, asciugandosi qualche lacrima col grembiule di panno marrone, ogni volta che entrava portando altri sacchetti di cotone colmi di farina e ceste di uova. Sul labbro superiore i baffetti tremolavano e la peluria le si agitava sul mento.

Nella grande cucina, sulla parte destra dell’ampio tavolo, c’erano chili di pasta già lavorata, suddivisa in piccole e grandi colline: lucida, elastica, di un colore giallo dorato. Al centro, Consolatina aveva formato una fontana di zucchero, burro e farina e stava riempiendo il centro del bianco cratere con le uova che apriva con un colpo secco al bordo del tavolo. Nella parte di sinistra, Cilla stendeva la pasta e, utilizzando dei fogli di carta oleata ben conservati in una scatola di latta, dava loro la forma di cuore, pesce, colomba, paniere, in diverse misure. Le disponeva, poi, in lande di spesso alluminio che passava alla figlia.

Santina aveva una quindicina d’anni, la pelle color di fiore di mandorlo, gli occhi verdi dietro gli occhiali dalle grandi montature nere, un nastrino di velluto a raccogliere i capelli biondi troppo sottili. Piegata su un tavolo più piccolo, messo sotto una grande finestra, abbelliva i cudduraci con fiorellini, nastrini, fiocchetti, stelle e lune della stessa pasta e ci spennellava sopra, con un ritaglio di lino, il rosso d’uovo sbattuto. Assorta nel suo compito, ascoltava appena i sospiri e le mezze frasi della ‘za Razia. Ma, sebbene anche sua madre e sua zia dicessero poco e niente, la storia le era chiara.

Il figlio maggiore della ‘za Razia s’era fatto ‘zito. Non con una ragazza del luogo, di cui si conoscesse vita, morte e miracoli di tutta la sua famiglia fino alla settima generazione, ma – Dio ci scampi – con una straniera, una olandese che aveva conosciuto in Francia. Che, come straniera, aveva già buone possibilità d’essere una scostumata. Se poi aveva una famiglia che l’aveva lasciata andare a studiare fuori, le possibilità diventavano certezza. Saverio qualche problema l’aveva dato sempre. A scuola s’era arrabattato tra rimandi a settembre e scuole private, fino all’Università quando s’era messo finalmente a studiare, vincendo poi un concorso alle superiori. Aveva trovato lavoro in una scuola a Nord e faceva anche lezioni private e corsi per ragazzi, insomma s’era sistemato. In Francia c’era andato a perfezionare la lingua l’estate prima e poi c’era tornato a Capodanno, a trovare degli amici, aveva detto. Ma, poi, aveva telefonato annunciando che Giovedì santo sarebbe arrivato a casa con la fidanzata e un’amica di lei. Intendevano sposarsi a luglio. ‘A‘za Razia e ‘u ‘zi Degu provarono col buono e col cattivo a fargli cambiare idea, gridarono e supplicarono, ordinarono e trattarono e alla fine accettarono di ospitarla a casa loro per quella Pasqua.

“Che vergogna, ‘pa faccia ‘da genti”, continuava a piagnucolare ‘a ‘za Razia, gli occhi piccolissimi e neri, i capelli grigi a tuppo, le spalle troppo sottili come le gambe, e i fianchi troppo larghi. Consolatina, che, contrariamente al diminutivo, era un donnone lungo e largo, ma, come diceva il suo nome, aveva sempre qualcosa a che fare con il conforto e la consolazione, provava a farla ragionare: “Qui non è morto nessuno, Raziina, vedrete che è ‘na brava ragazza; Saverio ha la testa un po’ così ma non sposerebbe mai ‘na fimmina ‘i malaffari…”.

A Santina, che viveva di casa e scuola – e che nulla sapeva d’amore se non quel che, nei pochi libri che riusciva a leggere, le metteva più aria alle narici e la stordiva di un lieve senso di vertigine – sembrava di stare dentro un’avventura. Non c’era una ragazza più bella di Silvia. L’avrebbe invidiata se non ne fosse già così devota. L’aria satura di anice che si sprigionava dal forno a legna, costruito nel cortile di fronte alla cucina, dietro alle vasche per lavare i panni, faceva da sottofondo ai suoi pensieri rosei come i peschi in fiore, nel giardino, che verdeggiava davanti a lei.

La prima a varcare il cancello fu una ragazza bionda, con gli occhi azzurri e la pelle di porcellana: “Non sono io – disse ridendo in un preciso italiano – Silvia sta arrivando”. Silvia non era bella come lei. La pelle né bianca né ambrata, pareva un frutto maturato senza sole. “Non si sente bene – disse Saverio – ha vomitato in aereo e poi in macchina” e la accompagnò al piano di sopra lasciandola davanti alla sua camera. ‘A ‘za Razia andò a prendere due manciate di camomilla secca e le buttò nell’acqua bollente insieme a due foglie di alloro. Lasciò macerare per una diecina di minuti, filtrò in una tazza, con alcune gocce di limone e la diede a Saverio: “Fagliela bere tutta”.

Due ore dopo, Silvia scese. La camomilla le aveva alleggerito il peso allo stomaco ma le aveva lasciata intatta l’ansia. Gli occhi di ‘a za Razia, di sua cugina Consolatina e di sua nipote Cilla, con diverso brillio, scrutarono il suo volto senza trucco, la maglietta di pochi soldi, i pantaloni e le scarpe basse. La guardavano con attenzione per trovare l’errore che la perdesse. Solo Santina la vedeva. E da ogni lato lei si voltasse la accompagnava con un gran sorriso.

Più tardi, Silvia le si avvicinò: “In questi giorni, andiamo a vedere i paesi intorno. Vuoi venire con noi?”. E, prima che Santina ritrovasse la voce, tutte avevano già, in coro, risposto per lei: “Certo che viene”.



immagine tratta dalla pagina fb di Amo la cucina calabrese








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