giovedì 9 febbraio 2012

Nisida. Appunti per una didattica sperimentata: 5. Cineforum; 6. Frammenti; 7. Vaporetto



5 Il Cineforum

Il film Gomorra non mi ha trasmesso nulla perché è una realtà che ho vissuto prima io. Il Gomorra teatrale invece ha detto la verità e se certe persone dicono e parlano male di Saviano perché ha raccontato la verità non tutta ma più o meno e così ha fatto una grande scoperta quella di scrivere questo libro perché ha lanciato un messaggio a noi giovani perché siamo noi i mostri che poi cresciamo ma la cosa che mi fa riflettere molto non vale la pena di sciupare la vita che è un dono molto prezioso per colpa della camorra sono molto più contenuto di scrivere anch’io un libro o di andare a lavorare onestamente pochi soldi ma onestamente con l’anima pulita e soprattutto vivere senza  paura, nostalgie, dolore, sofferenza, questo l’ho visto e l’ho vissuto per un periodo anch’io e ti dico la migliore cosa è quella di fare cose poche ma buone e soprattutto oneste, spero tanto che quello che ho detto, tanti amici miei dentro e fuori cambiano vita e di pensare a vivere non quella vita che ti affanni solo per soldi perché il guaio è proprio quello i soldi che ti danno il potere ma con i soldi non puoi fare comandare la vita e non puoi ottenere tutto quello che vuoi, quindi lasciamo pensare sempre le nostre teste e quella degli altri.

La versione teatrale mi ha colpito molto più del film, secondo me descrive le scene in modo più chiaro. I personaggi sono molto più reali, anche se in alcune scene è troppo sulla commedia, anzi sulla tarantella perché infine, se qualcuno si ferma a riflettere, nota subito che non può essere una vita così incasinata, povera. Quello che sto cercando di dire è, facendo un esempio, Pikaciù non può fare quello che ha fatto nel teatro, portando una pistola, i clan non si affidano ad una persona del genere, devi avere delle altre potenzialità. Però tutto sommato è stata una descrizione del libro molto reale e schietta. E soprattutto ciò che mi ha colpito di più è che il teatro sottolinea delle cose che non tutti sanno, invece il film si basa sugli omicidi ed è anche giusto, però noi tutti sappiamo le persone che hanno perso la vita grazie ai telegiornali ed altro, però ci sono cose che i telegiornali non denunciano. Non c’è dubbio il teatro è stato molto più del cinema.

Per me Gomorra non parla proprio della camorra vera beh diciamo che ne parla al 30%, ci sono delle parti vere e delle parti che dicono un sacco di stronzate ma al di fuori del libro Gomorra e del film ci sono anche tanti film che parlano della camorra io non ho mai capito perché si parla sempre che è uscito un libro, un film che parli di camorra e subito tutti dicono hai visto di che parlava che ha fatto vedere ecc. ma perché le strade dove camminiamo per me sono come un libro aperto, basta camminare nelle strade di Napoli per vedere la realtà e non leggere un libro o vedere un film per meravigliarsi la realtà ce l’abbiamo davanti agli occhi. Poi per me gli aspetti positivi che dovrebbe avere la camorra cioè il sistema beh non so cosa dirvi perché io non faccio parte di quella parte ma dal mio punto di vista non ci dovrebbero essere bambini, e forse se non ci fossero bambini oggi non sarebbe così.

Noi, o meglio la maggior parte di noi che pensiamo che Gomorra non rappresenta bene la camorra a livello economico e poi sottovaluta molto il loro potere e la loro intelligenza. Ma in verità a me piace che Gomorra denuncia delle ingiustizie che da molto tempo non si nominavano, vivendo in zona è come se ti abituassi, diventa una cosa normale, come se le cose dovessero andare così per forza. Io penso che i film e anche i libri che rispecchiano la camorra e soprattutto i camorristi sono: “Il capo dei capi”, “Il camorrista”. Penso che siano due dei film che rispecchiano in modo particolare e reale la vita camorrista e il mondo della camorra.

Oggi abbiamo visto Gomorra interpretato a teatro e devo dire che è tutt’altra cosa a confronto con il film. Quando abbiamo visto il film a me non è che mi è piaciuto tanto perché avendo letto il libro non riusciva a trasmettere le stesse sensazioni, il film può colpire solo a una persona che è estranea a questa realtà, noi che la viviamo quotidianamente non è che ci colpisce molto. Però oggi il Gomorra teatrale mi è piaciuto veramente tanto, non per il solo fatto che rispecchia di più il libro ma perché in alcune scene che io nel film ho visto ma non ci avevo dato alcuna importanza, in teatro sono riuscite a trasmettermi delle fortissime sensazioni, la scena del sarto che aveva cucito il vestito che indossava Angelina Jolie agli Oscar mi ha fatto venire l’idea di mettermi nei suoi panni ed è veramente una cosa a dir poco demoralizzante sapere che una tua opera ha avuto un successone e tu non hai potuto raccogliere i tuo meriti. Forse io sono uno dei pochi, forse l’unico a non pensare che Gomorra non rappresenti la camorra. Secondo me Gomorra è molto vicino alla camorra, la cosa che ti fa pensare che non sia così è il fatto che ci sono molte cose non vere, però io penso che qualsiasi cosa scritta da una persona che non vive in prima persona l’argomento trattato non può mai essere una cosa del tutto vera. Però anche se un camorrista scrivesse un libro sicuramente metterebbe all’interno del racconto delle cavolate perché alla fine sono quelle che attirano di più, in poche parole fanno audience, come in Gomorra una delle cose che ha colpito principalmente è stata la scena in cui portavano i bambini sotto il garage per sparargli con il giubbino antiproiettile per metterli alla prova.

L’11 dicembre del 2008 la visione di Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal libro di Roberto Saviano, avrebbe dovuto avviare una nuova annata del Cineforum FilmandoNisida, attuato in collaborazione con l’associazione Figli del Bronx e iniziato il primo dicembre del 2004 con la proiezione di Un uomo in più di Paolo Sorrentino.

La visione del film, insistentemente chiesta dai ragazzi, venne preparata in maniera straordinariamente accurata, con due momenti distinti: la lettura, in classe, del libro, fatta da tutte le docenti con tutti i gruppi di ragazzi e ragazze presenti e, successivamente, tre incontri-conversazione tra tutti i ragazzi/e suddivisi in tre gruppi e alcuni educatori e psicologici. Il dibattito successivo alla visione del film fu forte e teso, ma, contrariamente ad ogni norma e logica cautela, finì sulle pagine della cronaca di un quotidiano cittadino. L’esperienza di FilmandoNisida si chiuse così, dopo anni di un’attività che ha portato punte altissime di coinvolgimento e di interesse dei ragazzi, ma anche difficoltà e tensioni tra gli operatori.

Il Cineforum in quanto visione, commento e ampio lavoro sul film era in atto, a Nisida, già da una ventina d’anni, ma FilmandoNisida ha avuto ben più forte spessore.
Ogni film è stato accompagnato dal regista e/o dagli interpreti e anche da sceneggiatori e scrittori: questi ultimi, in particolare, hanno sostituito autori e attori nel caso di film stranieri. I ragazzi hanno avuto modo, quindi, di confrontarsi con personalità quali, tra gli altri, Paolo Sorrentino, Toni Servillo ,(L’uomo in più), Nicola Di Rinaldo e Renato Carpentieri (La vita degli altri), Mario Martone (I dieci comandamenti: ripresa televisiva dalla messa in scena teatrale), Nino D’Angelo e Goffredo Fofi (Aitanic), Antonietta De Lillo (Il resto di niente), Diego Olivares (I cinghiali di Portici), Stefano Jalongo (Sulla mia pelle), Roberto Faenza (Alla luce del sole), Francesco Rosi (La sfida), Peppe Lanzetta (All the invisible children), Enrico Lo Verso (Salvatore. Questo è la vita), Giuseppe Montesano (Full Metal Jacket), Vittorio De Seta (Lettere dal Sahara), Donatella Finocchiaro (Angela), Antonio Capuano (La guerra di Mario).

Gli scritti dei ragazzi relativi agli incontri, alcuni questionari e dibattiti, sono stati pubblicati in quattro numeri di Nisida News, uno dei quali dedicato all’incontro più significativo, quello del 21 marzo 2005 (ndr: il 21 marzo si festeggia la poesia e si commemorano le vittime della mafia) con Toni Sperandeo e Luigi Lo Cascio, che videro e commentarono con i ragazzi I cento passi di Marco Tullio Giordana. L’intervento, memorabile, di Luigi Lo Cascio sull’emozione potente di scegliere la propria strada e le reazioni anche rabbiose dei ragazzi danno l’avvio ad un lungo lavoro condotto, su due linee parallele ma in collaborazione, tra docenti da una parte e educatori e psicologi dall’altra sul rapporto padri-figli all’interno del sistema camorrista che resta tra le analisi più importanti fatte in carcere negli ultimi anni. Un altro dibattito che diede vita ad un lavoro di indagine, questa volta solo scolastica, è stato il film di Faenza, base per una ricognizione sui rapporti dei ragazzi con le parrocchie d’appartenenza.

Analizzando lo stato del progetto, coordinato dal regista Carlo Luglio (di cui è stato più volte visto Sotto la stessa luna, una storia sui rom di Scampia) e da Gaetano Di Vaio nel giugno del 2007 scrivevo: “Non è stata un’esperienza facile, ci sono stati, tra docenti e operatori dei Figli del Bronx, promotori dell’iniziativa, momenti di tensione; entrambi, in alcune situazioni, abbiamo provato sconforto e delusione e i riadattamenti in corso d’opera sono stati molti. Se, però, si è potuta svolgere con un bilancio largamente positivo lo si deve all’impegno e alla disponibilità di tutti, al comune amore per il cinema e alla condivisa convinzione delle opportunità che la didattica può trarne. Ma, soprattutto, al suo promotore e organizzatore. Gaetano Di Vaio ha passato molti anni in carcere ed è ora un operatore culturale. E’ passionale, coinvolgente e generoso nell’esporsi ma (…) non è facile confrontarsi con lui e con le sue idee …(ndr: in particolare per una certa carica anti-istituzionale ben poco consona al luogo ospitante) Ma parla un linguaggio, gesti e parole, riferimenti a luoghi e persone che i ragazzi capiscono e, quando indica loro la possibilità di un’alternativa alle strade che li hanno condotti in carcere, il suo parlare viene percepito come frutto di un’esperienza messa al loro servizio non come una predica venuta da chi, nonostante gli ottimi studi e le migliori intenzioni niente sa della loro vita vera. Lo sentono naturalmente dalla loro parte e lo considerano un amico vero, da cui si possono accettare le critiche più aspre. Per questo, in questi anni, al di là di tutte le discussioni che pure ci sono state le docenti hanno imparato a considerarlo il reale valore aggiunto del progetto Filmando Nisida”. Espressioni di affetto e stima che restano dopo la brusca chiusura del progetto.

Nel corso di FilmandoNisida venne realizzato, come da programma, un documentario, con molte interviste ai ragazzi, mentre non ebbe seguito l’idea di raccogliere tutta l’esperienza in un volume, che avrebbe dovuto essere curato da Goffredo Fofi.
Alcune relazioni create in quella fase hanno continuato a produrre frutti. In particolare, alcuni ragazzi di Nisida hanno preso parte ad un laboratorio teatrale curato da Mario Martone e andato poi in scena al San Ferdinando ed è iniziata collaborazione con il festival dei corti di Capalbio.



6 Frammenti d’identità

Il 19 maggio del 2006, la messa in scena de La scelta di Luisa Mattia concluse un ampio progetto multidisciplinare cui avevano preso parte, oltre la scuola, i laboratori interni di teatro, musica, pittura e ceramica. Nei mesi precedenti, l’associazione Kolibrì aveva proposto una collaborazione sui temi dei “diritti dell’infanzia” e del “diritto alle storie” ipotizzando un percorso che valorizzasse “la trasgressività”, come rappresentata dalla “pecora nera” creata da Andrea Valente, e si articolasse intorno ad una mostra dell’artista su 30 pecore nere del XX secolo. La controproposta fu quella di puntare, piuttosto, a valorizzare con ragazzi, la cui “trasgressione” si era già espressa in forme gravi di illegalità, e in un contesto reso nuovo da una (allora) massiccia presenza di extracomunitari, la ricerca dell’identità personale, lavorando per sviluppare in positivo la loro “unicità” e facendo della “diversità un valore arricchente”.
Il progetto iniziale si arricchì, in corso d’opera, di due incontri: con Luisa Mattia e con Stella Leonetti. Luisa Mattia, di cui avevamo letto in classe La scelta, incontrò un gruppo di ragazzi il 26 gennaio 2006. Fu un pomeriggio molto intenso, al termine del quale si decise che anche il laboratorio teatrale avrebbe lavorato su quel testo. L’autrice ebbe la straordinaria cortesia di mettere a nostra disposizione la sceneggiatura che lei stessa aveva tratto dal libro: sceneggiatura poi rimaneggiata da Andrea Fiorillo e da me e rielaborata, dal team di regia, quasi in forma di musical. Stella Leonetti, che venne a Nisida l’11 marzo per invitarci ad una collaborazione con il festival dei corti di Capalbio di cui è fondatrice, si offrì di produrre un corto sul backstage dello spettacolo.

I risultati furono molto positivi:
la mostra di Valente, che passò alcune giornate con i nostri ragazzi, fu inaugurata il 6 maggio 2006 nei locali del Centro studi di Nisida, dove venne visitata da numerose scolaresche, e continua tuttora ad essere riproposta in giro per l’Italia;
la messa in scena riscosse un grande successo; venne riproposta al Mercadante il 14 giugno nell’ambito della rassegna teatrale Il carcere possibile e nel Cortile d’onore del Quirinale il 18 settembre 2006 per l’apertura del nuovo anno scolastico;
il backstage curato da Pino Sondelli venne presentato al festival dei corti di Capalbio il 28 giugno 2006;
l’esperienza fu raccolta in un testo dei Magazzini Salani dal titolo La pecora nera e altri sogni (novembre 2006), vincitore del premio Andersen 2007.

Gli scritti dei ragazzi, pubblicati nel libro con il titolo di Frammenti d’identità, costituiscono una sorta di piccola autobiografia collettiva in cui, come scrivevo nella mia prefazione intitolata Il diritto di esprimersi come diritto al sogno,“si è sostanziato lo sforzo, da parte dei ragazzi (pp. 2-26 e pp. 38-41) e delle ragazze (pp. 27-37) di conquistare, attraverso la parola scritta, una maggiore consapevolezza della propria realtà e del modo stesso di pensare se stessi. Scrivere, infatti, non significa solo acquisire una delle competenze cognitive di base, ma è un processo formativo complesso, che può validamente incidere nell’elaborazione di una propria consapevole identità. Fermare sulla pagina un sentimento, un pensiero, un’esperienza può rappresentare soltanto un istante di sincerità con se stessi, un barlume di verità che colpisce magari più chi legge che chi scrive. Ma può anche diventare qualcosa di più: un esercizio di ricomposizione della propria identità frammentata, una riunificazione di senso delle schegge della propria esperienza. Narrandosi si possono riannodare fili interrotti, sbrogliare matasse intricate, intrecciare in nuovi disegni trame lacerate, modificare finali già scritti. Si tratta di un’azione profondamente difficile in quanto riguarda non solo il loro atteggiamento culturale, ovvero le modalità con cui i ragazzi guardano se stessi, ma la loro realtà, cioè le loro esperienze, i rapporti umani, le relazioni ambientali. Ma senza tutta questa fatica, non è possibile, per i ragazzi, nessuna scelta di vita legale. E senza questa scelta i loro sogni non possono che restare mere fantasticherie oppure trasformarsi in incubi per loro stessi e per la società”.

Gli scritti dei ragazzi furono elaborati in un percorso complesso, in cui provai, perché potessero trovare specchi in cui rileggere le proprie esperienze, a farli interagire con alcune pagine di classici che avessero per protagonista una ragazzo, Le avventure di Huckleberry Finn, Oliver Twist, I ragazzi della via Pal, L’isola del tesoro, ma anche pagine di testi moderni, da Alì dagli occhi azzurri di Pier Paolo Pasolini a La neve blu di Piotr Bednarski e, con le ragazze, alcuni brani su Esmeralda, la protagonista di Notre Dame de Paris. Leggemmo, in classe, il testo di Luisa Mattia e di altri autori contemporanei e almeno due, tre quotidiani al giorno (La Repubblica e Avvenire arrivavano gratuitamente). “L’incontro con la scrittrice Luisa Mattia – osservavo nella mia premessa – è stato un momento centrale nel percorso complessivo perché ha offerto ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di confrontare il proprio vissuto, trasformando emozioni poco più che istintive in parole consapevoli. (…) Non è stato immediato – l’approccio ai libri di Andrea Valente, perché, come ha rilevato più di un ragazzo, “la pecora nera nel sistema è il traditore, l’infame: non ci piace”, ma la risposta ai quiz, fatta in piccoli gruppi, è stata un momento di partecipazione collettiva e di divertimento tanto che tutti, alla fine, volevano risultare “più pecora nera degli altri” e qualcuno si è avventurato anche a scrivere qualche piccolo diario. E ancora più positiva è stata la conoscenza dell’autore, con cui hanno potuto passare ore a parlare e a disegnare, anche belle caricature delle insegnanti e degli operatori dell’Istituto”.
“La maggior parte del lavoro – notavo ancora nella premessa – è rimasta nell’ambito dell’oralità, una parte è riuscita a esprimersi in elaborazioni scritte: autonome o su tema. Anche se scrivono o si fanno scrivere dagli amici un impressionante numero di lettere a familiari ed amici, solo qualche ragazzo e qualche ragazza ha familiarità con la penna e, magari, in carcere, scrive anche per sé: poesie, diari, frasi. Per la stragrande maggioranza scrivere, in classe, è estremamente difficile. Sono consapevoli, con modalità che possono essere anche rabbiose e provocanti verso gli insegnanti e con sentimenti di umiliazione nei confronti di se stessi e dei compagni, di essere ignoranti (ortografia e sintassi sono quasi sempre molto deficitarie). Hanno forme di quasi venerazione o di profonda insofferenza verso la loro grafia, poiché identificano la ‘bella calligrafia’, o meglio quello che intendono con ‘bella calligrafia’ con il ‘saper scrivere’. Fanno sforzi pesanti nel tentativo di disciplinare la loro naturale modalità di esprimersi nelle forme che ritengono confacenti allo scritto, stravolgendo spesso pensieri arguti ed espressioni incisive in vuote ovvietà. Hanno, da una parte, l’esigenza - del tutto comprensibile - di non esporsi, rivelando troppo di se stessi e, dall’altra, cercano di fare i furbi, scrivendo cose che non pensano perché ritengono che quelle cose il professore o chi per lui intende leggere. Sono tutti aspetti che portano, il più delle volte, a rifiutarsi di scrivere, a scrivere tanto per farlo, a scrivere cose che, se non sono per loro false, certo non sono sincere. Lo sforzo costante, quotidiano, è di portarli a scrivere quello che pensano, con le parole con cui lo pensano, privilegiando, in prima battuta, il contenuto sulla forma e l’autenticità del pensiero sulla correttezza formale e, in un secondo momento, cercando anche una correttezza ortografica e sintattica”.

Scrisse il direttore di Nisida, Gianluca Guida per la seconda di copertina del libro: “Frammenti di identità, o forse identità in frammenti… sono quelle le cose che leggo nei lavori dei ragazzi. Raccontano una realtà fatta di ombre, paure, povertà. Di vita vissute in banda o in assoluta solitudine. Di vite spezzate, frantumate, da dolori o violenze. Ma raccontano anche di luci, flebili, in lontananza, ma presenti.”
Eccone, come esempio, alcuni brani:

La prima volta che ho rubato avevo sette, otto anni, andavo a scuola e ogni mattina prima di andare a scuola passavo per un supermarket per comprarmi la merendina, andavo a questo supermarket con mia mamma e anche mio fratello che andava anche lui a scuola. Quando entravo in questo supermarket già prima di entrare provavo un’emozione poi una volta entrato ci mettevo molto tempo per scegliermi la merendina perché dovevo vedere cosa mi dovevo rubare senza far capire niente a mia mamma. Rubavo spesso degli ovetti della Kinder me ne rubavo una decina di ovetti, mi mettevo tutto in tasca poi quando uscivo dal supermercato ero molto felice e mi sentivo importante perché avevo rubato e lo raccontavo a tutti i miei amici.

La prima volta che mi hanno arrestato è stato… La seconda volta che mi hanno arrestato è successo invece… stavolta però il fermo era stato confermato cioè vale a dire che stavolta mi arrestarono sul serio non come la prima volta che avevo appena compiuto quattordici anni da un mese, stavolta avevo quindici anni e mi portarono al centro di prima accoglienza dei Colli Aminei e lì restai ben tre giorni, furono tre giorni di noia di angoscia di dispiacere ma dopo quei tre giorni che passavano lentamente ma alla fine passarono e mi dovevo presentare davanti al giudice allo scadere di questi tre giorni andai davanti al giudice mi sentivo pieno di paura mi facevo prendere dall’ansia e dal panico ma poi mi resi conto che non morivo se mi mandavano in carcere così mi feci coraggio e andai davanti al giudice e mi andò bene mi diede sei mesi di arresti domiciliari in attesa di giudizio mi andò bene perché il pubblico ministero mi dispose una comunità e il giudice si oppose al giudizio del p.m. dopo questi sei mesi di domiciliari mi fissarono la causa e venne l’ora della mia vera causa lì si sapeva la verità sulla mia condanna e il mio arresto era piuttosto pesante avevo un’ansia tremenda ma nessun’altra cosa avevo solo un’ansia mi sedetti davanti al giudice e mi lesse i reati poi mi interrogò di nuovo e mi rinviarono la causa fra un mese me ne andai tutto contento perché non avevo preso nessuna condanna ma tra un mese dovevo andarci di nuovo passò il tempo e venne il momento, andai di nuovo davanti al giudice e stavolta non mi sentivo niente perché ormai ero di casa e stavolta il processo lo portarono a termine senza condanna e all’ultimo si rinviò di nuovo e me lo fissarono tra venti giorni ma io non mi presentai e mi diedero un anno e quattro mesi e finì così.

Cara maestra tu non sai quanto mi stai antipatica non posso vederti, ma quando vai in pensione? Io non ho voglia di studiare, non ho studiato neanche al paese mio figurati qui in Italia perciò non mi dire di scrivere. Mi stai talmente antipatica che tu non lo sai.

Stavo in questo carcere e quel giorno mi sveglio come tutte le mattine normale e durante la giornata proprio a merenda si mangiava la pizzetta e io mi stavo andando a prendere la pizzetta e all’improvviso mi chiamò un mio amico e mi disse: hai visto chi è morto? Io, prima che lui mi dicesse chi, io rimasi bloccato perché non sapevo chi era e lui mi disse: un tuo amico, e mi disse il nome e io rimasi incantato, non andai a prendere neanche la pizzetta e andai nel bagno e stavo malissimo, non potevo crederci sembrava un sogno non potevo pensare che era morto il mio amico che aveva dormito nel mio stesso letto che avevamo mangiato nello stesso piatto che avevamo vissuto i momenti belli insieme e i momenti brutti sempre insieme, che il giorno del mio arresto lui era presente con me sulla questura, immaginavo tutti i nostri momenti passati insieme poi dopo mi portarono il giornale e vidi la sua foto e provavo ancora dolore. Sono stato male per settimane pensando a lui e tuttora lo penso sempre e quando parlo di lui mi fa un rumore allo stomaco era un vero amico per me che ormai non è più presente ma resterà presente per sempre nel mio cuore e nella mia mente.

La sera, dopo finito di rubare, andavo a casa, mi facevo una doccia, massimo tre, quattro amici, andavamo al ristorante e prendevamo come antipasto chele di granchio, un bel piatto tanto così, come primo spaghetto a vongole pieno di forte, col pomodoro, con i lupini, per bere una bella bottiglia di vino, il bianco per i miei amici, il rosso per me, per secondo le ostriche grandi grandi e i cannolicchi e per finire il limoncello. Poi per alleggerirci un bel cannone e dopo la crepe cioccolato bianco cioccolato nero e cocco e un altro bombolone e vai a dormire verso le tre del mattino con un altro cannone. Poi la mattina mi sveglio verso le dieci, dieci e mezzo e appena che apro gli occhi mi fumo una sigaretta, mi lavo, mi vesto, mi metto la gelatina, mi lavo i denti, scendo giù, apro il garage, prendo il motorino, lo metto in moto, cinque minuti che si scalda il motore, chiudo il garage, dopo salgo sul motorino e vado al bar prendo un bel caffé ristretto, mi faccio un bel cannone, hashish e marijuana e dopo fumato il bel cannone salgo sul motorino e vado a dare fastidio a tutti quanti.

La mia prima uscita a Nisida l’ho fatta dopo un anno e mezzo, il mio educatore mi ha fatto fare questa uscita al mare perché me la meritavo. Appena uscii dal cancello dell’istituto senza che nessuno mi mantenesse era come se stavo andando a mare con i miei amici, scendendo per porta Paone mi tremavano le gambe e all’improvviso dicevo nella mia mente: ma è vero che sto andando al mare? Poi pure gli agenti mi dicevano: Cammina, non ti preoccupare, perché io forse tremavo dall’emozione e non riuscivo a camminare bene. Arrivammo al mare e sistemammo i vestiti, subito i miei amici: Iammuci a vuttà a mare! Io li inseguii e mi buttai con loro, io pure nel mare con la testa sottacqua dicevo: Mamma mia che bello, che bello, poi ogni tanto me ne salivo sugli scogli ad asciugarmi e mi veniva da pensare la mia famiglia che io a quell’ora potevo stare con loro in acqua però non era possibile perché una disgrazia mi ha portato lontano da loro. Comunque mi divertii tanto anzi tantissimo, quell’emozione non la provavo da un anno e mezzo da quando sono entrato qui dentro.

La banda di H. Finn non è uguale a quelle che conosco io.
La banda di H. Finn a me sembra una banda formata da ragazzi che vedono e sentono dai libri e dai giornali e così la fanno anche loro.
La banda di H. Finn mi sembra una banda per gioco senza fare sul serio.
La banda di H. Finn è simile a quelle che conosco io però le bande che conosco io sono molto diverse.
La banda di Finn è composta da ragazzi ma la maggior parte delle bande (vere) sono tutte adulte.

Quando vado a fare shopping di solito compro sempre vestiti, mi piace fare shopping anche shopping di cose personali come i profumi, il bagnoschiuma e tutte le cose che riguardano la
pulizia personale come i deodoranti e gelatine per capelli, a me mi piace vestire di marca ma se qualche maglietta o qualche jeans non è firmato ma è bello lo compro, la mia fissazione invece è sulle scarpe, indosso solo scarpe firmate.

A me mi piacciono le cose azzeccose, i fagioli, i ceci. Mia mamma fa un riso e patate da mettersi a piangere dalla felicità, con le patate che si fanno proprio a puré e la provola che proprio fila sulla forchetta. E la pasta al forno con le polpettine piccole dentro, quando esce dal forno, le polpette vengono a tavola da sole. E il risotto ai funghi porcini è un piatto che non si può portare a tavola, si mangia direttamente nella pentola in cucina.

Il giorno che avrò un bambino prima cosa quando crescerà dovrà avere tutto il mio amore e quello di sua mamma e l’affetto che gli darò è immenso, dovrà andare a scuola e imparare a leggere e a scrivere, quello che io non ho mai fatto, se non andavo in carcere non sapevo neanche scrivere quello che sto scrivendo ora ed è per questo che mio figlio dovrà andare a scuola. Io sono cresciuto senza un padre perché lui è sempre stato in carcere ma non ha mai voluto che io facevo questa vita che ora sto facendo non ha mai avuto il tempo di starmi accanto, forse se stava più accanto a suo figlio, cioè io, potrebbe anche darsi che non facevo questa vita che ora mi sto pentendo, non lo so perché non ho mai avuto l’affetto di un padre. Mio figlio dovrà sempre andare verso la strada dell’onestà. Faccio del mio meglio per non farlo fare la stessa vita, quella che ho fatto io ma prima di mettere al mondo un bambino dovrò prima sapere che lui potrà crescere in un mondo e in una vita migliore.

Non è facile esprimere la propria opinione nel momento in cui ti trovi in mezzo ad un dibattito con più persone ma dopo rifletti e pensi che tante volte il tuo modo di pensare può essere esempio fondamentale per una persona che fino a cinque minuti fa la pensava in modo diverso.
Nell’incontro con la scrittrice Luisa Mattia, insieme ai ragazzi di questo Istituto abbiamo discusso e confrontato idee, pensieri riguardanti la vita di un ragazzo che nella giovane età si trova nella malavita. La domanda “fuoco” della discussione è stata: Perché un ragazzo “sceglie” di far parte di determinate situazioni? Tutti abbiamo dato una risposta, c’è chi era d’accordo con varie risposte, c’è chi invece non apprezzava per niente. A mio parere, qualsiasi scelta in un primo momento non è mai fatta con consapevolezza. Ognuno di noi incoscientemente cerca il rischio e ne capisce le conseguenze solo dopo. Le cause per le quali un ragazzino sceglie di fare una tipologia di vita possono essere tante, ma una in particolare è l’esempio classico che porta un adolescente a deviare: la famiglia poco presente. In un ambiente dove la mamma lavora tutto il giorno, il papà è assente per vari motivi e il fratello o la sorella maggiore hanno la propria vita è difficile vivere serenamente. Noi adolescenti cerchiamo sempre l’appoggio di un adulto, la fiducia di un adulto e in una famiglia come quella descritta precedentemente è difficile trovare “fiducia”. Un ragazzo che vive in questo tipo di ambiente, secondo me è particolarmente vulnerabile ed ora spiego perché. Quando non si trova ciò che si cerca nella famiglia, automaticamente lo si va a cercare fuori! E qui iniziano i problemi. Ogni adolescente ha la tendenza ad imitare un soggetto che per lui è considerato come un leader che spesso può essere negativo. Nella società incontriamo tante persone buone, brutte, belle, cattive ma dentro di noi nessuno sa chi siamo veramente. Nel libro si parlava di un uomo che aveva coinvolto un ragazzino nella malavita. Questo viene messo in contrapposizione ad una domanda e cioè sulla possibilità di scegliere la propria vita.
Secondo me ognuno di noi può scegliere la propria vita, l’importante è che si abbia la consapevolezza dei propri gesti e successivamente si abbia la capacità di accettare le conseguenze. Ognuno di noi dipende da se stesso, per me questo è un diritto inalienabile come la libertà, nessuno lo ha dato e nessuno ce lo può togliere.
Un caso a parte è l’adolescente deviante. Un adolescente che incontra la persona sbagliata e va a finire alla cattiva sorte non ha compiuto un gesto di scelta! Senza consapevolezza, con ingenuità ha seguito un leader per il semplice fatto che questa persona ha dato a lui la fiducia che il ragazzino non ha trovato in famiglia. Ma nulla toglie che questo adolescente, crescendo, capisca ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e faccia una “scelta” con la propria testa, con consapevolezza.
Io per prima ho scelto la mia strada. Da quando iniziai la preadolescenza, sono sempre stata una ragazza ribelle che ha le proprie idee, i propri principi per i quali vive la vita di ogni giorno. Io non ho mai trasformato il mio modo di essere e di pensare per gli altri. Ho fatto le mie scelte con consapevolezza e decisione perché credo in me stessa e nelle mie capacità. Anche nei momenti più brutti mi sono fatta forza e sono andata avanti. Ho lottato contro tutto e tutti pur di non cambiare, per rimanere me stessa e non la ragazza che vogliono gli altri. A volte mi capitava che i miei mi proibivano di fare qualcosa, ma io incurante la facevo lo stesso perché il mio intento era quello di far capire loro che io non sarei mai cresciuta a modo loro, non sarei mai stata la loro fotocopia perché ho un mio cervello che funziona abbastanza bene.
Oggi sto pagando le conseguenze di determinate scelte, ma lo faccio con serenità perché appunto mi ritrovo qui dentro! Solo adesso ho capito che a volte bisogna accontentarsi di ciò che si ha. Sono fiera di me stessa, di come sono cresciuta perché domani potrò dire dai miei “successi” – grazie a te, hai ottenuto ciò che volevi solo con le tue forze.
Concludendo volevo dire che scegliere la propria strada è possibile per tutti, l’importante è che ognuno di noi conosca bene quella strada e non rinfacci a qualcun altro le conseguenze.

Quando andavo a scuola entravo da una parte e uscivo dall’altra, facevo sempre chiasso e il professore chiamava sempre i miei genitori e mi faceva sospendere e non mi piaceva la scuola, stavo sempre in bagno, non mi piaceva perché scrivevano sempre e a me non mi piaceva scrivere perché la maestra faceva il dettato e non mi aspettava, andava veloce e io mi incazzavo. Mi piaceva solo andare nella palestra perché le donne facevano le flessioni.

Mi ricordo un giorno dove mi divertii molto era nel periodo natalizio e io e mio padre andammo a fare un po’ di compere. Fu una giornata molto bella perché per Napoli c’erano luci dappertutto e poi si respirava aria natalizia. Io e mio padre poi ci andammo a fare un giro a via Roma dove lui mi comprò un bel completo e un paio di scarpe, poi andammo a mangiarci un panino e una coca cola in un pub a via Chiaia, mi divertii molto non solo perché stavo comprando un sacco di cose ma perché stavo anche con mio padre.

La prima volta che ho rubato avevo sette, otto anni, andavo a scuola e ogni mattina prima di andare a scuola passavo per un supermarket per comprarmi la merendina, andavo a questo supermarket con mia mamma e anche mio fratello che andava anche lui a scuola. Quando entravo in questo supermarket già prima di entrare provavo un’emozione poi una volta entrato ci mettevo molto tempo per scegliermi la merendina perché dovevo vedere cosa mi dovevo rubare senza far capire niente a mia mamma. Rubavo spesso degli ovetti della Kinder me ne rubavo una decina di ovetti, mi mettevo tutto in tasca poi quando uscivo dal supermercato ero molto felice e mi sentivo importante perché avevo rubato e lo raccontavo a tutti i miei amici.

Quando ero piccolo andavo a rubare le biciclette perché io non le tenevo poi a tredici anni mi sono messo a vendere la droga per comprarmi i vestiti e le scarpette poi mi sono comprato il motorino poi l’ho tenuto una settimana poi se lo sono preso le guardie perché non tenevo il patentino. I vestiti che mi piacciono sono Versace, Richmond, Paciotti, Castel Bayach, Dolce e Gabbana, Armani. Le scarpe che mi piacciono sono Silver, Tn, Hogan, Paciotti, Richmond, Prada, Versace.

Un carcere come tanti perso su un’isola, normale per tutti ma per chi lo vive? Nisida è un posto molto bello vedendolo da un punto di vista umano ma vedendolo da un punto di vista carcerario è un posto che trasmette tristezza e molta solitudine ma come tante cose che negano la libertà e portano conseguenze varie. Che vita si vive a Nisida e che rapporti si hanno con il personale vale a dire con le guardie penitenziarie, il direttore le professoresse e soprattutto con gli altri detenuti?. Si chiamano detenuti quando non si conoscono ma quando incominci a vivere ogni secondo della tua vita con loro sono fratelli, io con i miei amici di Nisida mi divido il sogno e la fantasia cioè per noi parlare di libertà è un sogno e parlare di cosa faremo quando usciremo è una fantasia. Il rapporto che si ha con una guardia penitenziaria è un rapporto che mi stupisce. Io le guardie le schifo perché il loro lavoro va contro al mio e perciò ho una motivazione a tutto questo ma le guardie penitenziarie di questo posto a volte mi sento come se fossi di famiglia hanno dei sentimenti e capiscono come ci sentiamo noi, ci rispettano e vogliono rispetto, scherzano gridano insomma sono umani ma soprattutto sono guardie ma guardie che ti capiscono e ti aiutano. Invece il rapporto che si ha con una professoressa è un rapporto bellissimo la professoressa in carcere è veramente una mamma. Quando ebbi il primo incontro con la professoressa Adele lei in classe ci disse una cosa importante che noi possiamo giocare, fare tutto ma però fate che qui c’è una vostra mamma e infatti il particolare della professoressa Adele che mi dà le somiglianze caratteriali di mia mamma e che mi hanno colpito sono così semplici ad esempio una volta mi sentivo scottare e lei vide se avevo la febbre in un modo come fa mia mamma che si fa solo a uno di famiglia appoggiando il labbro sulla fronte poi come seconda cosa quando ho un dolore lei si interessa molto…
Il direttore per questo posto è come un padre che torna dal lavoro la sera e tutti gli raccontano quello che abbiamo fatto durante la giornata anche lui prova molti sentimenti per noi e anche lui è una persona molto colta e ci fa capire molto con i suoi discorsi veramente molto significativi e questo carcere lo rende come una famiglia. Questa è Nisida.


7. L’indimenticabile Vaporetto

Un vaporetto bianco fa la spola…, libro e dvd, è stato il felice sbocco del progetto Lindgren, nato sulla scia delle iniziative attuate Italia e in tutto il mondo, nel corso del 2007/2008, per commemorare il centenario della nascita di quella che è ritenuta la più grande scrittrice per ragazzi del Novecento. Nonostante l’evidente lontananza dalle esperienze dei nostri ragazzi molto più pesanti rispetto ad una storia in cui il massimo dolore è rappresentato dalla morte di un coniglio, la lettura del testo confermò, oltre ogni più rosea aspettativa, l’ipotesi di partenza, ovvero che esso contenesse molte possibili, sotterranee, assonanze con la loro vita.

Dalla lettura di Vacanze all’isola dei gabbiani, si sviluppò uno studio parallelo dell’isola dell’autrice svedese e di Nisida, anch’essa isola dei gabbiani, intrecciando fortemente due aspetti.
Da una parte, una metodologia didattica che, negli anni, aveva affinato le sue capacità di partire dalla letteratura per l’infanzia come inesauribile possibilità di consentire ai ragazzi, in un gioco di specchi, di narrare se stessi, acquisendo così capacità cognitive, in particolare linguistico-espressive, e recuperando anche emozioni fondanti. Ovvero, l’uso delle storie, delle parole ben scritte, come fili con cui i ragazzi possano ritessere la propria storia, grazie al potere di comunicazione, di coinvolgimento, di conoscenza di sé e degli altri che la letteratura, adeguatamente proposta, ha in sé. Dall’altra parte, la possibilità di utilizzare una strumentazione tecnologicamente avanzata – arrivata a Nisida grazie al suo inserimento nel progetto 100Napoli – che ha permesso ai ragazzi di acquisire conoscenze in tempi più brevi e con modalità più coinvolgenti per loro, in particolare tutta la fase in cui hanno potuto fotografare l’isola per poi trasferire e modificare le immagini al computer. Attraverso la visualizzazione delle informazioni e il passaggio tra i vari nessi e collegamenti, è stato più semplice per loro strutturare reticoli cognitivi e piccole mappe concettuali, particolarmente importanti per attivare, consolidare e memorizzare processi conoscitivi. La mappa concettuale generale mise in relazione da una parte l’autrice, il suo libro e il suo paese, la Svezia, con la sua realtà economico-sociale e le sue tradizioni, soprattutto natalizie, e dall’altra Nisida, con la sua storia, il suo ambiente naturale, le sue attività.

Rispetto ad altri percorsi didattici, pur molto importanti realizzati a Nisida, il progetto Lindgren ebbe la particolarità di coinvolgere, per la prima volta nella nostra allora quasi venticinquennale esperienza, tutti i ragazzi presenti in quei mesi in Istituto (una settantina di ragazzi e una ventina di ragazze), per i quali davvero le avventure di Pelle e Melina, di Karin e Melker entrarono nella quotidianità. Fu quindi possibile che le ragazze riuscissero a stilare, in inglese, l’albero genealogico della Lindgren; paragonassero le usanze svedesi per Santa Lucia con le tradizioni del nostro Natale; si emozionassero così tanto per potersi essere fatte fotografare con i cucciolotti di capra; che i ragazzi si divertissero a cercare, al computer, sulle enciclopedie informatiche, notizie sugli animali di cui si prendevano cura nella pet therapy; elaborassero mappe concettuali piene di link per ricostruire il loro specifico percorso di apprendimento; scoprissero la bellezza delle tracce storiche che rimangono sull’isola; sentissero il fascino particolare di riprendere con una videocamera, e con i piedi nell’acqua, porto Paone; e qualcuno dall’esperienza così amara, potesse sorridere felice, vedendo scorrere sulla lavagna digitale interrattiva i suoi bellissimi scritti, con cui si apre e si chiude Un vaporetto bianco fa la spola….

Di rilievo particolare, all’interno del complessivo lavoro, ci fu in primo luogo l’attenzione alla realtà ambientale della nostra isola e, in particolare, agli animali della fattoria, la pet therapy. Dall’altra, la lunga fase del laboratorio fotografico che segnò una vera e propria scoperta e/o rivisitazione dell’isola da parte di tutti i ragazzi che mai, in così gran numero, avevano potuto fruire di una percezione così concreta del luogo in cui abitano, definendo meglio i confini del loro mondo e riconoscendone, nonostante la sua funzione di separazione dalla città, l’assoluta bellezza. Entrambi questi aspetti ebbero un’incidenza emozionale alta, innescando, con un da noi non comune effetto spirale, molte curiosità conoscitive. Dall’emozione alla conoscenza, insomma. Un movimento diverso produsse l’elaborazione, in laboratorio, degli schemi del percorso effettuato: il riconoscimento del senso di un percorso, ovvero l’acquisizione di una mappa concettuale, per i ragazzi che impararono ad elaborarla al computer, rafforzò l’autostima, creando condizioni molto favorevoli al proseguimento del lavoro.

Un vaporetto bianco fa la spola germinò dalla lettura di Vacanze all’isola dei gabbiani come un metatesto costruito su tre livelli, il riassunto dei capitoli del libro della Lindgren, i testi sull’esperienza di vita dei ragazzi derivati per suggestione e per antitesi dagli argomenti di quel capitolo ( il mare, il rapporto con i genitori, le liti tra fratelli ecc.), le lettere ai gabbiani, amici fidati e confidenti di chi a Nisida si affaccia alla finestra sognando la libertà. Tre livelli a loro volta collegati da due elementi, alcuni piccolissimi brani del mio diario di lavoro e le immagini dei gabbiani disegnati a Nisida da Hugo Pratt. Più che in altre raccolte di scritti che avevamo prodotto negli anni precedenti, in Un vaporetto bianco fa la spola… è espressa – con levità, quasi senza parere – l’anima profonda dei nostri ragazzi, quella dolente e ferita ma che, in qualche modo, continua a sentire che, forse, c’è un’altra possibilità di diventare grandi. Non si parla particolarmente, in questi scritti, di reati, di giudici o di camorra, ma piuttosto di grandi dolori, come la morte di un genitore o di un fratello, di piccole speranze, come quella di far pace con la fidanzata, di minuscole gioie, come un bagno a mare con gli amici. Il tutto scritto con grande sincerità, come se trovare le parole per dirlo potesse davvero costituire un piccolissimo passo verso un futuro diverso.

Vacanze all’isola dei gabbiani ha dentro di sé una magia particolare in quanto, in qualche modo, racconta l’infanzia come i bambini possono sognare se stessi. Per suggestione, per antitesi struggente con l’esperienza di vita dei nostri ragazzi, per la sua capacità di restituire il profumo di un tempo non vissuto dagli ospiti di Nisida, il libro della Lindgren ci ha dato la possibilità di un percorso che i ragazzi hanno avvertito come proprio e di cui, per conseguenza, sono stati attori attenti ed entusiasti di tutte le tappe ed autori intelligenti e sensibili di Un vaporetto bianco fa la spola…

Carissimo gabbiano, chi ti scrive è un ragazzo che si trova rinchiuso a Nisida. Penso che Nisida è un posto che conosci molto bene, perché ogni mattina ti sento urlare, mi affaccio alla finestra, e stai lì appoggiato sul muretto, che ti guardi intorno quasi incuriosito, poi quando ti accorgi di essere osservato, fai un piccolo salto, apri le ali, e il vento ti solleva in alto, come se ti volesse proteggere da qualcuno o da qualcosa, ti osservo ancora per un po’, mentre giochi a farti trascinare in alto e poi in basso. Caro gabbiano, mi piace sognare, anzi più che sognare è desiderare di essere come te, di poter prendere il volo, abbandonare per sempre tutto e tutti. Io non so se tu hai dei sentimenti, ma mi auguro per te che la risposta sia no, perché provare dei sentimenti vuol dire prima soffrire e dopo, forse, amare, ed essere felici. Questa mattina mi sono alzato senza voglia, perché per me è sempre presto per alzarmi, e quando ho aperto gli occhi ho visto delle guardie, con un ferro in mano pronti a fare la battitura, se così possiamo descrivere un casino infernale che ti batte i timpani. Ho pensato a mio fratello, vorrei avere le tue ali, solo per un momento, per andare a dirgli che lo voglio sempre bene e che è la mia vita. Però purtroppo è impossibile, e pensare che questa è una nostra scelta, non di tutti, questo è vero, però la maggior parte di noi ha fatto questa scelta di vita, e riflettendoci bene, è una vita infernale. Però è pur vero che è orribile pensare di dover fare dei sacrifici da quando nasci fino a quando non muori. Avrei un sacco di domande da fare a qualcuno o a qualcosa che ci osserva e che abbia delle risposte adeguate. Come desidero sollevarmi in cielo ed essere finalmente libero: libero non solo da queste mura, ma libero di fare ciò che voglio, libero di non pensare a niente e a nessuno, libero di volare al di sopra delle nuvole.  Ritorno alla realtà peggio di prima e ti lascio con un grande saluto fraterno, ma ti osserverò ogni mattina. Ciao.

Questo libro, Vacanze all’isola dei gabbiani, mi è piaciuto molto perché non mi ha fatto annoiare, anzi mi ha fatto divertire, e qualche volta anche ridere. Mi ha fatto provare diverse emozioni, è come se fossi stato presente ad ogni avventura del libro. Mi è piaciuta l’ingenuità e l’impulsività di Melker, il padre che sembra non poter essere un buon padre all’inizio, ma poi dimostra di essere un padre esemplare, affettuoso e geloso verso i suoi figli. E poi mi ha colpito molto l’intelligenza di Pelle, che pur essendo il più piccolo della famiglia è molto capace di mantenere la calma nei momenti critici e cerca sempre di essere di aiuto alla famiglia. Mi è anche molto piaciuto il rapporto che hanno i bambini con gli animali, ma non solo i bambini. Infatti sono molto gelosi  dei propri animali che si infuriano se qualcun altro li porta a spasso o li accarezza e penso che se ci fosse un po’ di quell’amore qui, cambierebbero molte cose.

Ho quasi diciotto anni e in questi miei diciotto belli e brutti perché la vita non è tutta rose e fiori, è vero che la puoi vivere al meglio, però ci sono situazioni che cambiano la vita come è successo a me cioè sono ospite dello Stato e questo a me non fa piacere, in fondo io sono un ragazzo che ha sempre vissuto la vita al meglio delle cose belle, però in questo mio percorso lungo c’è stato un taglio che mi ha portato a questo cioè: stare in un Istituto minorile di prima accoglienza e questo mi fa molto male perché non è una cosa bella, sia per me e per la mia famiglia, in questo percorso, la mia famiglia non mi ha mai fatto mancare niente, anzi si è fatta a quattro, si è rotta il sedere per accontentarmi, avevano paura che mi potevo trovare in qualche brutta situazione e io in tutto questo non ho capito niente e da come stupido gli ho spezzato il cuore trovandomi in questa situazione. Io nella mia vita personale non mi mancava niente, avevo amici, ragazze, avevo un lavoro che mi piaceva molto cioè il falegname, in fondo a me non mi mancava niente, poi c’era anche la famiglia che aiutava se avevo qualche problema, per me vivevo bene, avevo tutto allora ero contento però questa cosa che ho fatto una cazzata di merda ho buttato una vita migliore per me e con l’avvenire di crearmi una famiglia essendo segnato una persona diciamo delinquente per la legge dello Stato e questo mi ferisce perché a me piace vivere al nord, non ho niente da dire su Napoli in fondo è la mia città dove sono nato e per il momento sto ancora crescendo, però c’è una cosa che mi colpisce molto il nord.

Oggi abbiamo fatto delle foto alla natura. È stata un’esperienza bella perché siamo andati nel recinto degli animali e mi sono divertita tantissimo a rincorrerli per prenderli, alla fine sono riuscita a prendere un bellissimo capretto e ho fatto delle foto con lui e mi sono impuzzolita tutta, questo capretto era dolcissimo perché era un cucciolotto che mi voleva baciare e io l’ho baciato, poi il capretto più grande voleva darmi una cornata perché lo prendevo in giro e allora si è alzato su due zampe era veramente una cosa meravigliosa. Dopo che siamo usciti dal recinto abbiamo fatto delle foto alla natura ai fiori e al magnifico paesaggio al mare e all’isola che si intravvedeva era una cosa spettacolare. Poi abbiamo fatto delle foto a noi ragazze. Alla fine mi sono divertita tantissimo e mi sono emozionata perché stare tutto il giorno in una cella non è bello e perciò questa esperienza mi è servita per prendere un po’ d’aria.
Faremo un dvd e spero che sceglieranno alcune delle foto che ho scattato, per esempio mi piacerebbe quella dove si vede un cancello rosso chiuso da un lucchetto, un’altra dove si vedono i gabbiani in volo e quella dove si vede il mare e anche la foto dove si vedono alcune piante che ci sono a Nisida, solo con queste foto riuscirei a esprimere alcune emozioni, poi metterei la musica, dove c’è la foto del mare la canzone di Céline Dion, che dà un bell’effetto, dove c’è il cancello rosso chiuso da un lucchetto metterei la canzone di Andrea Bocelli Vivo per lei che fa capire la lontananza del proprio amore, dove si vedono i gabbiani in volo metterei la canzone di Andrea Bocelli Partirò e infine dove si vedono le piante metterei la canzone di Giorgia Gocce di memoria. Anche se a dire la verità questo è un lavoro che abbiamo fatto noi e sarebbe bellissimo anche cantare noi le canzoni fatte da noi (sempre chi è intonato/a!).

A Nisida il tramonto ha un colore marrone, mezzo rossastro che rende l’ambiente o meglio il terreno sottostante particolarmente affascinante. Il mare che prende colore dal cielo e quindi è azzurro diventa celeste, verde chiaro. E poi la cosa più bella è il sole che diventa arancione e si nasconde dietro la montagna forse perché si vergogna del suo colore e più lo guardi e più si abbassa per non farsi vedere. Il tramonto è una delle bellezze più belle di questo mondo ormai marcio. Il gabbiano o i gabbiani che passano sembrano fermarsi per un solo istante a guardare questa bellezza della natura. Ed io che sto dietro le sbarre incantato a guardare il tramonto riesco solo a domandarmi quando sarò veramente libero, non libero dalle sbarre ma libero in tutti i sensi.

Anche il progetto Lindgren si sviluppò come gioco di squadra, in cui le docenti lavorarono in forte collaborazione con loro e con le varie componenti dell’Istituto e con l’associazione Kolibrì, da cui prendemmo l’idea iniziale e nell’ambito delle cui mostre il libro venne ufficialmente presentato, alla quarta edizione di “Girogirotondo cambia il mondo” il 15 febbraio del 2008. L’ambasciata di Svezia ci fornì materiale sulla Lindgren

Ebbero un ruolo particolare i ragazzi della cooperativa La Paranza, che parteciparono al laboratorio fotografico, produssero il dvd che illustra alcune tappe del progetto stesso e curarono la grafica del libro. Fu di particolare rilievo il fatto che si trattava di una cooperativa di giovani della Sanità nata nell’ambito stesso del progetto 100Napoli, precisamente al momento della sua inaugurazione, avvenuta nel novembre 2006 a Santa Maria alla Sanità alla presenza, oltre che del cardinale Sepe e del ministro dell’Innovazione, Nicolais, anche del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il protocollo d’intesa firmato dalla Sogliano con la cooperativa resta un contributo interessante ad un lavoro di rete produttivo di effetti sociali positivi.

Su base volontaria e gratuita, il pittore Matteo Casamassima, già per alcuni anni maestro del laboratorio di pittura di Nisida, e la fotografa Adelaide Di Nunzio, organizzarono il laboratorio di fotografia che permise ai ragazzi una scoperta dell’isola emozionalmente del tutto inattesa, con momenti di vera felicità e un approccio ancora più interessato al complessivo lavoro sulla Lindgren.
Cecilia Latella illustrò la terza pagina e Andrea Valente, con cui avevamo già lavorato per il progetto La pecora nera e altri sogni ci regalò il disegno di copertina del libro.

Due persone in particolare ebbero un ruolo decisivo: Fabio Pagliarini, di Innovazione Italia, ora Invitalia, società di supporto del ministro per l’Innovazione, che in quanto membro del comitato organizzativo del progetto 100Napoli, ne aveva curato l’inserimento a Nisida e Roberto Dinacci,
 arrivato nel carcere minorile nel gennaio 2007, a poco più di ventisei anni, per seguire per il ministro Nicolais della cui segreteria particolare faceva parte, l’inserimento di Nisida nel progetto 100Napoli. Come ha scritto Fabio Pagliarini,il Vaporetto è un libro nuovo e fresco, che non c’era prima, perché nuovo e coinvolgente è stato il metodo utilizzato in tutte le componenti, umane e tecniche. Nella squadra Roberto ha operato nel ruolo chiave di anello di congiunzione tra i ragazzi e gli adulti, tra la politica e le persone, tra i benestanti e i maledetti del carcere e delle periferie di Napoli, dedicando a tutti lo stesso sguardo e sorriso di fiducia e apertura incondizionate. Io non so se l’avremmo fatto senza di lui il Vaporetto, ma lui ci ha dato entusiasmo e fatto credere che si, si può fare. E questa volta si è fatto davvero”.

Del Vaporetto si è parlato a maggio 2008 alla Luiss, in un convegno dell’associazione degli studenti universitari di Legge Elsa su Legalità: la vera sfida delle nuove generazioni, e a giugno, a Capalbio, nel corso del Festival dei corti. Il 3 giugno 2008 ricevette il premio speciale Elsa Morante ragazzi 2008, che venne dedicato a Roberto Dinacci e il 28 novembre dello stesso anno inaugurò, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, la decima edizione del più importante progetto di diffusione dei libri per le scuole superiori del Meridione, Leggiamoci fuori scuola.
L’incontro tra circa 400 ragazzi delle scuole superiori di Napoli e provincia e 10 ragazzi e ragazzi di Nisida autori del testo è stata un’esperienza molto forte per gli uni e per gli altri. Le due classi del liceo scientifico Mercalli che hanno partecipato all’incontro hanno successivamente chiesto di collaborare con i ragazzi di Nisida, cosa poi realizzata nell’ambito del progetto Nisida come parco letterario. Il senso di autostima in positivo, cresciuto lungo il percorso nei ragazzi che avevano partecipato al progetto, si rafforzò fortemente grazie a questi riconoscimenti al loro lavoro venuti dall’esterno. “E’ stata una cosa straordinaria vedere centinaia di persone che stranamente non stavano lì a criticarci o a giudicarci, ma stavano lì per parlare di un libro che avevamo fatto noi. In questi giorni mi chiedevo quanti ragazzi sono passati per Nisida e quanti ragazzi come noi avevano scritto cose belle, significative, che in poche parole toccavano il cuore però non hanno avuto la fortuna di conoscere una splendida persona come Roberto Dinacci che io per l’ennesima volta mi sento di ringraziare perché ha dato la possibilità a me e ai miei amici di sentirci per un po’ di tempo importanti e soddisfatti di quello che avevamo fatto”.
Il commento di Antonio all’incontro di Leggiamoci fuori scuola è lo stesso che è stato fatto, ognuno a suo modo, da tutti i ragazzi di Nisida. Rispondendo, durante il dibattito del 28 novembre alla domanda se scrivere quel libro li avesse fatti sentire liberi, Gaspare ha risposto, con molta onestà: “Liberi è una parola grossa, soprattutto in un Istituto penale minorile… si è liberi quando si arriva ad un equilibrio interno, in quel momento si è liberi… i sentimenti sono pur sempre solo sentimenti”. Ma, ha aggiunto, “le parole, le parole sono sentimenti provati, sono sentimenti vissuti”. Dall’altra parte, la lettura di Un vaporetto bianco fa la spola… ha probabilmente aperto a molti ragazzi delle scuole medie e superiori che lo hanno letto uno squarcio infinitesimale, ma non trascurabile, sulla realtà sociale in cui, magari senza saperlo a fondo, vivono.





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