giovedì 9 agosto 2018

Paolo Malara e il grano che ricresce in Calabria





«Dal 2010 ad ora, siamo passati da 20 a 500 quintali di grano, coltivato a Chorìo di San Lorenzo e in paesi vicini. Tutto è cominciato in una notte bianca, a Caserta, quando comprai un pane, che ho portato qui e ho cercato di riprodurre. In quel periodo, ho fatto amicizia con un signore che ha un allevamento di mucche bio e, grazie a lui, con una famiglia di Chorìo di San Lorenzo, che coltivava il grano. Con quella farina e il lievito madre ho rifatto il pane. Poi si è aggiunta un’altra famiglia contadina – la madre era stata tra le prime, negli anni Settanta, a mettere su un’azienda bio di olio e grano. E un grande mulino a Melito. Ora, anche Lamezia, a Melia, ci sono diversi appezzamenti di terreno coltivati a grano; forse riusciremo ad avere una ventina di ettari di terreni abbandonati, sullo Jonio, e a far lavorare un mulino di Rizziconi. Grazie alla filiera corta, (contadino, mulino, lavorazione), i contadini riescono ad avere non più 19 centesimi, ma 80 centesimi al chilo. Se arriviamo a produrre almeno 1000 quintali di grano, si potrà iniziare il commercio. La cosa più bella è che sono ragazzi giovani, ventenni o poco più ad occuparsene.»

Il ritorno del grano in Calabria: uno di quei sogni che potrebbero dare un impulso nuovo alla nostra economia: «Nel 1860, la Calabria aveva 780 mila ettari coltivati a grano, nel secondo dopoguerra ce n’ erano 240 mila, ora siamo scesi a 30 mila.»

Paolo Malara – 62 anni, laurea in giurisprudenza, una «scontrosità da orso perché ne ho per tutti e la verità dà fastidio», e la convinzione che «per decollare, non serve molto, serve la voglia e la capacità.» – ha un panificio all’inizio di Pellaro. Prima di lui c’è stata la nonna, seguita dalla madre; la quarta generazione è assicurata dai figli: «Io glielo dico: non fate questo lavoro perché lo faccio io o perché non avete altro da fare, ma perché lo amate.» I vari tipi di pane, le focacce, i biscotti, i dolci: i suoi sono tutti prodotti di qualità, con materie prime prodotte sul territorio e lavorate con cura, alla ricerca di sapori identitari. 


Da circa quattro anni, Malara produce il Pane dello Stretto, con farine autoctone (Senatore Cappelli, Maiorca e Segale) prodotte e molite in loco. Una bontà riconosciuta dall’Accademia delle Imprese Europee e, da qualche settimana, come Prodotto identitario di Reggio Calabria. Avrebbe voluto coinvolgere gli 87 forni di Reggio più quelli di Villa e di Messina: ma non c’è stato verso. «Potevamo diventare come Altamura – si rammarica Malara – ma noi siamo il paese di Nicola Giunta: manca lo sguardo lungo, la capacità di programmare, il senso di responsabilità, da noi la colpa è sempre di qualcun altro e vince l’invidia che non vuole competere con ma distruggere chi riesce in qualcosa.»

L’elenco di ciò che non va è lungo: dal degrado culturale, che trova espressione anche nell’incuria del Lungomare, alla ben scarsa valorizzazione di Pellaro come uno dei centri mondiali del kite surf, dalla carenza di prodotti di cui eravamo ricchi («faccio incetta di mandorle», ma già recuperarne, due, tre quintali non è semplice) alla continua emorragia di persone («siamo tornati agli anni Sessanta, i giovani vanno via tutti.»)

«Se dovessi usare la ragione, anch’io sarei andato via da qui, avrei fatto altro. Purtroppo, o per fortuna, ho usato il cuore.» È per passione che ha piantato, il primo maggio del 1981, il verde della piazza della Stazione e, poi, l’aiuola davanti al panificio, sta tentando l’attivazione di un Campo Sportivo a San Leo, e «se riesco, voglio far fare la pasta col grano prodotto qua ad un’azienda che conosco: anche solo i maccheroni, ma di grano nostro.» 


A dare concretezza ad ogni sua idea di animazione e rinnovamento del territorio è la sua compagna, Fernanda, pesarese, mani d’oro nel preparare piadine: «È lei il vero motore pulsante di quanto abbiamo realizzato.»
 




Note:

1.     *Io, il grano a Pellaro, nel vallone dei Filici, me lo ricordo bene. Il caldo dell’estate, le spighe dorate, la falciatura, i miei zii che lo ‘sciatavunu sull’aria (dividevano i chicchi dalla pula, nell’aia) i covoni, le balle di fieno: non solo una bellezza, ma anche una ricchezza economica persa (come i fichi d’india che erano un vero e proprio patrimonio per le famiglie, e le mandorle, quasi completamente scomparse).

2.     *Estate o inverno, il panificio Malara è una delle mie prime mete non appena arrivo in Calabria. Natale avrebbe un sapore povero se non potessi mettere a tavola la sua cuddura, o il suo pane stella cometa.

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