martedì 13 marzo 2012

Quando cominciammo ad andare a scuola


Sono stata la prima a laurearmi nella mia famiglia. Non la prima tra le donne, proprio la prima in assoluto. Il dato non avrebbe alcun interesse extra privato, se non fosse che, sommato ad altri consimili, costituisce un indice interessante delle profonde modifiche che, in pochi decenni, hanno portato alla scolarizzazione di massa anche in Calabria.

L’immediata estensione della sabauda legge Casati all’appena costituito Regno d’Italia non produsse dovunque l’attuazione di quell’obbligo scolastico dei primi due anni delle elementari che pure era tra i suoi principi. Né ci riuscì la legge Coppino del 1877. E’ solo all’inizio del Novecento che le famiglie contadine del reggino cominciarono a mandare a scuola i figli.

Dei miei avi, bambini e/o ragazzini al momento del terremoto del 1908, alcuni avevano frequentato o stavano frequentando le prime due classi delle elementari.

Le bambine si fermavano lì, perché, come diceva il padre di mia nonna paterna, “si no, si scrivi ‘cu zitu” ovvero “se no, impara a scrivere e, quando è più grande, si scriverà col fidanzato”. Ma anche i maschi si fermavano lì perché, ben prima dell’alba, quando nel cielo le due Orse erano ancora splendenti, avevano da alzarsi e fare quattro, cinque chilometri a piedi per andare nei campi e tempo per la scuola non ce n’era. Anche se per motivi diversi, bambini e bambine si ritrovavano, dunque, nella stessa situazione e, talora, le bambine erano addirittura favorite. Mio nonno materno non è andato a scuola; mia nonna materna sì e ha insegnato a scrivere, a quello che poi sarebbe diventato il mio nonno paterno, disegnando a terra le lettere dell’alfabeto con un ramo d’albero, quando pascolavano le pecore e si rifocillavano mungendo le capre nelle stelle dei fichi d’india.

L’unico degli anziani che, sempre al momento del terremoto, aveva frequentato la scuola qualche anno in più, era  il mio bisnonno materno, che, entrato in seminario da piccolo, poi, grandicello, ne era uscito. Nella cascia del pane teneva un vecchissimo libro dalla rilegatura ormai rotta, che tratteneva appena i fogli ingialliti: una Bibbia, forse, o un libro di preghiere. La sera radunava intorno a sé tutti i nipoti per il rosario, poi si metteva a raccontare favole con protagonisti principi e re, vescovi e cardinali. Quando nel 1937 morì monsignor Carmelo Pujia, il mio bisnonno, ormai anziano e prossimo anche lui alla morte, si fece venti chilometri a piedi, dieci all’andata e dieci al ritorno, per andare in città, al funerale. “’N ‘omu ‘randi – diceva, affannato, ai nipoti – ‘n ‘omu ‘i ‘cori… e’ndavi puru ‘nu frati ‘sonaturi…”. E i nipoti si chiedevano stupita che avessero di tanto importante i suonatori di ciaramelle che, per voto, scendevano dalle colline tutto intorno per la novena di Natale: dovette passare un decennio perché scoprissero l’esistenza dei “senatori”. 

E’ proprio negli anni trenta, sotto il fascismo, che l’obbligo dell’istruzione primaria divenne effettivo anche nella campagna reggina. Le bambine continuarono a fermarsi a metà, ma alcuni maschi, dopo le elementari, cominciarono a frequentare “il complementare” e arrivarono agli istituti tecnici. Ci sono dieci chilometri tra la campagna e la città e qualcuno li faceva a piedi, qualche altro con la bicicletta. Entrambi, per non consumare le scarpe, se le mettevaono solo all’ingresso della scuola. L’acquisto del vocabolario d’italiano di mio padre venne pagato con la vendita dell’oro di nozze di sua madre.

A dare gratuite ripetizioni, era il parroco don Quattrone (personaggio controverso, amato e odiato, che conobbe anche la galera): “Quando scrivi, tieni a mente come parli. Quando le nostre parole finiscono in “i”, in italiano finiscono in “e”: pani si scrive pane; le u sono o; quando diciamo: chi boi? Allora devi mettere la vu: che vuoi?”. Lezioni sulle doppie da togliere, sulle ‘nd, ‘nda che diventano nel, nella. Linguistica applicata. Esercitazioni di traduzione simultanea. Ragazzi terrorizzati dal compito d’italiano che presero buoni voti ai concorsi e si sistemarono. E, ancora adesso raccontano: “Nessuno ce l’aveva mai detto. Io ancora ora ci penso a che devo togliere o cambiare, se scrivo qualcosa…”

La generazione successiva, la mia, ha cominciato a frequentare anche i Licei e l’Università. Ora siamo a molte decine di migliaia di laureati e laureandi, iscritti nelle diverse sedi universitarie calabresi, o di altre città italiane, di cui tantissime donne.

Ma laurearsi, magari brillantemente, non assicura lavoro. Il rapporto Almalaurea, presentato a Roma qualche giorno fa, rileva come il tasso di disoccupazione, a cinque anni dalla laurea, sia particolarmente alto in Calabria e, specificamente, nella provincia di Reggio (dove la disoccupazione giovanile complessiva è del 42,8%  di contro al 39,% della Calabria, al 38,8%  del Mezzogiorno e al 27, 8% in Italia).




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