mercoledì 21 marzo 2012

La ragazza con la bandiera


«Il Il 7 novembre 1860, dopo l’incontro di Teano, Vittorio Emanuele, con a fianco Garibaldi, entra a Napoli. Il giorno dopo, a palazzo reale, riceve ufficialmente
i risultati dei plebisciti nell’ex regno borbonico e, per la prima volta, sull’affaccio della piazza che dal Plebiscito prenderà nome, viene esposto il tricolore. A farlo sventolare è Elisabetta Romeo di Santo Stefano d’Aspromonte…»

Attraversando il labirinto dei banchi, la professoressa Anna Ferraro tagliò l’aria con la mano, segno che, finita la dettatura, dovevano affrettarsi a scrivere.

Nell’aula si avvertì lo sbuffo di qualche parola, ritmato dal fruscio delle biro poggiate sui fogli. Jessica, una longilinea bionda con un rossetto rosa-primavera, sorrise alle immagini che già le si schiudevano in mente. Mario guardava la porta come se da lì potesse entrare la signora ispirazione. Ciro aveva occhi vivaci, che rincorrevano una storia, ma non quella. Francesco, di certo, avrebbe trovato modo di dire che sarebbe stato meglio – altro che unità – non essere annessi al Nord. E Giusy ne avrebbe fatta un’eroina a tutto tondo, magari a cavallo, con un rosso mantello alla Garibaldi.

La professoressa aveva in precedenza spiegato che l’esercitazione del giorno sarebbe consistita nell’elaborazione di un micro-racconto su di una ragazza, di cui ben si conoscono solo quel gesto e i vincoli familiari – figlia di Giannandrea, sorella di Pietro Aristeo, nipote di Domenico, cugina di Stefano: tutti patrioti di chiaro spessore. Non per nulla Gioberti, nel 1847, così si rivolse ai primi due: «O generosi, che rinnovaste nelle mollezze moderne le virtù antiche trovate in me un ammiratore, un amico che in voi specchiandosi, si vergogna di sé medesimo e del suo secolo».

Erano almeno dieci anni che i progetti del liceo Ibico iniziavano tutti nella mente dalla Ferraro, che per superare l’infinita noia che le dava tornare in classe ogni mattina – ma, questo, nessuno l’avrebbe: era sempre presente e in largo anticipo – se ne inventava sempre di particolari. Quello in corso – eppure, all’inizio, l’idea del Settimanale le era sembrata ben poco brillante – le aveva riempito pomeriggi e sere, colmandole di alacre attività quel vuoto crescente che marito e figli riempivano di fastidi e tensioni.

Le piaceva leggere i giornali. Barattando in carta stampata le ormai abolite spese in profumeria e dal parrucchiere, ne comprava due al giorno, uno nazionale ed uno locale. Arrivò a quattro, due più due, rinunciando, per quell’anno, anche ai tailleurini, primaverile-autunnale e invernale che aveva vagheggiato. Ogni giorno li portava in classe e chiedeva ai ragazzi di scegliere ciascuno una notizia, che riguardasse la loro città, e di riscriverla a proprio modo. Selezionando tra quelle riscritture, e lavorando anche di furbizia e fantasia, con interviste ricostruite spezzando l’intervento di qualche politico in domande e risposte e inchieste ottenute mettendo insieme un certo numero di “brevi”, ogni venerdì caricavano il loro Settimanale sul sito della scuola. Che divenne, per i feisbukiani, giovani e meno, della città, una pagina di riferimento. Con le relative ricadute didattiche positive – Francesco che non faceva più errori d’ortografia, Consuelo che aveva imparato a fare il riassunto – che la professoressa Ferraro non mancò di sottolineare nei quindicinali verbali di classe.

La più bella pagina del Settimanale – aveva proposto ai ragazzi una particolare rubrica letteraria: una mini-scuola di scrittura per riportare alla luce persone, fatti ed eventi della storia locale – le aveva imposto di alzarsi mezzora prima e andare a dormire mezzora dopo del solito, per spulciare, in libri presi in prestito in biblioteca e su internet, ogni possibile notiziola. Ma era stata per lei stessa un regalo inatteso. Ricostruire un gesto, un momento di chi era passato su quelle strade, tra le colline e il mare, lasciando un qualche segno positivo di sé, era diventato il suo spazio segreto, il luogo dove tenere la mente durante consigli e collegi, la scala delle sue gerarchie – tra aderenza alla realtà e slanci di sogni sconosciuti.

I ragazzi non sapevano – magari, glieli avrebbe fotocopiati alla fine dell’anno – che anche lei faceva gli esercizi. Si chiedeva, talvolta, che senso avesse tanta fatica. Poi, il racconto, finito, le appariva, sullo schermo del computer, come uno specchio della sua vita: ciò che era muto trasformato in parole sonanti, l’opaco in luci e chiaroscuri; le tessere frantumate e sparse ricomposte in un ordine logico.

La sua Elisabetta Romeo avrebbe avuto i capelli neri, suddivisi in due trecce ripiegate sul capo a mo’ di aureola, un vestito di mussolina grigia, uno scialle intessuto a rose rosse. Sulle sfumature del carattere voleva pensarci ancora. Gli occhi erano la prima cosa che aveva deciso: come neri dirupi, fiammeggianti di incendio in pieno giorno.

Racconto pubblicato su Zoomsud - http://www.zoomsud.it/commenti/29913-la-ragazza-di-santo-stefano-che-per-prima-sventolo-il-tricolore-buon-compleanno-italia.html - con il titolo La ragazza di Santo Stefano che per prima sventolò il tricolore (Buon compleanno, Italia)

Su Zoomsud è stato anche pubblicato - http://www.zoomsud.it/commenti/29985-di-rombiolo-vv-la-prima-calabrese-laureata-nel-1921.htm  - un ricordo della prima laureata calabrese.



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