venerdì 2 marzo 2012

Ciao, Rob



E’ il giorno di San Francesco, primo sabato di ottobre, che nasce Roberto Dinacci. Un autunno indimenticabile, particolarmente tiepido, addirittura caldo. Nell’aria sembrava serpeggiare una tensione impalpabile e inquieta. Che la terra, ribollendo sotto i nostri piedi, stesse per segnare il futuro della città e non solo, ce ne saremmo accorti il 23 novembre. Al terremoto sarebbero poi seguiti, in tutta l’area flegrea, anni di bradisismo, che avrebbero messo a dura prova la quotidianità di tutti.
A casa, Roberto, insieme al suo gemello, respira i valori di gente semplice e sincera, che crede intimamente nella famiglia, negli amici, nella responsabilità personale, nella generosità. Persone sobrie, misurate, che gli chiedono di costruirsi un futuro all’altezza della sua intelligenza, ma gli danno il senso di un amore che non verrà mai meno. Apprende autonomia e libertà e finisce col vivere ciò gli hanno trasmesso: oltre ogni misura.
A sedici anni, Roberto cambia liceo, raccontando al suo diario: “… mi dispiace molto lasciare i miei compagni a cui mi ero affezionato. Ho passato due anni indimenticabili con loro, che son sicuro non dimenticherò mai”. Confessa che “non so neanche io se quello che sto facendo è giusto o no, e per questo che vorrei confidarti queste cose”, ma ritiene che “in questi casi si deve essere egoisti”. Nella sua classe non si studia abbastanza, non tutti i professori gli sembrano adeguati e lui va cercando insegnanti che “fanno studiare e chiedono un forte interesse degli alunni” perché “devo pensare a far bene un triennio, con professori all’altezza per poter passare nel migliore dei modi l’esame e andare poi all’Università”: “... dovrò sforzarmi per cercare di studiare per il mio bene, per la mia cultura”. E inizia a fare politica. Ricorderà il gemello, Francesco: “Ho deciso di fare politica insieme a Roberto a sedici anni, molto tempo fa, perché nella mia città e in generale nella società c’era un clima fortissimo di cambiamento, ma fortissimo… era la stagione dei sindaci, una stagione bellissima, la stagione seguita a Tangentopoli, la stagione del primo Bassolino, la stagione in cui Bassolino andò a fare il sindaco di Napoli dicendo che andava a scoperchiare le pentole e c’era una rivolta dei cittadini contro il malaffare, in quella rivolta piazzaPlebiscito veniva aperta la città veniva ripulita, c’era il G8, il contrabbando veniva abbattuto…”

A venti anni, Roberto è tra i fondatori della sezione della Sinistra giovanile di Quarto, dedicata ad Enrico Berlinguer, suo grande riferimento ideale: “Noi – scrive in articolo qualche anno dopo – siamo tra coloro che pensano che le cose possono migliorare, tra coloro che hanno scelto un mondo di possibilità. (…)Non ci è mai piaciuta l’idea che la politica servisse a realizzare le proprie personali ambizioni o i propri interessi personali. (… ) a Quarto è ampio e diffuso il bisogno sociale di quei giovani che troppo presto abbandonano gli studi per dedicarsi a piccoli lavoretti pur di guadagnare qualcosa o di quei giovani che trovano rifugio nella droga, e sono condannati all’emarginazione, all’esclusione. E’ qui, che dovremo saper incidere con sempre più forza per poter dare a questi ragazzi la speranza di un futuro migliore.(…)Siamo tra coloro che pensano che la Sinistra debba parlare al cervello e al cuore delle persone. (…) Oggi l’idea di giustizia e di libertà passano dal sapere. La democrazia del futuro passa dalla possibilità di imparare, dalle pari opportunità, dalla scuola pubblica”.

Sempre a venti anni, ormai iscritto alla facoltà di Agraria di Portici, viene eletto nel Consiglio di Facoltà dell’Ateneo come rappresentante studentesco. Nella già citata intervista a Giovani del Sud dirà: «Fui il primo eletto e per me si trattò di una grande soddisfazione, anche perché mi ha consentito, due anni dopo, di essere nominato nel Consiglio di Amministrazione della Federico II .(…) Questa esperienza la considero estremamente importante ed altamente formativa, in quanto mi ha permesso di imparare ad interagire con il mondo della ricerca scientifica, con l’attenzione puntata ai diritti degli studenti e dei ricercatori ed al rapporto tra il mondo accademico e quello studentesco. Fin da subito ho cercato di instaurare un contatto diretto tra gli studenti ed i professori ed in quel momento ho cominciato a conoscere ed a confrontarmi con il professor Luigi Nicolais, che era all’epoca assessore regionale alla Ricerca ed all’Università».

Per le problematiche dell’università e della diffusione del sapere ha una passione profonda: «Dobbiamo affermare con grande nettezza – afferma ad un convegno – la necessità di una grande spazio pubblico della ricerca, della educazione, della formazione, come garante di prima istanza delle esigenze di libertà e di autonomia di cui il sapere ha bisogno per riprodursi ed innovarsi, di cui hanno bisogno le stesse imprese che scelgono per competere la strada dell’innovazione e della qualità. Uno spazio pubblico radicato nel territorio, ma che parla al mondo; le Università, i centri di ricerca, le scuole, possono essere – già sono in molti casi – i luoghi in cui il sapere locale si mescola col mondo, la connessione indispensabile per trasformare in prodotti, in servizi, le idee e le scoperte che circolano nelle reti globali del sapere, e per rendere universalmente fruibili i saperi espliciti ed impliciti che costituiscono l’identità del territorio. Uno spazio pubblico da riaffermare, ma anche da rivisitare e riformare profondamente, se vogliamo interagire col salto di qualità che l’economia e la società del sapere ci propongono. Di fronte al ruolo decisivo che scienza e cultura stanno sempre più assumendo nella produzione di valore economico e sociale, forte è la tentazione per chi produce sapere di ritirarsi negli spazi collaudati in cui l’autonomia coincide spesso con l’autoreferenzialità.
La vecchia società lo permetteva. Lo permetteva la solida divisione del lavoro che distingueva la ricerca di base dalle sue applicazioni tecnologiche e industriali; la scuola per chi è destinato a pensare da quella di chi è destinato a eseguire; la rigida distinzione e gerarchia fra i saperi e le discipline. Gli effetti sul lavoro e sulla vita del proprio essere ricercatori, del proprio essere insegnanti, poteva quasi essere messo fra parentesi.Non è più così, sia per la ricerca, sia per la scuola.E’ proprio il peso crescente che il sapere ha nello sviluppo dei paesi e dei continenti e nella vita delle persone, che mette in discussione l’autonomia come autoreferenzialità; che impone strumenti nuovi di governo del sistema, pena l’essere risucchiati nella pura logica del mercato e dell’individualismo competitivo.Lo spazio pubblico va ridefinito a partire da questi nodi.E’ indubbio che oggi la cultura sta acquisendo un crescente valore economico.
Sia nella produzione, connessa al valore dei linguaggi simbolici, dei fattori immateriali nella produzione delle “cose”; sia nel consumo, per la “sete” di contenuti a cui attingere e da mettere in circolo, della industria della informazione e della comunicazione.Ma questo stesso valore economico può essere salvaguardato solo se viene risolutamente difeso e rilanciato il valore “pubblico” della cultura, il suo essere libero e disinteressato, il suo valore fondamentale per la crescita civile, sociale, politica del Paese.Il nostro patrimonio culturale non può essere ridotto ai beni più immediatamente sponsorizzabili e vendibili, quelli capaci di attivare investimenti privati, isolati dai loro contesti e connessi dalla loro appetibilità e vendibilità.La caratteristica del nostro Paese è proprio la grande diffusione del patrimonio culturale, la ricchezza del contesto in cui le grandi opere sono inserite.La cultura neo-liberista di questo governo rischia non solo di far perdere l’autobus dell’innovazione scientifica e tecnologica al nostro Paese, ma anche di metterne in discussione il livello di sapere, di cultura, di bellezza.La linea politica di chi ci governa ha una sua perversa coerenza.L’affidare all’erosione dei diritti e alla deregolazione il ruolo trainante per competere nell’economia globale, è coerente con il taglio, nella Finanziaria, delle risorse destinate alla ricerca, all’Università, alla scuola pubblica.Le Università si realizzano, fin dalle loro origini, come “comunità del sapere”, istituite e sostenute perché la società ha bisogno di nuove conoscenze, di classi dirigenti aggiornate, i cittadini informati, di competenze tecniche e professionali. Hanno dunque una responsabilità specifica enorme: quella di garantire e promuovere il lavoro intellettuale per la produzione e la trasmissione del sapere. Questa responsabilità diventa missione ed obiettivo; si traduce in guida allo sviluppo socio-economico, e ha come riferimento non solo l’orizzonte internazionale elle varie comunità scientifiche, e quello nazionale dello sviluppo del Paese, ma anche lo specifico territorio in cui l’Università insiste.Altrettanto chiara e coerente, quindi, deve essere la nostra risposta: solo un forte investimento in cultura, in ricerca, in formazione può garantire uno sviluppo di qualità, nei prodotti, nei processi, nei servizi, capace di tenere insieme economia e diritti di cittadinanza, crescita economica e sostenibilità sociale ed ambientale».

«Dinacci – continua l’intervista a Giovani del Sud –  ricorda che tra le prime battaglie portate in seno al CdA della Federico II vi fu la proposta di portare la sede della facoltà di Agraria a Scampia, per “dare ampio risalto ed un vero rinnovamento sociale alle periferie più degradate di Napoli, per sposare in pieno quella che era una idea molto cara all’allora Rettore Fulvio Tessitore”. Nell’esperienza di consigliere di amministrazione Roberto Dinacci comincia a prendere dimestichezza anche con gli aspetti tecnici della redazione di un bilancio complesso quale può essere quello di una delle più grandi ed importanti università d’Italia. E, nell’alternanza fra formazione universitaria ed impegno politico, Dinacci diventa segretario quartese della Sinistra giovanile. «Insieme a molti giovani compagni mettemmo su una sezione molto numerosa, con ragazzi provenienti dalle più diverse esperienze ed estrazioni sociali – continua a raccontare Dinacci – L’intento è stato, fin da subito, non chiudersi nelle stanze del partito, ma uscire fuori, aprendosi anche a ragazzi e ragazze che non erano vicini all’area della sinistra, ma che potevano vedere in noi un punto di riferimento importante. Per questo abbiamo organizzato in questi anni corsi gratuiti di doposcuola ed attivato uno sportello per la consulenza gratuita nella compilazione delle domande per il reddito di cittadinanza. Ho sempre pensato che bisognava dare risposte concrete sul territorio alle situazioni difficili vissute in molti casi dai giovani». La carriera di Dinacci prosegue con la nomina a membro della segreteria provinciale della Sinistra giovanile e, successivamente, alla designazione come responsabile della Sg alla Università ed alla Ricerca scientifica. «Proprio in qualità di responsabile della Sg alla Università ed alla Ricerca scientifica ho avuto modo di conoscere sempre meglio il professor Nicolais – ricorda ancora Dinacci – Con lui abbiamo discusso del problema della mensa e della residenza universitaria di Portici. Nel 2005 insieme a Nicolais ed alla Sinistra giovanile regionale abbiamo messo su il gruppo che si è occupato della Consulta dei Saperi, attivando una serie di gruppi di lavoro».

Un ragazzo di venti-venticinque anni che studi e faccia politica sul serio, ti immagini che il resto del tempo lo dedichi a se stesso. Soprattutto quando è bello come Roberto. Che si è fatto alto, di corporatura perfetta, piedi grandi, mani eleganti. Capelli d’ebano, sopracciglia folte, labbra carnose. Una bellezza raccolta, non esibita. Impreziosita da modi gentili, addirittura timidi. Esaltata da un tono di voce, caldo e profondo, che avvolge l’interlocutore in un calore amichevole, rispettoso e discreto. Ma fatta, soprattutto, della luce particolare del suo sguardo: l’anima che gli brilla negli occhi neri, di seta preziosa e di sontuoso velluto, ha profondità e trasparenze non comuni. Roberto non saprebbe vivere solo per sé.Vive completamente la sua città, conosce tutti, si occupa di ciascuno. Stessa cosa a Portici e nel partito. «Lo vedevi sempre in giro tra un angolo e l’altro del paese, circondato di persone. – scriveranno su un periodico quartese – E camminarci accanto, significava fermarsi ogni tre passi, perché avvicinato continuamente: dai molti conoscenti, amici, collaboratori di partito, che avevano continuamente qualcosa da chiedergli, da proporre, da riferire. Soprattutto i più giovani, gli adolescenti. Quelli che generalmente non vanno d’accordo con nessuno e che in nessuno riescono a identificarsi e che invece, senza sentirsi mai fuori luogo o imbarazzati, in lui riuscivano a riporre sogni e a lui arrivavano a esprimere le proprie idee di speranza, per una vita più serena. (…) A Roberto non sfuggiva nulla. Era premuroso con tutti noi e ad ognuno dedicava il suo tempo, sottraendolo alle sue cose, ai suoi impegni professionali. Non ci ha mai detto di no. Non sapeva cosa significasse il rifiuto. In quattordici anni di amicizia non è mai stato capace di pronunciare questa parola. Probabilmente non l’ha mai utilizzata con nessuno” – raccontano i suoi più affezionati compagni di vita, che confessano di non aver mai compreso tale smisurata disponibilità – “ci siamo domandati spesso perché si sacrificasse tanto per gli altri, per chiunque si rivolgesse a lui. Perché dedicasse tanto tempo ed energie ai ragazzi più piccoli, ai poveri, agli emarginati sacrificando i suoi momenti liberi. Perché se durante una festa, qualcuno lo chiamasse per qualunque motivo, lui fuggisse a soccorrerlo anziché rimandare».
Al bar Reder, in piazza, sul sagrato della chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria, passa molto tempo con ragazzi e ragazzini; gioca a calcio con loro, dialoga, cerca di toglierli dalla strada, li indirizza alla scuola, al lavoro, alla vita di partito come impegno forte per la collettività, prova a far scattare, in ciascuno, il desiderio di diventare migliore, di dare alla propria vita un senso più pieno.
Da ripetizioni, gratis naturalmente; paga bollette, va a fare la spesa da lasciare a tizio o a caio, passa notti in ospedale a vegliare qualche ragazzo che rischia di finir male per droga. Semplicemente. Col sorriso sulle labbra, anzi col sorriso dentro gli occhi. Con quel saluto così suo: “Ciao, caro”: « “Ciao caro” accompagnato dalla serenità dello sguardo, dal sorriso accogliente è per Roberto Dinacci più di un semplice intercalare – scriverà il giornale degli studenti universitari – È un gesto profondamente “Politico” che unisce grandi tensioni e passioni, civili e morali. Un gesto di rara bellezza ed umanità che ci restituisce umilmente una profonda lezione di vita: perdere l’identità individuale per ritrovarla arricchita in una più grande, più inclusiva, più comprensiva, quella di comunità, di essere parte e partecipe. “Ciao caro”: perché mi sei realmente caro, perché sei tu , così come sei. Perché ti riconosco come unico e importante per me. Perché insieme stiamo condividendo un percorso, un pezzo di strada. E non importa che tu lo percorra da scienziato, da politico, da professionista, da ragazzo di strada, da barricadero. Stiamo insieme. E dalla stessa parte con la voglia di rimboccarci le maniche e fare. Senza la voglia di competere, di sgomitare per essere davanti, senza l’urgenza di primeggiare, ma solo quella di collaborare, per realizzare un’idea, possibilmente quella più inclusiva, quella su cui c’è maggior condivisione. Con la tenacia e la testardaggine di dare con continuità un contributo originale, piccolo, grande, scontato ma pur sempre un aiuto e strappare pezzi di futuro e di speranza a questa terra, a queste mani, a queste idee. Confrontandoci, parlando senza sbraitare, rispettando ruoli, tempi, aspettative ma concentrati sugli obiettivi. Accumunati.Per questo ogni momento della mattina, del pomeriggio e della sera si deve essere in comunità, in parrocchia, al ministero, al partito, in facoltà, in piazza…».

Non si nasconde, Roberto, ma una parte della sua vita, quella più a contatto con gli sfortunati e i maledetti della società resta segreta: non avrebbe a chi parlarne, perché nessuno tra i suoi amici e tra i suoi compagni di partito vuole davvero non dico prendersene cura insieme a lui, ma almeno davvero sapere. Ma c’è chi, una, due volte, lo segue, di notte, in quartieri malfamati, per verificare che non stia combinando nulla di strano: e si trova davanti scene da buon samaritano: un politico che i ragazzi li strappa fisicamente alla morte. In casa – come con ogni figlio  esagerato nell’occuparsi degli altri giustamente fa ogni genitore, ben consapevole che solo per l’eccellenza nel bene non c’è perdono –  gli fanno qualche rimprovero.  Lo invitano a prendersi un po’ più cura di sé, dei suoi studi, della carriera. Lui incassa, mette il broncio per qualche ora, ma resta il figlio affettuoso e premuroso di sempre.

Nel maggio del 2006, quando Prodi affida al professor Nicolais il dicastero dell’Innovazione e della Funzione pubblica, la vita di Roberto ha un’accelerazione. Dirà nella più volte citata intervista a Giovani del Sud: «E’ stata per noi tutti una grande soddisfazione. (…) Il ministro Nicolais non voleva lasciare il contatto avviato con il territorio e, per questo motivo, mi chiese di entrare nella sua segreteria particolare, curando l’ufficio del ministero a Napoli. E’ una sfida molto stimolante per portare innovazione nella Pubblica amministrazione, ma anche le nuove tecnologie al servizio dei giovani del Sud, visto che il prossimo 12 marzo il ministro Nicolais sarà in città insieme al ministro della Giustizia Clemente Mastella per consegnare alcuni computer agli alunni della scuola del carcere di Nisida, mentre va avanti il progetto di dotare gli oratori delle chiese di Napoli e provincia di supporti multimediali». E di nuovo, vale il discorso fatto prima: un ragazzo che a poco più di venti cinque anni varca la soglia di palazzo Chigi come membro della segreteria particolare di un ministro, ha molte possibilità, magari anche facendo molto bene il suo lavoro, di cominciare seriamente a pensare a sé, alla propria carriera, a puntare in alto. Roberto si scontra con la farraginosità della burocrazia, con le lentezze delle norme, e cerca di fare, insieme, due cose: servire le Istituzioni e “dare risposte” ad un territorio che non può più aspettare. Un territorio fatto, nella sua mente, non delle frasi fatte del burocratese, ma di luoghi precisi, di persone concrete, di cui conosce bene la fatica, i bisogni, la sfiducia, le urgenze: ne sa i volti, le case, lo scorrere quotidiano delle attività.

Dirà uno dei suoi compagni della segreteria di Nicolais nell’orazione funebre: “Ci siamo tutti, tutti i tuoi colleghi di lavoro, dai centralinisti ai poliziotti della scorta, dagli autisti ai dirigenti, dai collaboratori al Ministro. Ma il tuo vero lavoro era l’impegno per sollevare la tua terra e per questo ci sono qui tutti i tuoi compagni e gli amici di una vita.(…) La miglior testimonianza siete tutti voi; concentrati tutti qui, le più alte espressioni dell’accademia e i ragazzi di strada con mille difficoltà. Un concentrato di eccellenza e di degrado urbano a cui facevi sognare l’emancipazione. Questo era Roberto, un uomo che amava e si immedesimava nelle istituzioni ma che aveva un solo paradigma, in ogni veste: vivere ed essere parte di una comunità.(…) Si perché, forse senza saperlo, nell’affermare ingenuamente che “volevi dare risposte ai territori” celavi a pieno quello spirito che la Costituzione vorrebbe assegnare ad ogni lavoratore pubblico: rendere il proprio lavoro funzionale all’interesse generale. E nel tuo piccolo non sapevi fare altro. Allora avevi una parola per tutti e su tutto. Ma il tuo ultimo pallino era garantire l’accesso alle nuove tecnologie ai più deboli, ma soprattutto, far sì che le nuove tecnologie dessero ai giovani, ai deboli di Napoli, una chance per il riscatto”.

Non è il suo “pallino”. E’ l’opportunità, piccola ma concreta, reale, che il suo ruolo gli offre di dare una possibilità seria di costruzione di un futuro “altro” in luoghi dove lo Stato ha lasciato da tempo il passo all’Antistato (le Salicelle ad Afragola, per esempio, o quell’Arzano che neppure è inserita nel progetto 100Napoli), passando per la Sanità e per Nisida: laboratorio, quest’ultimo di estremo interesse per provare una didattica che dia risposte in ragazzi “di strada”. E Roberto ci si butta a capofitto: lavorando oltre i limiti, “stando” dentro le situazioni, passando molto tempo alla Sanità, a Salicelle, a Nisida, ad Arzano: sciogliendo difficoltà, inventando possibilità inattese, dando slancio a quelli solo arrabbiati, convincendo gli sfiduciati: facendo di se stesso un ponte per avvicinare giovani e adulti, gente per bene e ragazzi per male, i fortunati e i maledetti. La speranza che aveva dato ai singoli o a cui aveva invitato piccoli, a anche grandi, gruppi nell’azione politica ora poteva essere organizzata nei territori e nelle situazioni più difficili: con metodo e con audacia.

Ha un ufficio a Napoli, in Prefettura, Roberto. Un spazio che mi parve irreale nell’unica riunione che mi capitò di farci: “Ma qui, tra i damaschi e i parati della Prefettura, le sedie e i divanetti imbottiti, le bandiere con i fregi dorati alle pareti sembra di essere come ovattati, con i problemi della città tra parentesi rispetto alla bellezza di questo affaccio alla finestra, con davanti Palazzo Reale, il mare, sullo sfondo il Vesuvio, in una giornata di sole. Roberto è uguale, qui come a Nisida.Uno di quei pochi che attraversano tutti gli strati della società, mantenendo lo stesso sguardo pulito, lo stesso tono educato, la stessa voglia di fare ciò che è bene”. Uno elegante, vestito quasi sempre formale – gessati dalle righe sottili o spezzati di classica fattura – che non ci pensava due volte a togliersi la giacca e a dare una mano a portare su, su scalette anguste, i grandi scatoloni dei computer a Nisida. Non è che tutti apprezzino, in segreteria: dicono che fa troppo tardi, lo chiami al cellulare e risponde “sto arrivando” e poi si vede, magari, dopo un’ora. Lui, intanto, macina kilometri per le periferie più disastrate e lì si ferma a lungo a tessere quella relazione tra Istituzioni e cittadini indispensabile a dare a quei territori un altro futuro. E mentre lavora per lo sviluppo collettivo, non dimentica i singoli. Resta l’amico dei suoi amici, quelli con cui è bello fermarsi al bar a prendere un caffè e chiacchierare o, appena possibile, portarsi a casa, per una pizza sul terrazzo. Distribuisce, senza parere, una parte sostanziosa del suo stipendio: c’è sempre qualcuno che ha bisogno di scarpe, o di cibo, o di pagare la bolletta della luce o, magari, l’affitto di un mese. E ci sono i ragazzi della casa famiglia. Che li frequenti, lo sanno in pochissimi, ma neppure i pochissimi sanno quanto tempo ci passa, quante energie ci spende. A chi è ferito dalla vita non basta mai nulla, né in termini materiali né tantomeno in termini affettivi, a dargli il senso di un risarcimento pieno di ciò che gli è stato tolto. Pretendono un’attenzione totale. Ognuno ti vuole completamente per sé. Roberto si da a tutti, come a tutti si da, dovunque: senza contropartite, semplicemente, perché non potrebbe essere diverso da quello che è.
Le difficoltà poste dalla curia napoletana all’allargamento di 100Napoli alla provincia, la vergogna della spazzatura che ricopre Napoli, la crisi di governo. Dagli ultimi mesi del 2007, Roberto va forse maturando, insieme alla decisione di chiudere in fretta con gli ultimi esami che gli mancano per la laurea, un certo distacco dalla politica. O, forse,  prematuramente conclusa la fase ministeriale e perfettamente consapevole che le elezioni saranno perse dal partito di cui pure apprezza fortemente la nascita e il progetto, pensa che il lavoro sociale a tempo pieno possa essere la sua migliore modalità di impegno politico.
Lo fermerà, domenica 2 marzo 2008, a metà Quaresima, in una giornata tiepida e assolata, quasi primaverile, un incidente stradale non lontano dalla sua casa. Come poteva morire Roberto se non in un’ora che poteva essere sua, di riposo, di svago, e che, invece, stava dedicando alla crescita di uno dei ragazzi della comunità? “Nessuno ha un amore più grande di chi da la vita per i suoi amici”, recita il Vangelo: e la morte di Roberto fa parte di quest’elenco. Scriverà un compagno di partito:“… si fa vera politica sfidando i clan della camorra, ma anche dando qualcosa di sé all’altro, meno fortunato nella vita, rinunziando a stare davanti al televisore per un partita di calcio e condividendo qualche ora di vera amicizia e solidarietà. Una persona mite e buona, oltre che intelligente Roberto. (…) Non l’ho conosciuto abbastanza, ma ho visto quei ragazzi della casa famiglia che piangevano in modo straziante. E ho capito chi era veramente”.
Dopo la sua morte, ho iniziato una mia personale “ricerca di Roberto”, raccogliendo il materiale che potevo e pubblicandolo, in gran parte, nei miei due blog. Non è molto. Non è neppure pochissimo. Ho letto, qui e là, frasi importanti, che aprono squarci di luce su momenti della sua vita, che parlano della sua limpidezza e umiltà, della generosità e della tenacia, della forza e della tenerezza. Della timidezza che lo faceva incespicare a volte sulle parole e sulla sua capacità di riprendere il dialogo senza fine. Di lui uomo di partito, ma non di parte, privo di meschine piccinerie,“splendido compagno di dissimulazione ironica, dotato di un’incertezza quasi trascendente…”; di lui“leader… capace di aggregare e di catturare l’attenzione dei ragazzi”. Del “suo desiderio impagabile di una società più giusta”. E ho letto le tante pagine di una ragazza – “Non avrei mai creduto che sarei stata all’ altezza di essere una sua amica , eppure lui la pensava diversamente, credeva in me, in quella che ero e sono! Era difficile per me pensare di potermi legare ad una persona cosi tanto diversa da me, e invece è successo, forse è stata proprio questa la bellezza della nostra amicizia, il non aspettarsi che l’ uno si  accorgesse dell’ altro” – che così lo tratteggia:  “Roberto non era una persona come tante, era un ragazzo (…) umile come nessuno della sua età, con una carriera ricca di anni di studio e sacrifici,una persona a cui non mancava davvero nulla, eppure nei suoi occhi vedevo sempre un velo di tristezza, quasi come se si sentisse incompleto.
Quando vedeva i ragazzi per strada senza una meta, senza un futuro che loro allontanavano sempre più, lui era sempre lì pronto per aiutarli, per farli credere in loro stessi, però dimenticandosi della sua vita. (…)  è difficile far capire con delle parole l’importanza di una persona, è quasi impossibile descrivere Roberto; d’altronde per un UOMO come lui non servono parole”.
A leggere e rileggere tutto il corpus delle testimonianze, quello che mi appare sempre più chiaro è che, se cambiano i particolari – chi lo ricorda in un episodio universitario, chi in una riunione di partito, chi in una discussione sulla cumana, chi nelle risate in piazza, chi in vacanza che rimette ordine nella stanza  – c’è un doppio filo conduttore: che Roberto era, prima d’ogni altra cosa, uno sguardo e un profumo. Fu quello che dissi quando mi trovai, circa un mese dopo la morte, a dover affrontare il trauma di una commemorazione ufficiale. Trauma per il rinnovo di un dolore ancora del tutto sanguinante. Ma anche  di dover dire qualcosa in qualche modo di “definitivo” su una persona che avevo incontrato per poche centinaia di ore, per lavoro. Se in troppi hanno taciuto, tutti quelli che ne hanno e ne continuano a parlare riferiscono di una medesima percezione: quella di aver avuto a che fare con un uomo che spargeva il profumo di un animo speciale, straordinario, che ti guardava vedendoti: cose che, senza quasi te ne accorgessi, ti invitavano a vivere un po’ di più, a osare il suo assioma: “Si può, Maria, perciò si deve fare”.
Non è detto che avvenga. Ciò che è reale è razionale, ma non sempre il razionale è reale con buona pace di Hegel. Ma un giorno o l’altro, questa storia bisognerà pure raccontarla.


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