lunedì 6 gennaio 2014

Racconto: Anna e i suoi parenti




Senza mai dirselo esplicitamente – di poche parole con tutti, tendeva ad un sobrio silenzio anche con se stessa – per lungo tempo Anna aveva pensato che, arrivata alla pensione, avrebbe lasciato Roma per ritirarsi in una casetta tra la campagna e il mare della Calabria estrema. Soprattutto dopo la morte del marito e visto che i due figli, poco più che trentenni, lavoravano all’estero. Ma la morte dei suoi genitori e i sempre più scarni rapporti col resto della parentela calabrese le avevano congelato il proposito. Solo la sera tardi, quando i pensieri si facevano più opprimenti, talvolta cercava di fermare la mente anche vagheggiando di trasferirsi in un luogo in cui, anche se sola, avrebbe avuto la compagnia del cielo e del mare della sua infanzia. E, allora, le capitava anche di sfogliare le pagine dei giornali on line calabresi, alla ricerca di segnali che rafforzassero quel desiderio di ritorno che le si scioglieva già al primo albeggiare.

Quella sera vide la notizia sul primo dei giornali che aprì, ma non badò al nome, né collegò il nome alla persona. La ritrovò, la notizia, quasi uguale anche nel titolo, su un secondo e si limitò ad una smorfia, per quel cognome, il suo, che non era insolito ritrovare in fatti di cronaca sgradevoli. Ma sul terzo, la notizia era accompagnata da una foto che la lasciò immobile davanti al computer per buona parte della notte.

I capelli, le tempie, la forma degli occhi, il naso, le labbra, le orecchie, i lineamenti tutti del volto, non erano troppo lontani da quelli d’una prozia morta una quarantina d’anni prima.
Non era strano, la sua prozia e il signore della foto erano parenti, ma la stordì, come un pugno al mento, trovare lo sguardo della prima sulla faccia del secondo. 

Continuava a guardare quelle fattezze e le sovvenivano mezze parole, silenzi e bisbigli su certi rami della famiglia, ascoltati quand’era piccola e dimenticati in un angolo oscuro della mente.
Lo sapeva. Eppure mai, come ora, aveva realizzato di avere anche parenti in odore di ‘ndrangheta.

Quando riuscì a controllare il senso di fastidio – quasi una macchia sul maglioncino di cachemire rosa antico o una cacca di cane sulla punta della decolté blu – che la scoperta le aveva fatto ricadere addosso, provò a tracciare il suo albero genealogico. Sia per parte di madre che di padre non riuscì ad andare oltre un bisnonno, ma, anche così, il numero di prozii che si ritrovava era alto e molto di più doveva esserlo quello dei cugini di terzo grado e oltre. Sparsi chissà in quale parte del mondo. Con quanti da inserire, come sulle lavagne dell’infanzia, nella lista dei “buoni” e quanti su quella dei “cattivi”.

Ci mise più di una settimana a districarsi dalle confuse emozioni che tutte quelle appartenenze, quelle somiglianze che camminavano su altre strade, in altre città, quei fantasmi con qualche goccia del suo sangue, avevano fatto diventare fili di spago che le giravano intorno, stretti a serrarle il respiro, ad appesantirle i pensieri.

Poi anche quel tumulto fu riassorbito con il paziente esercizio di quella disciplina dei sentimenti ch’era, da decenni, il suo allenamento quotidiano. Dimenticò, richiudendo la ferita con un ricamo a cordonetto.



Pubblicato su Zoomsud con il titolo Racconti: L'albero genealogico di Anna

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