martedì 20 novembre 2012

La donne. E i bambini


 
Mara Rechichi, firma oggi, per Zoomsud, un pezzo sulla Giornata mondiale dell’Infanzia e lo passa, su fb, anche sulla pagina nazionale di SNOQ. Il primo commento è: Che c’entra questo con snoq?

Leggo il commento due, tre volte, pensando che ci sia un errore.

Mi appare incredibile che qualcuna pensi che i bambini non hanno niente a che fare con le donne. E viceversa.
 
 
nella foto, il doodle di Google per la Giornata dell'Infanzia

 

 

 

lunedì 19 novembre 2012

Il Natale che verrà. Forse

 
 
La coda alla posta. Il bollore dell’acqua per buttarci la pasta. La telefonata che rassicuri. Un ospite gradito. Un regalo per il compleanno. Il responso di un’analisi clinica. Due ore tutte per sé. Che passi la notte. Che torni l’estate.
 
Piccole attese individuali nel continuo dei giorni. In minuscolo, anche se qualcuna può davvero cambiare i giorni e una in maiuscolo, perché in ogni nuovo figlio, pegno dell’immortalità se non degli uomini dell’esistenza in sé, la vita sembra ogni volta ricominciare daccapo, nuova e felice
E attese collettive. Il lavoro, che chissà se e quando tornerà a vedere occupati tutti quelli che, per età e preparazione, dovrebbero creare ricchezza comune, materiale e immateriale. Il completamento di un’autostrada che hanno iniziato a costruire mezzo secolo fa – ci vorrebbe un Omero a cantarne, come fossero epiche, i decennali sperperi di tempo e denaro. Il 10 marzo del 2013 che, forse, ci vedrà tornare alle urne, con tutto ciò che ne consegue nella riorganizzazione dell’assetto politico del nostro paese.
 
Per secoli abbiamo, anche, conosciuto l’Avvento come un tempo dell’anima in cui il mondo intero si faceva coltre e silenzio per la prossima novità di un neonato senza casa e vestiti, riscaldato, in una fredda grotta, solo dall’umile fiato di un asino e di un bue.
 
Poi, anche il Natale è stato compromesso e deturpato dagli scambi consumistici camuffati da regali, dalle tavolate-abbuffate di falsa concordia familiare, dalle orrende volgarizzazioni di cinema, televisione e pubblicità, dalle luminarie stordenti e dagli addobbi pacchiani che, negandoli, non confortano solitudini e dolori.
 
Eppure, magari senza sapere più Chi si festeggiava, pure è rimasto un racchiudersi e, insieme, un dilatarsi del cuore nell’attesa del Natale come l’ammutolirsi stupito e incantato di fronte al mistero del nostro nascere e morire; della fatica che mettiamo per andare avanti; della nostra capacità di ricominciare, sempre e comunque; della giovinezza che incredibilmente il vecchio mondo ritrova a certe curve della storia; dei bagliori di gioia che ci zampillano dentro e ci fanno scegliere ancora, nonostante tutto, la vita. Dell’attesa d’una resurrezione nel mentre si attraversa la morte, il miracolo di costruire e organizzare speranza quando atroci dolori hanno falciato ogni ragione di sorriso. Esperienza semplicemente umana, che accomuna chi ha e chi non ha riferimenti di fede o, semplicemente, religiosi.
 
Questo, finora almeno, sembra essere un anno particolare. La crisi economica morde un po’ tutti. Nessuno, o quasi, pare attendere il Natale. Addirittura, nessuno sembra darsi la pena di fingere di attenderlo.
 
Ci saranno meno luminarie, meno acquisti, meno facce addobbate a inesistente amicizia. Del genere: non tutti i mali vengono per nuocere.
 
Ma anche sempre meno ragioni di Attendere come sinonimo di Sperare.
 
Al contrario dell’ottimismo – che può anche essere “facile”, un dono di natura, un certo sforzo di volontà per correggere l’umore nero, – la speranza è impegnativa. E’, sempre, assunzione di responsabilità: attendere a…; lavorare per…; piantare semi…; aggiungere mattoni…; prendersi cura di…
 
Sub specie religionis, certo. Non per nulla è una delle tre virtù teologali. Ma anche in campo personale e politico-sociale.
 
Domenica 18 novembre, con due settimane di anticipo sul resto dell’Italia, secondo la tradizione ambrosiana, nella diocesi di Milano inizia l’Avvento.
 
Chissà, forse dovremmo prenderne esempio. E darci qualche tempo in più per imparare ad Attendere.
In termini di fede religiosa, chi vuole. In termini civili, un po’ tutti.
 
Per esempio. Quanto bisogno avrebbe – ha – la Calabria di speranza, ovvero di serio, appassionato, lucido sforzo collettivo di ri-tessitura di possibilità di futuro? Di politica, quella alta, che qualcuno definì “la forma più alta della carità”?


Pubblicato su Zoomsud http://www.zoomsud.it/commenti/43209-ma-questanno-verra-natale.html
 
 
Nell'immagine, il presepe dell'Eremo di R.C., in cui la capanna  del Bambino richiama le capanne fatte d'estate sulla spiaggia

venerdì 16 novembre 2012

L'orizzonte di Reggio


 
Acqua e fuoco nascosto sotto uno scialle bianco, e gli impalpabili veli di Morgana morbidamente adagiati tra una spiaggia e l’altra a fare del cielo e del mare un unico respiro.

In mille, diverse, sfumature, un’immagine che mi appartiene – cui appartengo – da ben prima di nascere.

Anche se mi accadesse di perdere senno e coscienza, fino all’ultimo conserverò una qualche pennellata di quell’acquarello.
 
 
foto di Antonio Calabrò

 

giovedì 15 novembre 2012

Le notizie e la Notizia

 
 
Metà degli anni sessanta, più o meno. Stagione mite, primavera o pre-autunno. Ricordo come un venticello gradevole nell’autobus e, poi, nel Tempio della Vittoria– con gli anni avrei trovato fastidioso questo termine, più adatto agli dei antichi o alla religione civile, meglio, nella chiesa di San Giorgio al Corso - una sensazione di spaesamento, quasi di lieve vertigine. Quello che mi colpì davvero non fu quel primo uso della lingua italiana – era così bello sentirne il suono anche se, con l’inizio del ginnasio, non mi sarebbe forse dispiaciuto misurarmi con il latino, sorridendo a quel “grazia prena” (prena erano le vacche incinte, certo non la “piena di grazia”) con cui le vecchiette, nella chiesetta delle mie domeniche, ritmavano l’Ave Maria. Mi colpì la posizione del prete, che non dava più le spalle ai fedeli, bensì le dava all’altare, rivolgendo ai fedeli il suo volto. Mi diede un’impercettibile sensazione di fastidio, come l’involontaria visione di un’immagine poco opportuna. Oggi sono propensa a ritenere che quel cambiamento di posizione (lo sguardo non all’Altissimo, ma a se stessi) ha avuto un peso non indifferente nel successivo indebolimento della chiesa cattolica nella nostra società.
Dovessi scegliere un solo rito, tra tutti quelli della mia infanzia, non avrei dubbi: l’adorazione, della sera del Giovedì Santo e del Venerdì mattina, a quello che allora si chiamava “il sepolcro”. Quei vasi di grano tenero, verde bambino, verde appena cresciuto, verde quasi dorato con i grandi fiocchi di raso – colore dominante, il rosso: quasi papaveri in giardino – che plasmavano davanti allo sguardo, tra il profumo dei fiori e dell’incenso, la costante rinascita della vita, che continuamente abbatteva la morte. Un simbolo semplice e potente, perfettamente comprensibile in un tempo e in un luogo in cui la terra era riferimento per tutti.
Si usano ancora i vasi di grano – non in tutte le parrocchie, ma in molte chiese sì. E’ un sollievo vederli, ma gli altari, detti ora “della reposizione”, hanno qualcosa di artificioso: il segno non contiene più in sé l’eco profonda, l’onda perpetua del suo significato. Resta opaco. Quanto conta, nell’impatto emozionale, la simbologia in una dimensione fortemente spirituale come quella religiosa? Come e quanto parlano i simboli del cattolicesimo, legati ad una realtà di contadini-pastori-pescatori, in una società dove il “cinguettio” più ascoltato non è quello degli uccelli?
La religione non è una dimensione individuale. Trovo davvero “forzato” il pensiero di chi lo sostiene: perché è una visione globale della realtà che non si toglie e si mette come un soprabito. Altra cosa è la “laicità”, il saper scindere il proprio modo di vedere dalle norme e dalle regole che riguardano la società, dove, in democrazia, l’equilibrio di diritti e doveri corrisponde al mutare di quanto la maggioranza ritiene migliore o peggiore, fermo restando che, nelle forme e nei limiti della legge, ad ognuno è dato di concorrere al formarsi dell’idea collettiva vincente.
Non so se la chiesa – quella che possiede anche beni economici – paghi o meno sufficientemente le tasse: se non lo fa, che si cambino norme, con equità, senza buttare il bambino (le effettive attività caritatevoli) con l’acqua sporca (dei privilegi). Non apprezzo la gestione dell’ora di religione: una persona di media cultura dovrebbe conoscere la storia, le tradizioni, gli usi delle religioni, almeno le più importanti, e, in Italia, dovrebbe avere una conoscenza non superficiale del cattolicesimo (se no, non capisce, ed è una perdita secca, né Dante, né Manzoni, né Giotto, né Michelangelo e così via) e della Bibbia. E’ vergognoso che persone che sanno di letteratura, di storia, di scienze ignorino che cosa ci sia scritto nella Bibbia.
Non mi piace la chiesa – intendo quella che con ogni o maggiore evidenza può essere considerata portavoce del cattolicesimo (preti, vescovi, cardinali) – che parla troppo di cose del mondo: se bisogna o meno costruire una strada o un inceneritore, mettere o togliere una certa tassa ecc. ecc. – che perde tempo ed energie in faccende troppo discutibili, troppo dipendenti da fattori contingenti e dove la giustezza o meno della posizione assunta verrà in fondo decisa a posteriori dall’incontrollabile flusso degli eventi. Anche quella che guida le lotte alla mafia ecc. ecc.: tutti compiti nobilissimi, che non si vede perché non debbano essere condotti da padri di famiglia, donne capaci, giovani volenterosi.
Non mi interessa davvero sapere cosa il cardinale di Napoli, Sepe, pensa dell’amministrazione De Magistris e neppure che cosa il vescovo di Reggio, Mondello, pensa dello scioglimento del Comune per contiguità malavitosa. Considero ovvio il "no" ad ogni "male" (violenza, sopruso, scelte di morte) e non identificabile il "peccatore" con la sua "colpa" (grande lezione di un Papa, appena citato dal leader democrat come suo riferimento ideale). E non mi intriga dibattere sulle sfumature del pensiero dei vescovi Nunnari e Morosini riguardo il perdono agli ‘ndranghetisti.
Alla chiesa chiederei un’altra cosa: evangelizzare. E’ ben strano che nella società che sforna notizie su notizie, che è sempre alla ricerca di quella più nuova e più interessante, non passi la Notizia. Quella buona. Che ha a che fare col senso del nostro essere qui hic et nunc e con la vita eterna. (Naturalmente, con tutta la libertà di accoglierla o meno; di considerla "salvezza" o "stupidità" ecc. ecc.)
Che non nasconde la Storia, anzi, parafrasando Bonhoeffer, sa che nessuno che non abbia i piedi radicati nel presente raggiungerà mai il Cielo, ma conosce la differenza tra le scelte storiche fondamentali (un cristiano non può seguire Hitler) e quelle di importanza meramente contingente (per cui un cattolico può stare, con uguale dignità e decenza, in un partito di destra, di centro e di sinistra).
Decidere se stare dalla parte o contro Scopelliti e Arena, per o contro D’Attore ecc. ecc. ha la sua importanza – non solo politica, ma anche morale. Ma, come dire, è scelta “discutibile”: che non attiene a ragioni “di fede” religiosa, ma a convincimenti, conoscenze (culturali), interessi (non necessariamente meschini), esperienze di vita (lavoro, viaggi) del tutto “storici”: transeunti, mutabili.
Non è quello che mi importa (importerebbe) sentire da chi sale all’altare.
L’unica parola che ascolterei come indispensabile è quella che, bucando l’opacità, il senso di freddo e di stantio di certe celebrazioni, sommuova le viscere e dia, con una speranza assoluta, respiro trascendente anche all’impegno dei giorni.
 

lunedì 12 novembre 2012

La Nemesi di Philip Roth

 
 
 
Quante parole italiane poteva conoscere una bambina della periferia campagnola di Reggio, all’inizio degli anni cinquanta, nel suo primo lustro di vita? Non saprei quantificarle, ma certo non dovevano essere tantissime.
 
Eppure conoscevo il termine: poliomelite. Pronunciato, dagli adulti di casa, in un soffio, con le lacrime agli occhi e le spalle incurvate dalla mannaia che aveva già falciato il bel bambino biondo della cugina ‘N. e stava per portare via anche il suo secondogenito. Un senso di oscura minaccia, di inquietante impotenza, che scomparve qualche anno dopo col vaccino preso insieme ad uno zuccherino e il conseguente, successivo, inserimento nel mio pantheon ideale, di Sabin, il cui nome mi suscita ancora un sentimento di devota ammirazione.
 
La polio – l’orrore di un’epidemia che, negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, ha mietuto decine di migliaia di vittime bambine in America – è la coprotagonista dell’ultimo libro di Philip Roth. Appena qualche giorno fa il suo editore ha confermato che il grande scrittore americano – per moltissimi il più grande tra i viventi, incomprensibilmente non premiato (ancora) col Nobel – ha riposto carta e penna, come aveva annunciato dopo l’uscita di Nemesi:
 
«Ho dedicato la mia vita al romanzo: li ho studiati, ho insegnato, ho scritto e ho letto. Con l’esclusione di quasi tutto il resto. Il troppo stroppia. Non mi sento più legato a questo fanatismo di dover scrivere che ho sperimentato durante la mia vita. Non credo che un libro in più o un libro in meno possa cambiare la sostanza di quanto ho già lasciato. Se scrivessi un nuovo libro sarebbe sicuramente un fallimento. Chi mai vorrebbe leggere un libro mediocre? Alla fin della vita il pugile Joe Louis l'aveva detto: ho fatto il meglio che potevo. Avrei detto lo stesso del mio lavoro. Ho fatto anch’io del mio meglio».
 
Protagonista di Nemesi è Eugene Cantor, detto Bucky, un ragazzo ebreo, forte e coraggioso, che, per un grave difetto della vista, non è stato arruolato, come avrebbe fortemente voluto, nell’esercito che sta combattendo contro i nazisti. Bucky svolge con passione il suo compito di istruttore atletico dei campi estivi dei ragazzini di un quartiere della sua cittadina, Newark, finché si trova a dover combattere in una guerra ancora più sporca e odiosa: quella contro la polio che attacca, a tradimento, i suoi piccoli allievi. La sua incapacità di resistere fino in fondo e il terrore di essere stato tramite di contagio con altri ragazzi, prima di essere lui stesso devastato dal male, sconvolge la sua vita inducendolo a rinunciare a qualsiasi forma di conforto affettivo e a espiare per sempre la sua “colpa”.
Ha scritto Asor Rosa che, in Nemesi, «Roth abbassa e restringe il suo orizzonte, semplifica le sue descrizioni e le sue psicologie, la natura e il dramma dei suoi personaggi» e che la sua capacità «pirandelliano-shakespeariana, di giocare sui diversi punti di vista, s'impone ancora una volta con evidenza esemplare, struggente pietà e impietosa ferocia».
 
Un libro sulla vita e sulla morte, sul groviglio di scelte individuali (davvero libere?) che si compongono in drammi sociali e, di nuovo, in tragedie personali, un urlo contro Dio – che, a tratti, più che ad un assoluto ateismo, sembra vicino ad un giobbiano chiedere conto all’Altissimo, accusandolo di inumana crudeltà, dell’insopportabilità di una sofferenza che riguardi gli innocenti e, soprattutto, i bambini – che lascia, come tutti i libri belli e di spessore, con un nodo alla gola: e, quasi, il desiderio di un pianto silenzioso che sciolga la parte più emergente delle emozioni tratte dalla lettura, lasciando a quelle più profonde il tempo e il modo di depositarsi nella propria vita.
 
Non è l’aspetto fondamentale del libro, ma, onestamente, mi ha colpito molto un particolare. E, ancora di più, la mia reazione al particolare.
 
Tra gli untori considerati possibili – in una fase in cui, non essendoci certezze mediche, la polio veniva fatta risalire, soprattutto da padri e madri in apprensione, a cause di ogni genere – per ben 23 volte si fa riferimento a dieci “teppisti italiani”, dai quindici ai diciotto anni, che, tutti tronfi, sputano tutto intorno al campo giochi di Weequahic con l’obiettivo di “contagiare gli ebrei con la polio”.
Fino alla fine del libro, mi sono chiesta se quel termine,’”italiani”, sarebbe stato, ad un certo punto, ulteriormente specificato. Per esempio, in “calabresi” (che erano in tantissimi, anche se non i soli, in quel periodo, in America). Naturalmente, no.
 
 
Rimando su Zoomsud ai seguenti articoli:
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

domenica 11 novembre 2012

La lezione del professor Monti


 
 
Un anno fa Mario Monti,  insieme all’incarico di formare un nuovo governo, ricevette, in realtà, da parte del Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, un compito più grande: quello di dare all’Italia, sfibrata economicamente, socialmente e moralmente, ancora una chance: non cadere, insomma, definitivamente nell’enorme voragine aperta davanti a lei, ma ricominciare a camminare, ritrovare una strada.
 
Non tutte le decisioni del governo Monti sono state perfette. Né, con le forze parlamentari in atto, potevano esserlo. Ma se oggi l’Italia esiste ancora, se c’è un futuro possibile, per quanto difficile, è merito di un professore che ha provato a trasmettere la dignità e il valore dell’agire con senso dello Stato.
 
Non ci sarà un buon futuro, per il nostro Paese, se si volesse prescindere dalla sua lezione.
 

 

venerdì 9 novembre 2012

A Lucia Annunziata: Brava, grazie


 
Non ho nessuna particolare simpatia per Lucia Annunziata. Ma mi è piaciuta molto quando, la notte delle elezioni americane, ha mandato a quel paese, dando del “cretino” a Ferrara e del sostanzialmente complice alla cretinaggine a Mentana.

Mi è sembrata una che, perfettamente consapevole di “aver studiato”, non concede al chiunque di turno, comodamente chiacchierante su una poltrona, di ridicoleggiarla.

Mi piacerebbe dirle: Brava! Grazie! Per il respiro più profondo con cui, magari, avrà fatto iniziare la giornata anche ad altre donne.
 
A me, sicuramente.