domenica 15 gennaio 2012

Penelope


Ha battuto sempre per Ettore, il mio cuore – E tu onore di pianti, Ettore, avrai,/ove fia santo e lagrimato il sangue/per la patria versato, e finché il Sole/risplenderà su le sciagure umane – molto meno per il furbo e avventuroso Ulisse. E se nell’Iliade ho amato Andromaca e Cassandra – quest’ultima, in realtà, mi appassionò, soprattutto, nella versione Christa Wolf – nell’Odissea ho sempre avuto un affetto particolare per la femminilità in sboccio di Nausica dalle bianche braccia.
Eppure quanto mi somiglia Penelope dalle lunghe attese, che tesse e ‘ssunde continuamente. Scrivo e cancello diecimila volte. E, talvolta, dopo diecimila riscritture, arrivata alla parola fine, rileggo e, in fondo, non mi pare così male. Eppure, premo il tasto più in alto a destra e il foglio torna, di nuovo, completamente bianco.

venerdì 13 gennaio 2012

La signora delle "none"


Non ho mai conosciuto una donna più visibilmente nobile di donna C., “la baronessa”.
Ormai anziana e sola – nel cortile della sua grande casa, nel vallone, ma a due passi dal canneto che separava la strada dal mare, un’enorme buganvillea che circondava il portone – si muoveva come fosse incorporea. Le mani bianche e affusolate le davano gesti trasparenti, un cammeo trattenuto da un sottile nastro nero fissava lo sguardo di tutti al suo collo sottile. Gentile e discreta, regalava ai bambini nespole e none (annone), frutti, quest’ultimi, degni delle divinità magno greche. Era gentile e discreta.
Era stata moglie di maru Cammi. Troppo fine e bella – più d’uno diceva che era figlia, illegittima, del principe B – per un artigiano, per quanto artista rinomato e benestante, e che pure la trattava come nessuna da quelle parti tanto che, quando voleva andare in città, mandava a chiamare un carrozzino. Il fratello del barone (solo al primogenito veniva riconosciuta la pienezza del titolo) se n’era innamorato vedendola lavare i panni alla fontana: come nelle canzoni tradizionali del reggino, solo che, in questo caso, lui passava davanti alla sena a cavallo. Scapparono e lei divenne “donna C., la baronessa”.
Donna e don; ‘mari e ‘mpari (comare e compare); ‘zi e ‘za (zio e zia) era il modo di rivolgersi alle persone. Con ‘gnura e ‘gnuri (signora e signore) ci si riferiva ai padroni di terre, a coloro alle cui dipendenze si lavorava. Il termine “donna” non era prerogativa solo delle più ricche (o meno povere), ma certo indicava una più profonda considerazione del loro valore. Donna C. lo meritava in pieno.
Maru Cammi e suo fratello Jafet, ebrei, lavoravano il legno. Producevano i macchinari per lavorare i bergamotti e oggetti di grande bellezza. Gli armadi di più artistica fattura per le spose più fortunate, li avevano costruiti loro. Litigarono pesantemente per la proprietà di una barca e, non riuscendo a mettersi d’accordo, la segarono, tagliandola a metà. Ancora oggi, qualche anziano della zona, per indicare litiganti che niente e nessuno può rappacificare, alza le spalle:Chiddi su comu maru Cammi e maru Afet”.
Gli Ebrei hanno lasciato Reggio Calabria– città che, secondo il mito, era stata fondata da Aschenez, pronipote di Noè – il 25 luglio del 1511, costretti dall’editto dell’anno precedente del re di Spagna. Avevano, fino a quel momento, abitato la Giudecca e avevano fatto fortuna sviluppando l’arte della seta e della tintura dei tessuti e quella tipografica. A Reggio era stata impiantata la seconda tipografia del Regno di Napoli da parte di Abraham ben Garton che, nel 1475, vi aveva stampato il Pentateuco, primo libro in carattere israelitici del mondo (tre anni dopo, Salomone di Manfredonia, aveva impiantato una tipografia a Cosenza).
Della loro presenza rimangono i cedri – una gioia aspirarne il profumo, e impossibile, senza le bucce candite, anche pensare a certi dolci – e i pipi chini: succulenta bontà che fa parte della nostra e della loro cucina. E, magari, certi tratti caratteriali che, mescolati a quelli arabi/islamici e a tutti gli altri che ci portiamo nel sangue, hanno fatto di noi “chiddi chi simu”.
Dicono che si muore davvero quando non si ha più orizzonte di futuro. Quanto sarebbe più facile costruire il presente avendo piena coscienza del proprio passato?

martedì 10 gennaio 2012

Fratture


Dunque, mentre come milioni d’italiani che hanno avuto la fortuna di alcuni giorni di vacanza, stavo per tornare al lavoro, sono stata attraversata, nello spazio tra cervello e cuore, da questo periodo passato in Calabria. Non solo le facce delle persone care. Ma l’aria, la luce, il sole, il vento della mia terra, quel colore dell’alba, dei tramonti che non hanno uguali; l’odore gradevolmente acre dell’olio che indora appena le crespelle; il dolce al sapor di bergamotto; le asciugamani di fiandra tessute dalle bisnonne; i Bronzi, che avrei voluto vedere a casa loro, al Museo, ma, così stesi, nella solitudine (gratis) del Consiglio regionale mi sono apparsi – lo devo dire – belli come mai (e mi è anche venuto da pensare che di questo loro rimanere in Calabria, nonostante tutto, bisognerà pur dare atto ai politici che se ne sono assunti la responsabilità). E la lingua, quel dialetto che è stato il mio primo modo di parlare e di pensare: la mobilità, la precisione, la forza evocativa con cui interpreta il mondo.
  Quanta Calabria, ovvero quanto ricordo, rimpianto, miraggio di Calabria sono dispersi per l’orbe terraqueo? Quanto pesa il malessere non detto, forse neppure pensato (perché, giustamente, il qui e ora del presente richiama ciascuno ad altri doveri, ad altri impegni) d’un’assenza – anche l’assenza voluta, scelta dai tanti raccontati dal greco Kavafis – “Per altre terre andrò, per altro mare/Altra città, più amabile di questa, dove/ogni mio sforzo è votato al fallimento,/dove il mio cuore come un morto sta sepolto,/ci sarà pure” – ma, comunque, sempre (o, ad essere cauti, quasi sempre) sdradicamento e incompiutezza?
Da Zoomsud, “La nuvola infelice sulla Calabria” firmato Consolata Cortese. Il testo è stato ripreso su fb, dove, tra gli altri, è apparso questo commento: “Si suppone che l'origine del nome 'Reggio' sia 'Reghion', dal greco 'frattura'... Non è forse un frattura dell'anima, quella qui descritta?”







domenica 8 gennaio 2012

La moglie del vento


Mare in tempesta, con onde alte in fuga scomposta. Il vento, veloce, violenta gli alberi e sembra scuotere pure i treni in stazione. Piove. Nel grigio di nuvole dense, appare, delicato, un arcobaleno. Come un abbozzo di sorriso. Nonostante tutto.
Quella che segue è una mia noterella per Zoomsud sul maltempo reggino di qualche giorno fa. Quando il mare è così burrascoso, si cerca(va) di esorcizzarne il (sacro) timore raccontando che o aveva litigato con la moglie oppure doveva ancora trovarne una: “’mmugghieri mi t’accappa”.


Ultimi anni quaranta del secolo passato. A San Lorenzo, un pecoraio si accorda con un ricco proprietario della zona: si prenderà cura delle sue pecore ( alcune centinaia) portandole al pascolo ogni giorno, “escluso quando fa cattivo tempo”. Piove di rado, da quelle parti, al proprietario è sembrata una richiesta strana (chi è al suo servizio, lavora sempre e comunque), ma, in fondo, accoglibile. Al primo giorno di pioggia, si fionda all’ovile, a controllare. Le pecore non ci sono. Molto più tardi, scorge il pecoraio che le riconduce al coperto, dopo averle lasciate brucare a lungo in un piano d’erba tenera e succosa: scola acqua da tutte le parti, ma non sembra per nulla contrariato. E così succede nei rari giorni di pioggia che capitano nei mesi successivi. Ogni volta il padrone si fionda all’ovile, ogni volta le pecore stanno al pascolo. Si chiede perché il pecoraio ha preteso quell’accordo, ma non dice nulla. Una mattina di cielo azzurro, limpido oltre ogni immaginazione, sale al pascolo per impartire un ordine, ma il pecoraio non c’è. Sta barricato nella capanna dell’ovile. “Cola, perché non siete uscito con le pecore?”, la domanda gli esce quasi come un urlo di rabbia. “’Gnuri – risponde calmo il pecoraio – io ho fatto un accordo con vossignoria, che quando è malutempu non mi muovo”. “Ma quale malutempu, non si vede ombra di pioggia e il sole è caldo…”. “Si, ‘gnuri, ma c’è ventu..”.
Sarà pure, ben usato, una ricchezza energetica, e, certo, ha un suo indubbio, magari inquietante, fascino (come ogni rabbiosa reazione della natura: soprattutto quando vissuta a rispettose distanze di sicurezza). Ma il vento – lo confermano le reazioni web di ieri alle forti mareggiate e al maestrale squassante (le notizie più gettonate sulla Calabria di questi primi giorni di 2012 sono state tutte di carattere “ambientale”, dalla splendida visione dell’Etna di Capodanno alla tempesta dell’Epifania) – non sembra particolarmente piacere ai calabresi.
“Acqua davanti e ventu darreru”, si diceva un tempo. E, in effetti, cosa c’è di meglio, per mandare qualcuno a quel paese, che quell’antico scuoter di spalle nell’augurare al malcapitato interlocutore (nemico e/o avversario) di trovarsi nel mezzo di una tempesta di pioggia e vento?

foto tratta dalla pagina fb di Calabria... una regione meravigliosa
il quadro è "Vento" di Van Gogh

giovedì 5 gennaio 2012

In boccio


Parte d’una storia aspra e contraddittoria ma non conclusa, al centro di una conca di collinozze di fichi d’india e olivi, tra erbe e spine rugiadose di lenze sottratte al seccagno dalla fatica di generazioni: prima rigogliose, oggi quasi incolte, domani chissà.
Tacciono i pensieri, per non contaminare di parole questo silenzio assoluto, che respira d’infinito e d’eternità: appena ritmato dal cinguettio degli uccellini.
I rami secchi d’un mandorlo schiantati a terra sono tutti ingemmati: confettini bianco-rosa, oblunghi, si spingono, con umile coraggio, in avanti.

martedì 3 gennaio 2012

Vulcani


Isole e vulcani del mio orizzonte.
Anche se gli sono grata della sua compagnia, il Vesuvio, che riempie la scena del golfo con un che di arrogante, sfacciata, noncuranza della sua imponente bellezza, non mi appartiene.
Con la sua maestosità semplice e raccolta, l’Etna ha sguardo e parole anche per me.
Ci conosciamo da sempre e da sempre ci raccontiamo di noi.

domenica 1 gennaio 2012

Etna calabra


Un gatto, striato a due diverse tonalità di grigio, incede, elegante, su un binario, poi attraversa, cauto e rapido, le rotaie e, saltando d'un balzo l’altro binario, scende veloce verso la stradina che costeggia il mare.
Con un morbido, ondeggiante scialle bianco sulle spalle, l’Etna allarga le braccia per raccogliere le montagne sue figlie. E, insieme, stupiscono dei colori d’uno Ionio cantante una musica, che cerca ancora il suo Mozart. Davanti a loro, dalle colline, salgono nel cielo dell'alba nuvole rosse, fiammeggianti.