mercoledì 19 maggio 2021

La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli di Giuseppe Lupo

 


La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli di Giuseppe Lupo, edito da Rubbettino, sostiene, in estrema sintesi, che la narrativa prodotta da autori nati o vissuti per qualche tempo a Sud, da Verga a Levi a Saviano, si è attardata nella conferma piuttosto che nella riscrittura della realtà meridionale, col risultato di una sovrabbondanza di opere che narrano la sconfitta di un popolo, il suo essere e/o sentirsi vinto, i suoi mali, senza luce o prospettiva di riscatto.

Al di là dei possibili singoli rilievi (personalmente, per esempio, non avrei passato sotto totale silenzio, tra i calabresi, Mimmo Gangemi e Gioacchino Criaco) e delle eventuali perplessità sulla suddivisione tra narrativa angioina (agognata ma inesistente) e aragonese (troppo documentaria e poco creativa), risulta particolarmente interessante il nucleo centrale del libro, ovvero il potenziale narrativo che scaturisce (scaturirebbe) quando, nell’affrontare nodi storici, si facessero emergere, magari insieme agli errori ed errori degli eventi, gli elementi di riscatto e redenzione.

L’argomentare vivace e stimolante di Lupo – che non pone certo censure al racconto del male che attraversa la Storia, ma pone un problema di modalità del racconto, meglio: di capacità di visione – sembra sottintendere una domanda: la narrativa meridionale, nella fattispecie, quella alta dai Malavoglia ai Viceré, ha influenzato/influenza negativamente la società? La domanda, pur inespressa, sottrae al testo il possibile rilievo che la narrativa dovrebbe essere valutata come tale e non in quanto meridionale o femminile e simili, anzi dà corpo all’analisi della narrativa nella sua specificità meridionale. E potrebbe essere ulteriormente così precisata: la narrazione che il Sud ha prodotto di se stesso e quella che anche altri hanno prodotto del Meridione – una narrazione, direi, piena di pianti e rimpianti – ha fatto (insieme chiaramente ad altri fattori, da quello economico a quello sociale) la sua parte di palla al piede contribuendo al permanere della troppo lunga questione meridionale?

La risposta tende al “si”. Naturalmente non in maniera diretta: che il livello di lettura in Italia, a Sud specialmente, è talmente basso che la stragrande maggioranza delle opere citate nel testo non hanno neppure avuto lettori. Ma le stesse sono state recepite almeno da una parte della “classe intellettuale”, masticate nei circoli culturali, considerate, a torto o a ragione, esemplari”, riprese, nel tempo, dalla tv e da internet finendo col diventare “visione collettiva”, se non “inconscio collettivo”.

Come se ne esce? Annarosa Macrì ha una proposta, in fondo simile a quella di Giuseppe Lupo: “Ho detto provocatoriamente, in un dibattito al Salone del libro di Torino che gli scrittori calabresi devono decidersi una buona volta ad ammazzare i loro padri (ho venerato Alvaro, Strati, Seminara, La Cava, e gli ultimi tre li conoscevo bene...) e trovare nuove vie, nuovi temi e nuovi linguaggi, abbandonando una buona volta il post-neorealismo... È un dovere, secondo me, oltre che letterario, sociale, politico ed etico. Perché se non lo fanno loro, la Calabria contemporanea, chi la racconta?!”

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