mercoledì 17 marzo 2021

Cosarelle: Lettera a Jane Austen maestra di ragazze che vogliono diventare donne

 


Cara Jane,

mi chiamo Margherita, tra tre mesi compio tredici anni, e ho due sorelle. Eleonora lavora in Germania in un istituto di ricerca farmaceutica e dice che ha troppo da fare per pensare a un fidanzato, ma solo perché s’è innamorata del compagno d’una collega stupida, a cui non vuol dare dispiaceri. Marianna fa gli esami di maturità quest’anno e piange da un anno perché il suo ragazzo l’ha lasciata per un’altra. Mia madre non è vedova. Lei, mio padre, Marianna ed io abitiamo in una casetta con un pezzetto di giardino che, in Inghilterra, forse si potrebbe definire un cottage. Somiglio, per emotività, a Marianna, ma sono meno intelligente di lei. Quanto a Eleonora, lei è di un’altra razza. Comunque, ce n’è abbastanza perché l’altra sera dopo aver visto il dvd di Ragione e sentimento, abbia deciso di recuperare il libro che mia madre tiene tra quelli in un mobiletto in camera sua e abbia iniziato a leggere. Non l’avrei fatto in tempi normali, ma in pandemia, se ho dovuto abbandonare alcune abitudini, ne ho prese altre. Leggere libri, per esempio. O, anche, pensare. Non è che, prima, non pensassi, ma non mi facevo molte domande. La vita, intorno, scorreva come doveva scorrere, e pure la mia: studiavo, andavo a danza, il sabato pomeriggio uscivo con i miei amici, prendevamo un gelato anche d’inverno e, qualche volta, restavamo fuori anche di sera, per una pizza o un hamburger. In paese non c’è neppure un cinema, ma noi stavamo bene così. Adesso mi chiedo tante cose. Ogni tanto mi fermo a pensare e la lista delle domande s’allunga. Anche sul tuo libro mi sto facendo tante domande. La prima impressione, leggendoti, è stata che tutte le donne, almeno quando tu scrivevi, dovessero cercare un marito: il premio più grande era trovare quello giusto, per ricchezza e per modi. Ma, riflettendo meglio, mi sembra di capire che le tue eroine – che stavano comunque a casa e non avevano tante esperienze fuori dalle mura domestiche – si dedicavano (avventuravano?) a conquistare l’equilibrio emozionale-sentimentale. Come? Temperando le passioni con la ragione, in maniera che pensieri e affetti sgorgassero quieti e luminosi da un fuoco interiore che non ustiona e non si spegne. Forse è per questo che mi sta piacendo molto leggerti. Perché sono confusa e cerco un centro, un luogo dentro di me in cui ritirarmi e poter ripartire. Ti sembrerà forse strano, cara Jane, ma penso che essere donne era, per certi versi, più facile ai tuoi tempi: a condizione, naturalmente, d’essere abbastanza ricche per disporre di se stesse senza costrizioni. Perché, quando tu scrivevi, si trattava solo di scegliere bene un marito. Ora, a noi, è chiesto molto di più. Bisogna essere carine e desiderabili ma anche forti e determinate, capaci negli studi e nelle professioni oltre che perfette amanti, compagne e madri. Una fatica tremenda. E chi ci aiuta? Chi ci insegna come fare? Io ti metterei nell’elenco delle possibili maestre. Perché quell’equilibrio – che, con molta sofferenza, Elinor mantiene e Marianne conquista – è il segreto perché anche Margaret cresca un po’ meglio di quanto tu stessa abbia immaginato all’inizio del libro. Sono convinta che, crescendo, Margaret ha scelto bene, il marito. Magari, chissà – se ti leggo di più e meglio – anch’io sceglierò bene: tutte quelle tantissime strade che dovrò affrontare.

Grazie di tutto. La tua già affezionata,

Margherita.

 

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