mercoledì 9 maggio 2012

La pagella della prima elementare



Benché sia domenica, Rosa si alza molto presto, col volto stropicciato e i capelli che le pesano sulla testa. Esce a prendere una boccata d’aria sull’ampio balcone e la sorprende l’intrigo di erbacce, foglie secche, sterpi, che danno alle piante, trascurate per mesi, un’aria trasandata. Pensa che un po’ di giardinaggio farebbe bene a lei e a loro, ma accende il computer e, sorseggiando un caffelatte ben caldo, si dedica a quei tanti documenti di dubbia utilità che le tocca completare per la chiusura dell’anno scolastico.

Non s’accorge come, ma rapidamente si ritrova dentro un’immagine lontana e inattesa: il venditore di cocco – tagliato a spicchi e tenuto a mollo nell’acqua – all’angolo della grande piazza, disseminata di segni della lunga storia calabrese, e poco distante il grande convento-istituto scolastico-educandato, che occupa l’intero isolato.

Una bambina esile e bionda, con i capelli sottilissimi refrattari ad ogni ordine, che, uscendo dai fermagli, le fanno d’aureola intorno alle tempie, gli occhi chiari, una vestina rosa, a maniche a giro, col corpetto ricamato a fiorellini, entra, mano nella mano con la madre, in un’ aula. E’ appena finito l’anno scolastico della prima elementare e stanno andando a ritirare la pagella. La bambina ha lavorato sodo, ha fatto una grande fatica, lei che ha sempre parlato solo in dialetto, a esprimersi in italiano, si aspetta che le dicano che è stata molto, molto brava. I calzini corti bianchi le si arrotolano sul collo del piede, ma non ci bada: si sente bella. E anche i tabelloni alle pareti con i disegni delle lettere dell’alfabeto, minuscole e maiuscole, in stampato e in corsivo, che l’hanno fatta tanto penare, sembrano sorriderle, illuminate dalla luce che proviene da una grande finestra in alto.

Suor Maria Grazia, alta, robusta – la stessa che l’ha, per il colore delle sue gote paffute, soprannominata “Rosellina”, nome che, con piccola variante, conserverà da adulta (di suo, si chiama Giovanna) – la saluta burbera: “E, che pensi, sei stata bocciata”. E’ uno scherzo, naturalmente, ma a Rosa bambina, che vuole essere buona e brava, nessuno ha insegnato la sadica ironia degli adulti. Il sudore che la prenderà poi agli annunci di morte le scivola ora dalla nuca e le raffredda le reni e le ossa sentono dolore decenni prima che l’osteoporosi se li mangi. La sua aula è l’ultima di un lungo corridoio, abbastanza illuminato. Lei lo rifà come se fosse buio, anche se le hanno spiegato che no, è stata promossa.

Si chiede ora, Rosa, per quanto tempo, le era poi rimasta l’inconsapevole convinzione che, per quanto buona e brava, nessuno le avrebbe davvero riconosciuto quello che valeva. Certo – lo sa bene – ne ha avuto ben altri di specchi puntati addosso a dirle: “Questo non è per te”, “No, tu no”. Ma, chissà se, senza quel graffio dell’anima, le sarebbe stato più facile romperli.

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