venerdì 11 luglio 2014

Il pesce dolce



Pellaro (Rc)


Pellaro (RC). Pescheria. Piccola, bella. Il bancone allegro di triglie, merluzzi, gamberi, pesce spada, totani, sogliole, alici. Gente in fila. Arriva un uomo, giovane.“E’ il primo giorno che ‘u figghiolu mangia pesce. Mi dovete dare una cosa che non gli resta la bocca amara”.

Mi viene in mente il Vangelo. Luca, cap 11: “Quale padre tra di voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà un serpente al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?”.

lunedì 7 luglio 2014

L'inchino e gli inchini



 
Immagine dal video girato da Il giornale della Piana

Il termine, l’avevo lasciato alla scuola elementare, se non all’asilo. Dove me l’avevano insegnato a fare, l’inchino. Per la madre superiora, per il vescovo in visita. Era un gesto gentile, che, più che omaggiare l’autorità del caso, pareva perfetto per dare un’idea della delicatezza, della grazia, della bellezza delle bambine che piegavano armoniosamente le ginocchia e allargavano le vestine con le mani ad arco come nello sbocciare di un fiore.

Poi, per decenni, è stato un termine che non ho più sentito.

Fino al funesto inchino della Concordia.

E al blasfemo inchino di Oppido.

Che non mi pare l’unico in Calabria.

È tempo di chiudere con le processioni e i cosiddetti festeggiamenti civili delle feste religiose: le luminarie, i cantanti, i giochi di fuoco nella notte, tutto un luna park senza senso.

Chi vuole adorare Dio e onorare i santi ha altre strade: più silenziose, più sobrie, magari più nascoste, ma più luminose.

Gli inchini (e sobri) restino solo un gesto armonioso delle ginnaste e delle danzatrici.

sabato 5 luglio 2014

Ci sarebbe l'Italia senza Torino?






Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa. Umberto Eco

Passo qualche giorno a Torino. Non l’avevo mai visitata, ma, mentre la scopro, mi accorgo di trovare continue conferme. Insomma, verifico che la conosco da sempre. Certo, è molto più bella da vicino, ma in qualche modo il suo passato e il suo presente mi sta(va) già dentro: lo splendore del Museo Egizio, la bellezza del Valentino, l’emozione del Museo del Risorgimento, la meraviglia di Stupinigi, il gioiellino della Pinacoteca Agnelli al Lingotto ecc. ecc.

Mi accorgo che non c’è città italiana – eccezion fatta per Roma, Firenze (non contano Reggio e Napoli, le due tra cui vivo) – che io conosca quanto Torino. 

Saranno stati i libri, i film, forse un bel po’ di esami di Storia Moderna, Storia del Risorgimento e Storia Contemporanea, chissà.

Senza l’Italia – per riprendere Eco – non so come sarebbe Torino, oggi. Ma l’Italia, senza Torino, non so se ci sarebbe proprio stata.

Certo, non sarebbe stato per nulla facile, ma non mi pare che i Borbone ci abbiano mai pensato a fare l’Italia. I Savoia, con tutti i loro limiti e oltre, sì. 

I napoletani, i meridionali, sì, ci hanno pensato, e pagato il loro.

Ma quel dato, nella nostra storia, è tutt'altro che trascurabile.

martedì 1 luglio 2014

Le rondini di Alberobello







Passo una giornata e mezzo ad Alberobello grazie all’invito a partecipare al Convegno nazionale dei Presìdi del Libro.

Non c’ero mai stata e trovo molto bello questo pezzo di Puglia, pieno di verde, che dà l’idea di un’agricoltura curata con attenzione e rispetto.

(C’è, ci dovrebbe essere sempre, un legame coltura-cultura)

Mi porto dietro il volo di migliaia di uccelli – sono rondini? Non lo so, ma le chiamo così – che si rincorrono in danze molteplici (armoniose, un po’ folli) nel cielo terso del tramonto.

 ***


Tra le prime cose che leggo al ritorno c’è, su Zoomsud, un articolo di Mimmo Gangemi sulla scarsa lettura in Calabria cui replico con queste osservazioni: http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/70402-il-dibattito-siamo-davvero-sicuri-che-leggere-e-cosi-importante.html




venerdì 27 giugno 2014

Sei un bravo studente? Male. Ti sarà più difficile lavorare







Il Censis certifica (finalmente) ciò che – da un bel po’ di tempo – è (dovrebbe essere) a tutti evidente.

Se studi tanto, se studi bene, se esci dall’università col massimo e ci aggiungi, magari, il massimo, al dottorato, al master o come si voglia chiamare, non è che hai un lavoro assicurato. Anzi.

Ora, che un paese avanzato abbia un così basso numero di laureati e che non riesca neppure a impiegarli è, insieme, scandaloso e molto preoccupante: si gettano alle ortiche anni e anni di investimento sui ragazzi/e in questione, gli si toglie presente e futuro e si agisce contro l’oggi e il domani del paese.

A questo, bisognerebbe aggiungere più di una nota sulla nostra scuola, sulla sua organizzazione complessiva, sui suoi tempi, sulle competenze effettive che riesce a trasmettere e sulla sua reale rispondenza al mondo che molto velocemente cambia, sul carico di problemi che sopporta (essendo, in alcuni territori, se non il solo, uno dei pochissimi presidi di legalità e supplendo a infinite carenze del nostro tessuto sociale).