giovedì 17 luglio 2014

Stoner, un libro bellissimo






A raccontarne la trama, Stoner può apparire un libro noioso e tristanzuolo. Ma non è così. La vita silenziosa del protagonista – il suo costante “non importa” che supera l’io debordante di tanto narcisismo letterario – incatena alle pagine e lascia emozioni profonde.

Un’esistenza “fallimentare” – come lo stesso Stoner la definisce nell’approssimarsi della morte (pagine straordinarie quelle che accompagnano la fine del protagonista) – dove la vita non viene mai maledetta, anzi quietamente abbracciata nei suoi limiti. Una vita qualunque narrata senza ombra di qualunquismo.

L’unica svolta effettiva di Stoner è il suo passaggio, all’Università, da Agraria a Letteratura Inglese. Dall’emozione all’ascolto di un sonetto di Shakespeare al suo primo (e unico) libro, dall’incontro con gli studenti, alle lezioni c’è davvero tanto dell’essere insegnante. Non uno eccelso, uno qualsiasi, mediocre si dirà lui stesso, eppure uno il cuore batte davanti a certe parole: «L’amore per la letteratura, per il linguaggio, per il mistero della mente e del cuore che si rivelano in quella minuta, strana e imprevedibile combinazione di lettere e parole, di neri e gelidi caratteri stampati sulla carta, l’amore che aveva nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò a esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio maggiore. Infine con orgoglio».

La letteratura non gli dà strumenti per affrontare in maniera migliore il rapporto con la moglie (un matrimonio fallito già entro il primo mese), la figlia (che perderà la bellezza infantile scappando dalla pessima aria dei suoi genitori), la giovane amante (che si sacrificherà per evitargli troppi problemi), ma resta la sua ancora interiore, quella per cui, nonostante ogni limite ed errore, manterrà una sua dignità. E che gli consente, arrivato alla fine, di avere una consapevolezza: «Era se stesso e sapeva cosa era stato».

Un libro bellissimo. Da rileggere.

venerdì 11 luglio 2014

Il pesce dolce



Pellaro (Rc)


Pellaro (RC). Pescheria. Piccola, bella. Il bancone allegro di triglie, merluzzi, gamberi, pesce spada, totani, sogliole, alici. Gente in fila. Arriva un uomo, giovane.“E’ il primo giorno che ‘u figghiolu mangia pesce. Mi dovete dare una cosa che non gli resta la bocca amara”.

Mi viene in mente il Vangelo. Luca, cap 11: “Quale padre tra di voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà un serpente al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?”.

lunedì 7 luglio 2014

L'inchino e gli inchini



 
Immagine dal video girato da Il giornale della Piana

Il termine, l’avevo lasciato alla scuola elementare, se non all’asilo. Dove me l’avevano insegnato a fare, l’inchino. Per la madre superiora, per il vescovo in visita. Era un gesto gentile, che, più che omaggiare l’autorità del caso, pareva perfetto per dare un’idea della delicatezza, della grazia, della bellezza delle bambine che piegavano armoniosamente le ginocchia e allargavano le vestine con le mani ad arco come nello sbocciare di un fiore.

Poi, per decenni, è stato un termine che non ho più sentito.

Fino al funesto inchino della Concordia.

E al blasfemo inchino di Oppido.

Che non mi pare l’unico in Calabria.

È tempo di chiudere con le processioni e i cosiddetti festeggiamenti civili delle feste religiose: le luminarie, i cantanti, i giochi di fuoco nella notte, tutto un luna park senza senso.

Chi vuole adorare Dio e onorare i santi ha altre strade: più silenziose, più sobrie, magari più nascoste, ma più luminose.

Gli inchini (e sobri) restino solo un gesto armonioso delle ginnaste e delle danzatrici.

sabato 5 luglio 2014

Ci sarebbe l'Italia senza Torino?






Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa. Umberto Eco

Passo qualche giorno a Torino. Non l’avevo mai visitata, ma, mentre la scopro, mi accorgo di trovare continue conferme. Insomma, verifico che la conosco da sempre. Certo, è molto più bella da vicino, ma in qualche modo il suo passato e il suo presente mi sta(va) già dentro: lo splendore del Museo Egizio, la bellezza del Valentino, l’emozione del Museo del Risorgimento, la meraviglia di Stupinigi, il gioiellino della Pinacoteca Agnelli al Lingotto ecc. ecc.

Mi accorgo che non c’è città italiana – eccezion fatta per Roma, Firenze (non contano Reggio e Napoli, le due tra cui vivo) – che io conosca quanto Torino. 

Saranno stati i libri, i film, forse un bel po’ di esami di Storia Moderna, Storia del Risorgimento e Storia Contemporanea, chissà.

Senza l’Italia – per riprendere Eco – non so come sarebbe Torino, oggi. Ma l’Italia, senza Torino, non so se ci sarebbe proprio stata.

Certo, non sarebbe stato per nulla facile, ma non mi pare che i Borbone ci abbiano mai pensato a fare l’Italia. I Savoia, con tutti i loro limiti e oltre, sì. 

I napoletani, i meridionali, sì, ci hanno pensato, e pagato il loro.

Ma quel dato, nella nostra storia, è tutt'altro che trascurabile.

martedì 1 luglio 2014

Le rondini di Alberobello







Passo una giornata e mezzo ad Alberobello grazie all’invito a partecipare al Convegno nazionale dei Presìdi del Libro.

Non c’ero mai stata e trovo molto bello questo pezzo di Puglia, pieno di verde, che dà l’idea di un’agricoltura curata con attenzione e rispetto.

(C’è, ci dovrebbe essere sempre, un legame coltura-cultura)

Mi porto dietro il volo di migliaia di uccelli – sono rondini? Non lo so, ma le chiamo così – che si rincorrono in danze molteplici (armoniose, un po’ folli) nel cielo terso del tramonto.

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Tra le prime cose che leggo al ritorno c’è, su Zoomsud, un articolo di Mimmo Gangemi sulla scarsa lettura in Calabria cui replico con queste osservazioni: http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/70402-il-dibattito-siamo-davvero-sicuri-che-leggere-e-cosi-importante.html