giovedì 24 febbraio 2022

Elsa di Angela Bubba

 


«Vivere, dunque. O scrivere? Non chiedetemi di scegliere. So solo che la vita pare inaccettabile, mentre la scrittura è una tragedia di gran lunga più felice. (…) A volte mi osservo da lontano. “Sono un panorama”, dico, le membra sigillate in un sogno. Devo essere in un castello, un grande castello interiore ed eterno. (…) A un certo punto inizio a respirare la vergogna, liquida e nera. Tutt’intorno giardini gloriosi, la luce artificiale che mi trapassa la testa. Anche il mio cuore è ferito, posso vederlo, un dardo infiammato l’accarezza facendolo vibrare. Ora ha la forma di un calamaio, un pennino v’intinge la punta e lo strazia devotamente. Quello è il momento in cui vado in cerca di parole, cerco anche il mio nome, ma non lo trovo. Rovisto tra i denti, i reni, dentro nervi e cartilagini.»

Poco più che trentenne e con già molte pubblicazioni al suo attivo, Angela Bubba dedica un romanzo ad Elsa Morante, prepotentemente entrata nella sua vita da quando, sedicenne, «per la prima volta ho posato gli occhi su L’isola di Arturo.» La passione per la Morante – scrittrice e «donna favolosa e umana, immensa e minima nella sua quotidianità, “maestosa e infantile”» come la definisce su fb – avrebbe potuto fuorviare la giovane autrice calabrese – è nata a Catanzaro nel 1989 – verso un ritratto-santino oppure verso una sorta di rispecchiamento, di lei stessa, in quella che viene considerata tra le maggiori (e, da tanti, la maggiore autrice) della nostra letteratura.

Elsa – recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie – è, invece, il racconto limpido, misurato e poetico, frutto di studio accurato e mano leggera, di una personalità quanto mai complessa. Ne emergono le magmatiche contraddizioni che strutturano il carattere della Morante – generosa ed egocentrica, spigolosa e compassionevole, semplice e sofisticata, solitaria e teatrale, triste e allegra: tempestosa, anarchica, magnetica – trovando luminoso scioglimento solo nei suoi romanzi e nei suoi versi.

Angela Bubba ripercorre con devota attenzione e controllata emozione tutti i passaggi della vita della Morante: l’infanzia difficile in una famiglia particolare, col padre che ha dato il suo cognome a figli non suoi; le prime pubblicazioni; l’incontro e il matrimonio con Moravia; l’amicizia e la rottura con Pasolini; la storia con Visconti; il premio Viareggio e il premio Strega (prima donna a vincerlo); l’ amicizia con Natalia Ginzburg e gli amori con uomini molto giovani di lei, uno dei quali morto suicida; il clamoroso successo e le polemiche seguite alla pubblicazione de La Storia; gli anni del decadimento fisico e mentale; la passione per i gatti, il mare, gli scialli e i fiori, soprattutto i girasoli.

Il racconto, in terza persona con brevi inserti in prima, è ricco di dialoghi tra la Morante e i suoi interlocutori e di un discorrere pressoché costante tra lei e Arturo, il figlio volutamente abortito che «le fa visita come un fantasma d’argento, una crisalide che le appare nella stanza, con discrezione». Arturo è come un fuoco continuamente ravvivato nella sua mente, che diventa corpo del protagonista del libro che ne richiama il nome anche nel titolo, e prende forma anche in altri bambini presenti nei libri della Morante. L’insofferenza per la sua madre, la maternità auto-negata e la convinzione che le madri creano inevitabilmente problema ai figli sono l’altra faccia di un convincimento più forte, ovvero che il mondo possa essere salvato solo dai ragazzini: perché, in loro, che vedono tutto per la prima volta, senza esperienza del bene e del male, s’incarna «il fiato magico dell’esistenza.» In sottofondo, serpeggia un personale, poco ortodosso, cattolicesimo che, pure, la porta, talvolta, a entrare in chiesa a pregare, a confessarsi, a sposarsi con rito religioso e a rifiutare il divorzio perché non si può rompere un sacramento e dà, anche attraverso le parole della Bibbia, sostanza ad un senso di colpa che si espia solo nella creazione di mondi immaginari, in cui si realizza il destino di un poeta  (la Morante utilizza il maschile) che si sente «responsabile della giovinezza del mondo»: «La gran parte delle cose, a furia di essere, ambisce alla fine, ma non i libri, non la letteratura, che è un fatto eterno. Col mio modesto lavoro ho voluto solo ribadirlo.»

 

Pubblicato su Zoomsud: http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/108340-la-recensione-elsa-angela-bubba-ponte-alle-grazie

Nessun commento:

Posta un commento