venerdì 20 marzo 2015

La Calabria che vorrei








Per la festa della ripartenza di Calabria d’Autore, la rassegna ideata da Antonio Calabrò, Marco Mauro e Marco Strati, anche un Io vorrei, ovvero una sorta di La Calabria dei desideri.

C’è chi l’ha fatto dal vivo, chi producendo un piccolo video. Io ho inviato questa notarella.



Vorrei che la Calabria non mi facesse più male al cuore.

È così dolce la sua aria e nessun luogo al mondo – per chissà quale fenomeno fisico o perché Morgana, la fata, vi ha intriso di sé mare e cielo – ha la sua luce

Così belli certi suoi odori, quelli della mia infanzia: il pane caldo, l’olio di frantoio, i petrali natalizi, la zagara dei bergamotti, la bianca dolcezza del latte di mandorla.

Incantevoli certi suoi scorci: conche di mare, colline che s’affacciano come terrazze sull’azzurro, aspre montagne misteriose.

Così umile e forte certo suo passato: gli emigranti che l’hanno dovuta lasciare perché non c’era posto per loro, i contadini che riuscivano a farci crescere il grano e gli olivi e le mandorle, le donne che raccoglievano i gelsomini quando la notte cedeva il passo alla prima alba, i pescatori che conoscevano i venti dello Stretto.

Così commoventi certi suoi ragazzi e ragazze, del recente passato e del presente, che hanno studiato tanto, tantissimo, sognando di poter sì viaggiare per il vasto mondo, ma vivendo e lavorando nella loro terra: e non l’hanno potuto né possono farlo.

Ma non è tutta la bellezza che si persa che mi fa più male al cuore.

Quello che più mi pesa è quel senso di impotenza che sembra attraversarne le ossa e invecchia anche le sue giornate di più giovane bellezza.

Il ritrarsi di chi non ha mai avuto o ha perso la speranza che i mali della propria terra possano essere combattuti e vinti. La rinuncia a fare in prima persona qualcosa, anche una piccola cosa, che dica che la storia della Calabria non è finita.

Le parole trattenute per non farsi sentire da quelli che non avrebbero peso alcuno se non gli venisse confermato dai troppi che si fanno invisibili per non dare né avere fastidi.

La diffusa incapacità di fare gruppo, il restare ognuno per sé, in una forma di solitudine che non è una virtù. Piuttosto, una malattia. Che fa male al cuore.

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