venerdì 25 febbraio 2022

Microstorie: Come fichi d'india

 


Uscendo dal cimitero, Teresa si ferma qualche istante sul pianoro. Nella luce del primo mattino, il paese appare come un armonioso anfiteatro che, chiuso all’orizzonte da montagne azzurre pennellate di rosa, ha come palco un mare-lago. Comincia a scendere, velocemente, a piedi, rivolgendo mentalmente espressioni di insofferenza al fastidioso abbaiare di cani, che si spolmonano a difendere chissà che – chi andrebbe mai a infastidire case a ridosso dei morti? La strada è una serie di curve tra il verde di ulivi e fichi d’india con, in lontananza, inserti di azzurro. Rallenta. Respira. All’ultima curva, prima della stradina tra casette addossate l’una all’altra che porta nella strada principale dove affaccia la sua, incontra tre donne. Stanno salendo, anche loro a piedi, dai loro morti.

Teresa abbassa la testa come in un cenno di saluto. Non rispondono. Sono diverse d’altezza; identiche di magrezza e uguale è il colore della pelle, di olive mature. Una ha i capelli lunghi legati a coda, l’altra corti sopra il bavero del cappotto. La terza, che ha in mano un mazzo di fiori, porta un cappello che nasconde i capelli. Tutte e tre hanno gonne scampanate, come usava decenni prima, e scarpe di pelle con tacco basso. Teresa le conosce solo di vista. A distanza. Non sa niente delle tre donne, se non il loro modo di disporsi in chiesa, in tre panche diverse. La più alta, nella terzultima panca, quasi impettita, con le spalle rigide; la più bassa nella penultima, le spalle curve; la terza ancora più indietro, ma di lato, sempre
con un cappello in testa, di lana d’inverno, di cotone d’estate e, in primavera e in autunno, di panno. Mai le ha viste parlare tra di loro né con altri, mai le ha viste sorridere. Le pare di ricordare che qualcuno, chissà quando, le ha raccontato che sono sorelle e vivono insieme. Non si sono mai sposate e si sono mantenute facendo le ricamatrici fino a quando i corredi con le tovaglie e le lenzuola abbellite da lunghe ore di ago e filo non sono del tutto decadute di moda, poi si sono adattate a lavori di rammendo. Hanno un’età imprecisabile, ma più vicina ai settanta che ai sessanta. Quel qualcuno le aveva anche sussurrato un cognome, ma i nomi no, non li sapeva.

Teresa si chiede di quante persone del paese conosce nomi e relazioni e lavoro. Poche. Forse, non riesce a completare neppure le dita delle mani. Ha sempre vissuto lì, ma, per studi e lavoro, ha frequentato più la città vicina e, con l’epidemia, esplosa nello stesso mese dell’inizio della sua pensione, il suo riserbo è diventato un quasi eremitaggio. Ripensa gli snodi della sua vita, le circostanze che ne hanno plasmato un carattere fin dalla prima infanzia indirizzato alla solitudine.

Si chiede quanto ha perso in mancate relazioni e accende il meccanismo di autoaccusa di cui è maestra. Accelera di piedi e si ferma con la mente. Ma davvero è estranea al piccolo mondo che la circonda? Non ha un elenco di parole pregresse per definire le tre donne che ha incontrato, non ha accumulato nel tempo informazioni su di loro, come non ha accumulato informazioni su quasi nessuno. Ma ha sempre guardato – per pudore, solo un mezzo sguardo – fermandosi sulla soglia di vite, che non le sono estranee.

Alle tre donne potrebbe dare nomi che calzino meglio di quelli imposti dai genitori riprendendone di certo almeno due dalle nonne. Nelle sue viscere, conosce la fatica e la dignità dei loro giorni, il ruvido sentimento di ultime foglie aggrappate alla pianta, lo scontroso affetto che, dei semi duri dei fichi d’india, rilascia dolcezza e vigore, il paradiso e l’inferno del loro quotidiano vicendevole sostenersi e controllarsi.

 

giovedì 24 febbraio 2022

Elsa di Angela Bubba

 


«Vivere, dunque. O scrivere? Non chiedetemi di scegliere. So solo che la vita pare inaccettabile, mentre la scrittura è una tragedia di gran lunga più felice. (…) A volte mi osservo da lontano. “Sono un panorama”, dico, le membra sigillate in un sogno. Devo essere in un castello, un grande castello interiore ed eterno. (…) A un certo punto inizio a respirare la vergogna, liquida e nera. Tutt’intorno giardini gloriosi, la luce artificiale che mi trapassa la testa. Anche il mio cuore è ferito, posso vederlo, un dardo infiammato l’accarezza facendolo vibrare. Ora ha la forma di un calamaio, un pennino v’intinge la punta e lo strazia devotamente. Quello è il momento in cui vado in cerca di parole, cerco anche il mio nome, ma non lo trovo. Rovisto tra i denti, i reni, dentro nervi e cartilagini.»

Poco più che trentenne e con già molte pubblicazioni al suo attivo, Angela Bubba dedica un romanzo ad Elsa Morante, prepotentemente entrata nella sua vita da quando, sedicenne, «per la prima volta ho posato gli occhi su L’isola di Arturo.» La passione per la Morante – scrittrice e «donna favolosa e umana, immensa e minima nella sua quotidianità, “maestosa e infantile”» come la definisce su fb – avrebbe potuto fuorviare la giovane autrice calabrese – è nata a Catanzaro nel 1989 – verso un ritratto-santino oppure verso una sorta di rispecchiamento, di lei stessa, in quella che viene considerata tra le maggiori (e, da tanti, la maggiore autrice) della nostra letteratura.

Elsa – recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie – è, invece, il racconto limpido, misurato e poetico, frutto di studio accurato e mano leggera, di una personalità quanto mai complessa. Ne emergono le magmatiche contraddizioni che strutturano il carattere della Morante – generosa ed egocentrica, spigolosa e compassionevole, semplice e sofisticata, solitaria e teatrale, triste e allegra: tempestosa, anarchica, magnetica – trovando luminoso scioglimento solo nei suoi romanzi e nei suoi versi.

Angela Bubba ripercorre con devota attenzione e controllata emozione tutti i passaggi della vita della Morante: l’infanzia difficile in una famiglia particolare, col padre che ha dato il suo cognome a figli non suoi; le prime pubblicazioni; l’incontro e il matrimonio con Moravia; l’amicizia e la rottura con Pasolini; la storia con Visconti; il premio Viareggio e il premio Strega (prima donna a vincerlo); l’ amicizia con Natalia Ginzburg e gli amori con uomini molto giovani di lei, uno dei quali morto suicida; il clamoroso successo e le polemiche seguite alla pubblicazione de La Storia; gli anni del decadimento fisico e mentale; la passione per i gatti, il mare, gli scialli e i fiori, soprattutto i girasoli.

Il racconto, in terza persona con brevi inserti in prima, è ricco di dialoghi tra la Morante e i suoi interlocutori e di un discorrere pressoché costante tra lei e Arturo, il figlio volutamente abortito che «le fa visita come un fantasma d’argento, una crisalide che le appare nella stanza, con discrezione». Arturo è come un fuoco continuamente ravvivato nella sua mente, che diventa corpo del protagonista del libro che ne richiama il nome anche nel titolo, e prende forma anche in altri bambini presenti nei libri della Morante. L’insofferenza per la sua madre, la maternità auto-negata e la convinzione che le madri creano inevitabilmente problema ai figli sono l’altra faccia di un convincimento più forte, ovvero che il mondo possa essere salvato solo dai ragazzini: perché, in loro, che vedono tutto per la prima volta, senza esperienza del bene e del male, s’incarna «il fiato magico dell’esistenza.» In sottofondo, serpeggia un personale, poco ortodosso, cattolicesimo che, pure, la porta, talvolta, a entrare in chiesa a pregare, a confessarsi, a sposarsi con rito religioso e a rifiutare il divorzio perché non si può rompere un sacramento e dà, anche attraverso le parole della Bibbia, sostanza ad un senso di colpa che si espia solo nella creazione di mondi immaginari, in cui si realizza il destino di un poeta  (la Morante utilizza il maschile) che si sente «responsabile della giovinezza del mondo»: «La gran parte delle cose, a furia di essere, ambisce alla fine, ma non i libri, non la letteratura, che è un fatto eterno. Col mio modesto lavoro ho voluto solo ribadirlo.»

 

Pubblicato su Zoomsud: http://www.zoomsud.it/index.php/cultura/108340-la-recensione-elsa-angela-bubba-ponte-alle-grazie

lunedì 21 febbraio 2022

Marìas, Isabel Allende e L'amica geniale della Ferrante

 


Javier Marìas, Isabel Allende e Elena Ferrante non hanno niente in comune se non che ho letto in sequenza l’ultimo libro dei primi due e sto vedendo in tv la serie tratta da L’amica geniale.

Ho avuto la fortuna di leggere Tomàs Nevinson subito dopo aver letto Berta Isla e, quindi, di aver seguito senza soluzione di continuità le vicende di questa coppia resa particolare dal mestiere di lui, che fa – è – un agente segreto. Entrambi libri notevoli, l’ultimo pervaso da domande tutt’altro che banali, in particolare sulla liceità dell’assassinio quando la morte di uno può salvare tanti. Chissà se nel corso del 2022 verrà pubblicato un libro che abbia un equivalente spessore letterario.

In Violeta della Allende, a un certo punto la protagonista, parlando della sua vitalità, verga questa perla: “In un’altra epoca, o in una cultura diversa, per esempio in qualche paesino della Calabria, una donna che ha superato i sessanta anni sarebbe una vecchia vestita di nero.” Segno che la Calabria soffre di una narrazione stereotipata. Urge che almeno i calabresi la raccontino com’è, nella sua complessità.

Non sono mai una fan della Ferrante, i suoi romanzi non mi hanno convinto. Vedendo la trasposizione tv, mi sto chiedendo se in questa scarsa simpatia non ci sia (anche) una sorta di insofferenza per quell’immedicabile smarginatura che, al di là della distanza dai due personaggi, fa parte anche della mia esperienza, personale e generazionale. Sulla Stampa, Elena Stancanelli ha fatto delle osservazioni che meritano una riflessione: Nessuno di noi vorrebbe essere Lila, o Lenù. Ma ognuna di noi ha dentro qualcosa di entrambe, una fatica, una vergogna, una chiusura. Una smarginatura. E tutte noi, nessuna esclusa, siamo figlie di quelle donne lì, che hanno lottato contro quelle madri, che non sapevano neanche dire quello che volevano essere. Donne odiose, irrisolte, faticose. E di quegli uomini, tenacemente aggrappati a quello che stavano perdendo, il predominio, l'arroganza, il privilegio di soggiogare. L'amica geniale racconta il momento in cui il mondo ha preso la forma a cui siamo oggi abituati. Anche per questo ci cattura, perché è una specie di manuale di istruzioni della nostra infelicità.”