sabato 14 aprile 2012

Vento salato con goccia di miele


Un venticello fresco, che faceva scivolare veloci nel cielo nuvolette orlate di rosa, le svegliò prima dell’alba. Uno strano fruscio le condusse ad uno stanzino d’attrezzi accatastati e sparsi, proprio sotto il melo cotogno, i cui frutti di un verde sabbioso stavano maturando al sole di luglio.

In un vecchio secchio di plastica blu, basso e largo, una gatta bianca e grigia stava allattando un imprecisato numero di batuffoli pelosi. Non si spaventò né si innervosì d’essere scoperta. Piegò all’indietro la testa e le guardò con occhi grandi e tranquilli. Era una gatta domestica, ma senza padrone, che gironzolava libera, mangiando dove le lasciano i resti del pranzo e della cena, dormendo qui e là e facendo ugualmente danni in ogni cortile.

Di quella maternità, in altro tempo, Francesca, forse, si sarebbe appena accorta, Maria avrebbe sorriso e Rosa sarebbe andata a curiosare. Ma le tre sorelle erano, da pochi giorni e per la prima volta, tornate, da differenti città, nella vecchia casa familiare che s’affacciava sulle onde calabre mescolate di Jonio e Tirreno. Provate da dolori recenti, diversi ma ugualmente pesanti, speravano di sarcire le ferite del cuore passando i fili del vicendevole affetto nelle crune d’ago di odori, colori, cibi, lingua dell’infanzia. Perciò percepirono il piccolo avvenimento come un miracolo.

Nei giorni seguenti, fu pace restarsene a guardare i gattini quando allattavano o dormivano l’uno intrecciato all’altro, ma uno slargo più grande per gli occhi ed il cuore fu assistere, poi, a tutte le piccole conquiste della crescita, soprattutto ai mille tentativi di scalare le pareti del secchio blu che era la loro casa.
L’aggrapparsi con le zampette davanti, le coscette larghe e le codine in alto, l’esserci quasi riusciti e ricadere indietro, pancia all’aria e, ancora più spesso, tirarsi giù l’uno con l’altro: un pizzico d’invidia in un gioco tra fratelli, che poi si carezzavano vicendevolmente, si mordicchiavano, si rotolavano, aggrovigliandosi in un’unica morbidezza pelosa.


La gatta madre andava ad allattarli, si fermava a rinfrescarsi sotto la grande felce, poi andava via a mangiare e riposare nel cortile d’una casa vicina. Nonostante la magrezza, lasciava accoccolare i piccoli nel suo stomaco, allargando le zampe-braccia come in un’ansa di mare e li allattava a lungo, dopo averli leccati uno ad uno e, col muso, li respingeva indietro nel secchio, come fosse troppo presto per andare via. Dolce, mansueta, umile e regale. Ognuna delle sorelle – più sprucida Francesca, più estasiata Maria e più ironica Rosa – la guardava con ammirazione.

Un pomeriggio, uno dei due gattini rivelatisi neri, dopo vari tentativi di uscire dal secchio risalendone le pareti, saltò fuori con un gran balzo. Per questo, Rosa gli diede nome Prometeo. L’altro nero lo chiamò Epitemeo; il bianco, Teseo. Il più bello, il grigio, aveva occhi cerulei da Venere – osservò – e non poteva che chiamarsi Glaucopis o Glaucopide.

Balzato fuori dal secchio, Prometeo finì sotto una cassetta, da cui, giacché non ce la faceva a tornare indietro, lo tirarono fuori dopo qualche ora Maria e Rosa restituendolo, tremante, ai tre fratellini che si erano rintanati, anche loro tremanti, in un angolo del secchio. A cena, le tre sorelle ritrovarono il riso da tempo perduto immaginando le discussioni serali della famigliola: i tre fratellini che accusavano il troppo audace d’averli lasciati soli, lui che si difendeva, magari con la piccola bugia d’essere solo caduto, la gatta madre che impartiva ordini, buffetti e carezze.

Il giorno dopo, tutti e quattro i gattini ripresero il loro allenamento all’uscita e due mattine dopo, all’alba, le donne trovarono il secchio rovesciato e i quattro che sgattaiolavano nella casetta degli attrezzi. Si chiesero cosa avrebbe fatto la gatta madre, che all’inizio passava tutta la notte con loro ma da alcuni giorni, dopo aver fornito cena alla prole, si faceva rivedere solo per colazione. Quando arrivò, si stese, allattandoli con comodo (negli ultimi giorni, essendo il secchio troppo piccolo per tutti, era stata in piedi a mo’ di lupa romana) e a lungo.

Maria – che più s’era aggrappata ai gattini per affrontare l’affannoso snodarsi dei giorni – quasi ormai convinta che la madre li avrebbe lasciati ancora per qualche giorno, magari fino alla fine delle loro vacanze, si consolava immaginando che li avrebbero visti rincorrersi nel cortile, fare a nascondino tra le piante, afferrarsi per le codine, rotolarsi nello sporco.

Meno di un’ora dopo, invece, la gatta li portò ad un angolo del cortile, afferrò il grigio dalla collottola, risalì il muretto di cinta e scomparve. Una o due volte nella mattinata, tornò, rimase qualche minuto, si rifiutò di allattare i piccoli, che, appiattiti in uno spazio minimo, si facevano sempre più piccoli e a vederla già scodinzolavano lieti e ne cercavano le mammelle. Solo cinque ore dopo, prese Teseo e pochi minuti dopo Epimeteo. Poi nuovamente scomparve. Rimasto solo, il piccolo Prometeo, si rintanò in un angolo facendosi ancora più piccolo e debole: per senso di abbandono oltre che per fame.

Era ormai metà pomeriggio quando, ritrovata al telefono all’estero una veterinaria amica, Rosa si procurò del latte di capra e cercò di nutrirlo con una siringa e imbruniva quando la gatta tornò a prenderlo. Maria vide dove era diretta e le si strinse lo stomaco. Qualche flebile, esangue miagolio non la tranquillizzò – tanti, intorno, avevano fama d’uccidere i gatti piccini. Quel senso leggero di balsamo della loro presenza, le si raggrumò in cristalli di sale: aguzzi e amari.

Per tre giorni, non si avvertì traccia dei gattini; la gatta, invece, si vedeva, nel cortile della casa accanto, mangiare insieme ad altri gatti, dormire tranquilla. Falsamente indifferente Francesca, volutamente ottimista Rosa, inquieta Maria, le tre sorelle la seguivano da balconi e terrazzo, informandosi a vicenda sul suo andare e venire, attraverso percorsi inutilmente lunghi e pericolosi, verso il luogo dove, chissà, se la aspettavano ancora tutti i bellissimi quattro.


La sera del terzo giorno – come annuncio di una piccola resurrezione – alcuni squittii fecero ipotizzare – ma ognuna delle sorelle tenne il pensiero per sé – che i gattini fossero molto vicini a casa o, chissà, magari fossero addirittura. Il mattino dopo, squittii ancora più ravvicinati le fecero affacciare al balcone.
La gatta, cui non avevano neppure provato a dare un nome proprio, stava conducendo Teseo in un cortile vicino, dove i croccantini, sparsi con generosità, erano sufficienti per più famiglie di mici. Lo nascose in una parte riposta e scura, poi, quieta, si addormentò su una sedia bianca.

Durante il giorno, Maria e Rosa non riuscirono ad osservare nessun altro trasloco, ma la sera e il mattino dopo, lei di nuovo dormiva, abbandonata e quieta, sulla sua sedia.
Nel cuore di Maria il vento rimase salato, ma con una goccia di miele.


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