giovedì 18 novembre 2021

Shtisel, che grande operazione culturale

Shtisel è stata trasmessa, in Italia, a partire dal 2018 su Netflix in tre stagioni per complessive 33 puntate. Gli affezionati sperano nella quarta.

 

Shtisel è, probabilmente, la più riuscita operazione culturale degli ultimi anni e, nella sua terza stagione, la cosa più bella della tv del 2021. Livello altissimo della sceneggiatura, dell’interpretazione, della fotografia, della musica per una serie solo sottotitolata (è in yiddish-israeliano), che racconta la quotidianità (i cibi, le preghiere, le discussioni, i dolori, le gioie, l’autoironia) di un gruppo ortodosso ebraico. Lo fa senza giudizi di sorta, seguendo personaggi che non sono manichini di un cliché, ma persone che, pur identificandosi in una regola comune, sono alla ricerca di un’identità personale, di affetti e di lavoro. La lotta per comporre il loro desiderio personale con una prassi religiosa esigente avvertita come scelta libera e appagante dà spessore alle vicende dei diversi membri della famiglia Shtisel. Focalizzate con pudore e discrezione come tanti piccoli romanzi all’interno del romanzo complessivo.

Oltre alla qualità altissima della scrittura, della recitazione, della regia, ad inchiodare lo spettatore /trice alle vicende di Shulem, di Akiva, di Giti, di Ruchami, di Nuklem, di Lippe e di tutti gli altri è, forse, il fatto che egli/ella non vorrebbe vivere neppure mezza giornata in un mondo così pieno di regole lontanissime dal moderno concetto di libertà (basta pensare alla scelta del fidanzato/a affidata a un sensale), e ritmato da un continuum di preghiere che appare estraneo alla nostra società post-cristiana, eppure ne avverte uno strano fascino. Come se l’evocazione di un mondo e di relazioni meno fluidi di quelli in cui vive gli/le desse il conforto della sicurezza, dei limiti ben tracciati all’interno dei quali nasce, si sviluppa, si realizza il desiderio personale: come desiderio, principalmente, di un “tu” che sia l’altra metà di se stessi (un’unità che si può realizzare solo quando ciascuna delle due metà è piena e completa).

 

 

 

 

 


sabato 13 novembre 2021

La figlia unica di Abraham B. Yehoshua

 


La figlia unica, pubblicato da Einaudi, (stesso titolo del bel libro di Guadalupe Nettel), è, molto probabilmente, il più semplice dei libri di Abraham B. Yehoshua. E potrebbe, purtroppo, essere anche l’ultimo se l’avanzare della malattia gli impedisse di concludere quello che sta scrivendo e che, di questo, sarebbe la continuazione.

Al centro, una tematica cara a Yehoshua, l’identità ebraica. Che si misura, stavolta, con una società quasi totalmente non ebrea. La vicenda si svolge, infatti, in Italia. Omaggio ad un paese molto amato dal grande scrittore israeliano, che omaggia anche Edmondo De Amicis e il suo Cuore, il libro che ha deciso il suo destino, convincendo a dedicarsi alla narrativa.

Rachele, la ragazzina protagonista, che si sta preparando per il Bat Mitzvah e che, per ordine del padre ebreo non praticante, non può rappresentare la Madonna nella recita natalizia della scuola, ha il brio e la serietà della gioventù, quando i ragazzi/e vogliono capire e fare ciò che è giusto, e pone agli adulti domande spiazzanti.

Ed è lei, in una sorta di accelerato corso formativo messo in movimento dalla malattia quasi certamente mortale del padre e a cui partecipano i nonni e la maestra – figura quest’ultima decisiva (Nb: in Italia gli insegnanti non vanno in pensione a Natale; ma su questa svista di realismo, possiamo tranquillamente sorvolare) – che tirerà le fila di questo romanzo-apologo-forse testamento spirituale dell’autore:

«Non un altro dio, papà, hai ragione, il mondo non ha bisogno di un altro dio. Di dei ce ne sono già troppi.

– Allora cosa vuoi che venga al mondo?

– Qualcuno che rimanga con me.

– Con te?

– Sì, con me. Non un dio ma un fratello, un fratello che stia con me quando tu non ci sarai più.»

martedì 9 novembre 2021

Se la liturgia è opaca

 


Manuel Belli, teologo e sacerdote della diocesi di Bergamo, ha scritto un libro intitolato L’epoca dei riti tristi, edito da Queriniana. Non ho letto il libro, solo la recensione che ne fa Avvenire a firma di Roberto Righetto. Anche se il testo affronta un ambito più ampio, “il discorso riguarda in particolare la celebrazione della Messa domenicale, spesso contrassegnata da banalità e sciatteria se si pensa alle omelie, e tutte le altre le funzioni, dai battesimi ai matrimoni ai funerali”.

Come si fa a non essere d’accordo?

Faccio parte della minoranza che si dice cattolica che frequenta abitualmente la messa domenicale. Capita, talvolta, che la presenza di un prete dotato di particolare intensità o un qualche personale dolore o gioia dia alla celebrazione il senso del sacro. Il più delle volte, invece, si tratta di un tempo scipito.

Naturalmente, ognuno sente a modo proprio e, accanto me, c’è chi vive quello stesso tempo con una pienezza che io non avverto. Ma, al di là del limite mio, penso che la liturgia attualmente risulti opaca: non è capace di rispecchiamento.

Non credo che la risposta sia nel ritorno al rito antico. Le messe in latino della mia infanzia avevano una color di sacro più evidente – e reso plasticamente anche dall’officiante rivolto all’altare, a guidare la preghiera di tutti verso l’Altissimo – ma era un’epoca in cui il senso del sacro era più generalmente diffuso. In ogni caso, la bellezza del latino non vale la possibilità di capire quello che si dice e si ascolta.

Mi limito ad un punto. Nella messa attuale, c’è un eccesso di parole. Tre letture bibliche più un salmo dopo i riti d’introduzione e prima del credo e della preghiera dei fedeli (formule spesso lontane dalla comunità che le legge) uniti a omelie in buona parte di banalità da infimo programma tv quando non, e magari anche, sfiancanti per durata e a canti dal debole contenuto (oltre che da tappi alle orecchie): troppe, troppe parole.

E troppe parole equivalgono a vuoto: non quello del silenzio ricco di senso, ma quello senza senso.

Ho conosciuto un prete che diceva che quando un cattolico non si alza la domenica felice di andare a messa c’è qualcosa che non va. Ma, forse, non solo in lui, che qualcosa non va.