venerdì 25 giugno 2021

Liberare il futuro. Arriva in libreria il nuovo libro di Nisida

Arriverà a giorni in libreria e sui siti librari online - lo potrete trovare anche al Salone del Libro di Napoli dall'1 al 4 luglio - il dodicesimo volume prodotto nell’ambito del progetto Nisida come Parco Letterario e Naturale. Questa è la mia prefazione al libro, edito da Diego Guida, che ho avuto ancora una volta la fortuna di curare:

Disegno di copertina di Cecilia Latella, ispirato a una foro di Ciro Orlandini


 

Tantissimi morti. Posti di lavori persi. Scuole chiuse. Progetti di vita sospesi o annullati. Solitudini di relazioni umane solo a distanza. La pandemia che da più di un anno ha modificato le nostre vite, provocando o aggravando la crisi demografica, economica, sociale del paese ha portato – insieme allo spreco di troppe parole, inutili o peggio, passate in tv e sui social – anche alla povertà di troppi silenzi vuoti.

Milioni e milioni di parole – buone, belle, gentili – non sono state pronunciate. Quelle degli anziani che non sono più potuti andare in parrocchia o a giocare a bocce, dove avrebbero incontrato qualche amico. Quelle di amici che si vedevano in cene che sono state sospese a tempo indefinito. Quelle che piccoli alunni che, nelle difficoltà dell’alternanza tra didattica in presenza e didattica a distanza, non hanno avuto modo di apprendere

I ragazzi che arrivano a Nisida, di parole, ne hanno sempre troppo poche. Non possono rischiare di perderle, anzi devono acquistarne. Perché meno parole vuol dire meno pensiero, meno autonomia, meno libertà: più dipendenza da chi vuole usarti, più invisibilità sociale, più rabbia che si accumula e può esplodere male. In sintesi: meno vita.

Il Laboratorio di Scrittura 2021 è stato un piccolo spazio-tempo in cui i ragazzi hanno cercato le parole per ripensare lo spaesamento di un tempo doppiamente sospeso (per la detenzione e per la pandemia). In maniera da restituire a se stessi quello stesso tempo non come un limbo che annulla il passato e blocca ogni ipotesi di futuro, ma come un allenamento fiducioso al tempo nuovo che verrà, con i contorni che ciascuno sarà stato in grado di immaginare e costruire già nel presente. Affrontare se stessi come sfida che spinge oltre.

Il Laboratorio di Scrittura si è svolto in forma composita, grazie alla stretta collaborazione tra più soggetti: on line Adele Micillo ed io, nonché ciascuno dei sei scrittori partecipanti al progetto. La prima a incontrare i ragazzi è stata Daniela De Crescenzo, che ha affrontato il tema della Covid a Nisida. Si sono poi succeduti: Viola Ardone (La pandemia e il web); Patrizia Rinaldi (La speranza per il dopo epidemia); Riccardo Brun (Il desiderio possibile); Antonio Menna (L’importanza della salute). Ha chiuso Sara Bilotti (Quel che il covid ci ha insegnato).

In aula, con i ragazzi, i professori Gigi Salvati e Anna Zazo, che hanno curato il contributo scritto dei ragazzi partecipanti. Il supporto tecnico è stato assicurato da Paolo Spada, coordinatore dell’Area pedagogica di Nisida.

A distanza, hanno dato un contributo al nostro progetto Gioacchino Criaco, scrittore-giornalista particolarmente attento alle problematiche relative al carcere, che ci ha regalato un racconto Nino che non sapeva giocare, sulla fondamentale importanza della scuola e, in particolare, della scrittura nel processo di “liberazione” da vincoli che producono male e sofferenza e la poetessa Maria Grazia Calandrone, già ospite dell’Istituto nella stessa visita che aveva portato a Nisida, nel 2014, Yves Bonnefoy. Il suo libro Splendi come vita è stato al centro dell’attenzione dei ragazzi nel Laboratorio di Lettura, svolto sempre con modalità parte online e parte in presenza. Candidato allo Strega, è stato quello votato dai ragazzi per lo Strega Giovani, della cui giuria facciamo parte da molti anni.

Incontri, conversazioni, lettura e scrittura come tessere per costruire una speranza possibile: cercando in se stessi un desiderio che possa farsi scelta: per trovare strade nuove e gambe forti per percorrerle. Una speranza che implica la fatica personale del ri-fare se stessi ed ha bisogno di un appoggio esterno per potersi realizzare.

 


Se i vaccini sgonfiano il gender

Immagine dal Web

“Genere” era una parola chiara che definiva il “femminile” e il “maschile”.

Poi arrivò il gender che – decenni fa – era anch’esso una cosa chiara: sostenendo che la “cultura” e non la “natura” producevano certi effetti: era, per esempio, un effetto “culturale” e non “naturale” il fatto che le donne fossero considerate atte a svolgere solo certi lavori.

Quando la Beauvoir scriveva che “donne si diventa, non si nasce” non negava che le donne erano biologicamente femmine diverse dagli uomini biologicamente maschi, ma sottolineava che sull’ inverarsi (per dirla alla Gianbattista Vico) della loro biologia (come su quella dei maschi/uomini) agivano l’ambiente di vita, l’educazione, la cultura.

Oggi il gender indica la divaricazione tra l’oggettivo e il soggettivo. Afferma che non si diventa donne nascendo femmine e uomini nascendo maschi, ma che la biologia non conta, e conta solo “quello che si sente di essere”.

Se ci si confrontasse con l’oggettività del reale, a sgonfiare il palloncino gender come sesso determinato dalla semplice percezione, senza base biologica, basterebbe, forse, l’attuale esperienza dei vaccini antipandemia. Dove è stato lampante che le reazioni del corpo femminile e di quello maschile non sono state le stesse, tanto che più di un esperto ha dichiarato che, nel prossimo futuro, bisognerà occuparsi anche di farmaci “al maschile” e “al femminile”.

giovedì 24 giugno 2021

Il decreto Zan e l'autogol del Vaticano

 

Da La Repubblica di oggi

Uno. Il ddl Zan è, come molte nostre leggi ahimè, un po' pasticciato a partire, ma non solo,  dalla faccenda del gender, su cui si sono mosse fin dall’inizio le femministe storiche, incredibilmente ignorate dal Pd.

Due. Considero sbagliato l’intervento del Vaticano. È possibile che, adesso, si arrivi, in Parlamento, ad una norma più equilibrata. Sarà, nel caso, un buon risultato per il nostro paese. Per il Vaticano, potrebbe, invece, essere una di quelle battaglie vinte che accelerano la sconfitta della guerra. L’intervento diplomatico è stato il segno di chi getta in campo il suo “potere”, denunciando la sua “debolezza”: la difficoltà  della Chiesa a proporre, nel dibattito culturale, le proprie ragioni, ovvero la sempre più accentuata marginalità. Lo stesso intervento ha fatto riemergere, nel paese, un tasso di anticlericalismo diffuso, frutto, anche, di pregiudizi, ignoranza ecc. Esempio: tanti a scrivere, ieri, sui social, contro il Concordato: e non uno che abbia rilevato che, a volerlo in Costituzione, è stato anche un signore che si chiamava Togliatti, che il senso del confronto con la realtà lo possedeva.

Tre. “Senza voler entrare nel merito della questione della legge Zan devo però precisare che il nostro è uno Stato laico e non confessionale quindi il Parlamento è libero di discutere e legiferare. Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino i principi costituzionali e gli impegni internazionali tra cui il Concordato con la Chiesa, vi sono controlli preventivi nelle competenti commissioni Parlamentari e poi ci sono i controlli successivi della Corte Costituzionale. La laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso ma tutela del pluralismo e delle diversità culturali”. La risposta, in Parlamento, di Mario Draghi - in cui si avverte anche la saggezza di Mattarella (e, perché no?, anche quella di Napolitano visto ieri dal premier) - è perfetta: una lezione di stile istituzionale.

Quattro. Del Concordato in atto, cambierei subito una norma. Sono, da sempre, per l’eliminazione dell’ora di religione cattolica, e relativi insegnanti scelti dalle curie e pagati dallo Stato e per la sua sostituzione con Storia delle religioni, con docenti adeguatamente preparati, uno sguardo ampio alle diverse fedi e uno spazio alla religione cattolica adeguato all’importanza che ha (avuto) nella nostra storia: un’opportunità per i giovani di capire un po’ di più il complesso mondo in cui viviamo, la realtà da dove veniamo, il senso profondo della nostra tradizione culturale, della nostra grande letteratura, da Dante a Manzoni,

sabato 19 giugno 2021

Leggere a Sud. Ovvero come aggiungere vita alla vita

 

«Protagonisti coccolati nelle piazze ma grandi assenti nelle case. Il rapporto tra le regioni del Sud e i libri risulta schizofrenico. Negli ultimi dieci anni festival, rassegne e premi (spesso in concomitanza con le vacanze estive e con formule che mescolano arte e spettacolo) hanno puntato sul libro per potenziare l’offerta del territorio e per provare, in alcuni casi, a riscriverne l’immagine. Con la spinta della piccola e grande editoria, e il sostegno di fondi pubblici e privati, gli organizzatori sono riusciti ad imporre nel panorama nazionale realtà come il Salerno Letteratura (Salerno), il Taobuk (Taormina) il Libro possibile (Polignano a Mare), Trame Festival (Lamezia Terme), il festival Leggere&Scrivere (a Vibo Valentia, nominata capitale italiana del libro 2021). A riprova dell’esistenza di competenze e passioni. Un attivismo, però, al quale fanno da (amaro) controcanto le statistiche: la vitalità “festivaliera” non ha inciso infatti neppure di un solo punto percentuale sul drammatico rapporto tra il Sud e la lettura. In Campania come in Calabria, in Sicilia come in Puglia, i libri che vengono presentati nelle piazze affollate raramente finiscono nelle librerie delle case. Perché nelle case una libreria, spesso, non c’è. La circostanza non dovrebbe sorprendere nessuno. I rapporti dell’Istat sulla lettura in Italia raccontano da un ventennio la stessa cosa. Segno che il problema è strutturale e che le politiche per invertire la tendenza (se e quando ci sono state) sono state fallimentari. Partiamo dai dati più recenti: nel 2019 al Sud solo il 27% (persone con più di 6 anni) ha letto almeno un libro; nel Nord-est il 48%. E l’anno prima? Il 26,7% contro il 48,4%. Inutile cercare a ritroso segnali di un trend diverso: la disuguaglianza territoriale nella fruizione culturale è una delle costanti delle rilevazioni Istat. Una prova? Vent’anni fa (dati relativi all’anno 2000) il Sud era al 26%, il Nord-est al 45,2%. Praticamente quasi doppiati. Un gap che sarebbe semplicistico (come dimostrano i dati in controtendenza della Sardegna) ridurre solo a questioni di reddito. Livello di istruzione dei genitori, familiarità e accesso ai libri. Sembrano questi i tre pilastri che reggono la relazione con la lettura»

Così Francesca Chirico in un articolo intitolato Il Mezzogiorno d’Italia e la lettura: un rapporto schizofrenico pubblicato su SUDEFUTURIMAGAZINE che ha il merito di accendere una luce – oltre che su un’offerta culturale incapace di uscire da una bolla autoreferenziale e sulle persistenti difficoltà della scuola (nonostante l’encomiabile impegno di tanti) – sullo stato delle biblioteche cittadine: «Se ti va bene nel tuo comune ce n’è una, la troverai aperta ed accogliente, e incontrerai impiegati interessati che ti illustreranno i servizi (postazione internet, prestito on line, etc) e le iniziative (reading, premi, rassegne cinematografiche) che la biblioteca organizza per i ragazzi. Ne uscirai con la tessera in tasca e, chi può dirlo?, un biglietto per un destino diverso. I numeri, però, dicono che un quadretto così al Sud è abbastanza raro: nel 2019, delle 7.425 biblioteche pubbliche (statali e non statali) aperte al pubblico più della metà è al Nord (58,3%) mentre il Sud si attesta, invece, al 24,2%. Poche, dunque, ma non è questo il dato più grave. I dati su tessere e prestiti dicono, soprattutto, che le biblioteche del Sud hanno un “indice d’impatto” bassissimo (Istat, 2020). Tradotto: anche se ci sono, la gente non ci entra perché non sono seducenti spazi di comunità e luoghi di cultura, ma grigi uffici pubblici, e degli uffici pubblici hanno orari assurdi, carenza di servizi e personale inadeguato. Colpa del destino cinico e baro del Sud, passato da Pitagora all’analfabetismo? No, precise responsabilità di gestioni politiche e amministrative indifferenti al settore che, per sua disgrazia, si presta poco ad affollati tagli di nastri e richiede visione a medio e lungo termine (una dote non troppo frequente tra gli amministratori).»

Ho davanti agli occhi un doppio esempio. Uno negativo. Pellaro, quartiere sud di Reggio, trentamila abitanti, un centro civico – per fortuna adesso adibito a hub vaccinale – che, se la memoria non mi inganna, avrebbe dovuto ospitare anche una biblioteca: che non c’è. Come non c’è un teatro né una sala cinematografica. Uno positivo. MeMo, la Mediateca Montanari di Fano (60mila abitanti) che, quando ebbi la fortuna di visitare, mi sembrò un mondo meraviglioso: bambini, anziani, persone d’ogni età che, in ambienti accoglienti e in un’atmosfera serena, consultavano volumi, leggevano, avevano a disposizione internet, vedevano filmati, giocavano, discutevano. Un modo per costruirsi come singoli e, insieme, come collettività.


Negli ultimi anni, insieme a Giuseppe Laganà e grazie alla grande disponibilità di Eva Nicolò, dirigente scolastica dell’IC Cassiodoro-don Bosco, ho promosso il Pellaro Libri, incontri con autori dal titolo complessivo La Calabria si racconta. Il Pellaro libri si è svolto a costo zero, in maniera del tutto volontaria, senza alcun finanziamento, senza nessun gettone agli autori. L’analisi sulla presenza e l’interesse del pubblico (in estate arricchito dai “vacanzieri”) mi fin dall’inizio (im)posto riflessioni che – dopo la pandemia che (ne siamo o meno consapevoli) ha modificato e continuerà a modificare molti dei nostri approcci e percezioni – diventa più necessario affinare.

Sono sempre più convinta che, sebbene qualsiasi goccia possa essere benefica nell’arsura, offrire un palco (piccolissimo) ad alcuni autori, per quanto interessanti, senza una qualche ricaduta culturale sull’ambiente, rischi di essere solo un piacevole diversivo pomeridiano o serale. E che, soprattutto nei territori dove la scuola è l’unico, effettivo, presidio culturale, è intorno ed in integrazione ad essa che vanno esperiti progetti che hanno a che fare con i libri, la lettura, il relativo dibattito, i reading, le rielaborazioni mediatiche dei testi e quant'altro. Come esperienza che aggiunge vita alla vita, la estende ed approfondisce, la rende più bella e più umana.

NB Non mi riferisco a nessuno dei festival indicati.