lunedì 30 agosto 2021

Storie di un'estate nuova: Gatta Nossi, la santa

 


Rimasta, nel giro di qualche mese, vedova e orfana (di madre; il padre era morto da tempo), e con l’unica figlia ricercatrice in America, Rosella Smorto si ritrovò sola, nella villetta non lontana dalla chiesa nuova, con l’unica compagnia di gatta Lucy. Nei due anni che le mancavano per la pensione, continuò a insegnare storia e filosofia nel liceo classico al centro della città, a una decina di chilometri dalla sua casa. Nel resto del tempo, leggeva, alternando saggi ponderosi all’amato Maigret, ritirandosi mano a mano da tutte le non poche attività culturali in cui, in precedenza, aveva profuso intelligenza e sensibilità non comuni. Lucy morì qualche settimana dopo la fine del suo ultimo anno scolastico. Rosella la avvolse in una copertina su cui aveva ricamato il nome a piccoli punti catenella, la mise in una scatola di scarpe, poi in altre scatole, fece una buca nel piccolo giardino sul retro della casa e, dove la seppellì, trapiantò un ficus benjamin. Si fece aiutare da Alisha, una signora indiana che da molti anni si occupava dei lavori domestici più pesanti. Umile e garbata, una presenza discreta e confortante, anche la signora indiana la lasciò presto, richiamata dal marito che aveva trovato un lavoro più remunerato a Monaco. Alisha le raccomandò una sua nipote, arrivata da pochi mesi – “Ti troverai bene, è più brava di me” (Alisha le aveva sempre dato il tu: uso che le sembrava strano e, insieme, carezzevole) – e il di lei marito: “Ti può mettere a posto il giardino”. 

La frase ebbe, per Rosella, un effetto catartico. Nel giro di qualche ora, decise che si sarebbe presa cura non solo del giardinetto di casa, cui Alisha si riferiva – una confusione di piante ornamentali, trascurate nel tempo – ma anche di una piccola proprietà di famiglia, nella zona che chiamavano (non si era mai chiesta perché) dell’ulivo del turco – (era stata, forse, proprietà di uno dei pirati approdati sulla costa? Avrebbe, magari potuto fare qualche ricerca) – mettendo a cultura un po’ di piante da frutta e coltivando un piccolo orto.

Con l’aiuto di Aditi, lasciò i panni della professoressa, per vestire quelli della contadina. Supplendo all’inesperienza con molto studio, tanta buona volontà e molta applicazione, iniziò una produzione piccola per quantità (giusto per lei, per Aditi e qualche amica sopravvissuta al suo eremitaggio) ed eccellente per qualità. Era stata una donna inquieta, sempre tesa e, in fondo, infelice. Attenta alle esigenze degli altri – la madre, la figlia, il marito, gli studenti, i colleghi – aveva messo da parte se stessa. Non era mai stata libera, non perché costretta da altri, ma perché ristretta da se stessa. Era rimasta sempre dentro una gabbia, benché la gabbia fosse aperta.

Si ammorbidì di una rigidità che le aveva tolto spazio e tempo e si alleggerì dell’amarezza che le faceva da zavorra. La sua vita si restrinse ancora nello spazio – spesso anche il pane se lo faceva mandare a casa da Paolo e da Salvatore la frutta che non produceva – ma si approfondì in una relazione nuova con se stessa, che la faceva, invisibilmente, partecipe del mondo con uno slancio nuovo. Decise che di tante cose poteva fare a meno, ma non di una gatta. 

Quando la nuova gatta entrò a casa – un batuffolo piccolissimo di peli grigi, portata da un’amica gentile – Rosella stava riponendo in libreria alcuni volumetti di poesie. Pensò che fosse un segno e la chiamò Nosside, da raccorciare in Nossi. E volendo dare anche a lei la nuova libertà che avvertiva in sé, mise ciotole di acqua e cibo e lettiera sia dentro casa che nel giardinetto e, nel muro di cinta, fece fare un piccolo foro con una porticina basculante da cui, volendo, la gatta potesse entrare ed uscire senza sforzi.

Si scoprì presto che, di quella libertà, gatta Nossi approfittava per attraversare, con molta attenzione, la piazzetta del municipio, muoversi rapida lungo sul marciapiede, attraversare la strada al punto giusto, salire i pochi scalini ed entrare in chiesa. Si avviava al tabernacolo, si sedeva su un banco e, se c’era messa, ascoltava compita le letture della Bibbia. All’omelia, magari dopo aver lanciato qualche miao, lasciava la chiesa – chissà se il parroco cogliesse mai questo particolare – e, rifacendo il percorso al contrario, tornava nel suo giardino, beveva a lungo, mangiava con signorile avidità e si metteva a dormire lungamente. O, forse, a meditare.

 

N. B. In un agosto di pesi schiaccianti, mi ha confortato ritrovare in chiesa gatta Lili. La considero un segno della presenza di Dio: un barlume di luce nell’eccesso di insensatezza che accompagna le nostre vite (l’insensatezza è peggio del nudo dolore). Non so niente di gatta Lili se non il suo nome, che mi è stato detto da qualcuno tanto tempo fa. E niente so della famiglia che ha la fortuna di ospitare  una gatta così santa (è una gatta di casa, pulita e con collarino). So che gatta Lili meriterebbe un racconto, forse un romanzo breve. Le dedico questa microstoria, in cui la chiesa, la gatta, i venditori di pane e frutta sono reali e gli indiani richiamano la piccola comunità che chissà come si è trasferita nel reggino, ma Rosella Smorto è un personaggio di pura fantasia, del tutto inventato. Questo è un omaggio a gatta Lili, a chi si prende cura di lei, a chi la lascia andare in chiesa, ai gatti tutti che rallegrano le mie passeggiate e a tutte le persone che, dei gatti, colgono il mistero e la sacralità.

 

 

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