sabato 13 agosto 2016

Microstorie: Frammenti di bellezza







Taratatà. Il motivetto di watsapp avvertì che era arrivato un messaggio. Anna spostò sulla sinistra la pianta di gelsomino appena comprata e cercò con la destra il cellulare nella confusione della sua borsa di pezza. 

“Ecco il raccolto di stamattina”, diceva il commento sopra una foto che ritraeva tre cestini di fichi.
In vacanza anche lui nel reggino, un amico le inviava, quasi ogni giorno, immagini dei lavori contadini cui si stava momentaneamente dedicando, e che le donne di casa, madre, zia, moglie, completavano in piccoli capolavori: i cunocchia ‘i fica, ‘i ‘mmenduli ‘nturrati (le conocchie di fichi, le mandorle a torrone).

Anna s’era affezionata fin da subito a quelle foto, a quei messaggi che la riportavano indietro di quasi sessanta anni, quando, nonostante la scuola frequentata in città, il suo era un mondo contadino.

Ogni foto era una madeleine delle estati della giovinezza e della maturità, quando raccoglieva mandorle, faceva confetture di fichi, preparava i pomodori secchi sottolio, riempiva bottiglie di salsa. Un tempo che sembrava finito, irrimediabilmente, ora che il suo giardino produceva ben poco.

I nodi irrisolti del passato (una civiltà contadina che, con piccole eccezioni, s’era involuta fin quasi ad atrofizzarsi, le produzioni più nobili, il bergamotto, le mandorle ridotte ai minimi termini, l’industria mai decollata) e i segni tristi del presente (i servizi inadeguati, la rarefazione dei rapporti umani, la piovra della ‘ndrangheta, la corruzione estesa, la stasi culturale) si rafforzavano l’uno con l’altro. Tanto belli, quei luoghi, naturalmente – un paesaggio da allargare il cuore –  e tanto poco ricchi di prospettive cui guardare con fiducia.

Nei discorsi d’estate con chi stava lì da sempre a presidiare la fortezza e con chi ci tornava solo in vacanza con amore fedele, l’analisi dei mali di Lucernaspenta aveva uno spazio quotidiano e obbligato.

Forse per contrappeso, Anna aspettava ormai ogni giorno le foto messaggio di Giovanni. C’era, in quelle immagini e in quelle parole, l’ottimismo della volontà, la voglia di fare nonostante tutto, l’abitudine a raccogliere e salvare i frammenti di bellezza. Produrre e mangiare cose buone come metafora del nutrirsi di bontà e verità in attesa di giorni nuovi, in cui fosse possibile, ancora, costruire.

Anna si sentiva meno ottimista, ma condivideva il sogno di tornare stabilmente nella sua terra, dedicandole, negli anni finali della sua vita, finché le forze gliel’avrebbero consentito, tutto quello che aveva imparato nel tempo lungo in cui ne era stata lontana.

E, per quello che poteva, anche lei provava a raccogliere e salvare frammenti di bellezza. Anche, se capitava, comprandoli al mercato. Il giorno prima, aveva preso un cesto di quelli antichi, intrecciato di canne, ginestre e ulivi. Quella mattina, la pianta di gelsomino, che stava profumando i suoi passi. Certo, trapiantarla ad agosto era rischioso. Un azzardo che avrebbe corso.

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