domenica 10 gennaio 2016

Lila di Marylinne Robinson








Una giovane donna dall’infanzia solitaria, riscaldata solo da una madre putativa e dalla giovinezza asprigna. Dallo sguardo triste e dai modi sgraziati, disarmonici. Fragile e fortissima, capace di resistere a pieno volto ai colpi della vita e di piegarsi, all’occorrenza, come un giunco. E un pastore calvinista, vedovo senza figli, che scrive sermoni in solitudine. L’intreccio delle loro solitudini, dei loro silenzi, della fede limpidamente inquieta di lui e delle domande crude di lei, cresciuta senza Dio e ben poco adusa alle cose di chiesa dà vita ad una storia d’amore particolare e intensa.

Libro denso, che richiama atmosfere di Faulkner e della Flannery O’Connor (e non disdegna la Austen e la Bronte per taluni tratti del pastore), in cui «la religione compare senza vergogna, al pari del dubbio» (Cathleen Schine), Lila di Marilynne Robinson, pubblicato da Einaudi (seconda parte di una trilogia ambientata a Gilead), è una di quelle storie che continuano accompagnarti dopo averle finite di leggere.

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Durante la lettura di questo libro: a) mi è capitato di vedere i dati Istat sulla partecipazione, in caduta, degli italiani alla messa domenicale e b) non sono riuscita a ricordare di aver letto nell’ultimo quarto di secolo, un libro italiano di cui sia protagonista un prete (a parte un testo di Ferruccio Parazzoli di cui mi scuso, ma mi sfugge il titolo). Chissà se, quando si prenderà atto che i cattolici sono una minoranza, qualcuno riuscirà a darci un romanzo bello e vero che parli di uomini e donne alle prese anche con le domande, le inquietudini, i problemi della fede.

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